
Sono appena adolescenti ma negli occhi hanno saggezza e serietà. Sono nati e
cresciuti sulle rive degli affluenti del Rio Negro, nella foresta amazzonica
brasiliana, e hanno scelto di esserne i portavoce guidando i turisti in lunghe
passeggiate in canoa o tra la fitta vegetazione della giungla. “L’Italia? Magari,
ci verrei. Ma solo per un po’.
Il mio posto è qui, non saprei come orientarmi
tra cemento e auto in corsa”. E infatti, tra gli enormi alberi della foresta,
si muovono come gli occidentali fra i negozi del centro. Passo sicuro e fare spontaneo,
camminano nella labirintica selva con aria tranquilla, accompagnati dall’inseparabile
coltello dalla lunga lama. E’ con quello che creano una strada dove la vegetazione
sembra impenetrabile, con quello si impongono sulla natura, verso la quale nutrono
però un sacro rispetto.
“Questo cielo, questo fiume, questi alberi sono la mia casa. Gli uccelli, i caimani,
i delfini i miei vicini. Non riesco a immaginarmi altrove”, racconta uno dei responsabili
della comitiva di visitatori, che chiameremo Gabriel (per non rivelare la sua
vera identità). Ha appena tredici anni, parla un inglese fluente e aiuta la sua
famiglia a gestire il
lodge sulla sponda di uno dei tanti affluenti del Rio Negro,
il fiume che bagna Manaus, affluente del Rio delle Amazzoni.
Carnagione scura, lineamenti marcati, capelli neri e dritti sono i
dati somatici che accomunano questa gente: i nativi, popolazioni
indigene partorite dal cuore dell’Amazzonia brasiliana. E' la più
grande estensione al mondo di foresta primaria: 370 milioni di ettari,
equivalente a un terzo della foresta del Pianeta. Non basterebbe
un’intera biblioteca per descriverne l’immensa varietà, i contrasti, le
meraviglie, anzi, per gran parte il suo patrimonio è tutto ancora da
scoprire. E’ una comunione tra acqua, terra e cielo. E questa gente ne
è parte integrante. Nello sguardo hanno la fierezza di sentirsi
protagonisti di uno mondo ancestrale. Vivono della natura e per la
natura, amandola ma facendosi rispettare.
“Vedete, qua in mezzo c’è tutto quello di cui l’uomo ha bisogno – dice Gabriel
sorridendo, mentre è impegnato a grattare la corteccia di un enorme albero – Avete
mal di pancia? Ecco, questo è un rimedio miracoloso. Avete un raffreddore? Ecco
l’eucalipto. Vi sentite stanchi? Questa è la bacca del guaranà, che trasformato
in polvere dà vigore ed energia. C’è anche il legno per l’acqua di colonia, sapete?
Basta inoltrarsi nella giungla e si ha l’imbarazzo della scelta: caucciù, banano,
albero del latte, cocco, tutto generosamente offerto dalla natura, senza che l’uomo
debba muovere un dito”.

E’ contento mentre cammina, svelto, tra la fitta vegetazione. Ai piedi i classici
infradito, calzatura tipica dei brasiliani, addosso pantaloncini corti e maglietta.
Eppure, prima di addentrarci nella foresta si era raccomandato: “Avete spruzzato
l’insetticida? Avete scarpe da trekking e pantaloni lunghi? Mi raccomando, ci
sono troppi insetti, per voi”. Ecco, è proprio in quel ‘per voi’ che è racchiusa
l’incolmabile differenza fra di noi.
All’improvviso, Gabriel tira fuori un sacchetto: “Abbiate pazienza – dice – devo
sbrigare una commissione”. Individua un albero tra liane e felci e ne taglia alcuni
strati. Riempie il sacchetto, poi lo lega al ramoscello di una pianta vicina e
torna nel gruppo. Sorride vedendo l’aria meravigliata dei suoi
clienti. “E’ per mia madre. Non sta molto bene oggi e mi ha chiesto se le portavo l’antidoto
per il mal di stomaco. Lo riprenderò
al nostro ritorno”. La foresta è una farmacia, un supermercato, un centro commerciale.
“L’Amazzonia è tutto”, precisa.
Il giro è emozionante. Ogni tanto un fruscio fa sussultare la comitiva. “Sarà
un macaco – rassicura il ragazzino – Niente paura”. E poi le iguane, i pappagalli,
le orrende tarantole. Poi chiede nuovamente di aspettarlo. Un’altra ‘missione’,
ancora più misteriosa della precedente. Si allontana di un metro, prende il ramo
di una pianta rampicante, lo ripulisce con il coltellaccio e lo tagliuzza a tal
punto da farne fili finissimi. Poi, con delicatezza, inizia a intrecciare braccialetti
intorno ai polsi delle donne presenti. “E’ resistente. Riuscirete a riportarlo
fino in Europa”.
Il tour è finito. E’ ora di tornare al
lodge, a venti minuti di canoa da lì,
lungo il fiume. A colpi di remi si percorre il grande rio. La calma delle acque
è infranta solo dai giochi dei delfini. “Ce ne sono di grigi e di rosa – spiegano
– Ma il rosa si avvicina all’uomo molto più raramente. E’ più schivo e aggressivo
di quello grigio”. Ma l’eccezione che conferma la regola arriva poco dopo. L’enorme
mammifero del colore del fenicottero nuota per un attimo intorno alla canoa e
poi sparisce.
Incrociamo una grande barca, a bordo bambini di ogni età. Una ventina. “E’ lo
scuolabus – precisa Gabriel

- La nostra scuola è proprio qui lungo il fiume e quella barca passa, casa per
casa, a raccogliere gli alunni. La mattina dalle 6 alle 10 è il turno dei più
piccoli. Mentre dalle 18 alle 22 andiamo noi più grandi. Il giorno ci viene lasciato
per aiutare la nostra famiglia”.
Si attracca alla sponda fangosa. Ma lui non sale nel
lodge. Entra nella palafitta
costruita accanto all’ormeggio delle barchette. E’ la sua casa. In legno. Sull’acqua.
E dalla soglia si tuffa nel fiume, una lunga nuotata dopo una impegnativa mattinata
di lavoro.