Ucciso il leader dei ribelli islamici daghestani. Disinnescata una seconda Cecenia?

I giovani soldati russi stipati nel cassone tendato del
camion militare non vedono l’ora di farsi una nuotata. Il vecchio Ural verde
scuro parcheggia nel piazzale davanti alla piscina pubblica di Mahachkala, la
capitale
della repubblica russa del Daghestan. Ma i ragazzi in divisa non fanno in tempo
a scendere: un’esplosione distrugge il camion. Undici di loro muoiono sul
colpo, altri nove rimangono feriti assieme a una dozzina di passanti, tra cui
un bambino.
Quattro giorni dopo un’altra bomba scuote la capitale daghestana.
L’obiettivo
questa volta è una stazione di polizia: tre agenti rimangono uccisi, facendo
salire a 28 il numero dei poliziotti daghestani uccisi dall’inizio dell’anno in
attentati e agguati compiuti dai militanti islamici locali del gruppo
Shariat.
La mattina dopo, mercoledì scorso, scatta l’operazione ‘Vulcano 5’: le forze
speciali della polizia daghestana circondano una casa di mattoni rossi al
numero 8 di via Gajiev, nel centro della capitale Mahachkala. Gli ufficiali non
hanno dubbi: là dentro si nascondono i terroristi che il giorno prima hanno compiuto
l’attentato alla caserma. Ne nasce un violento scontro a fuoco: raffiche di mitra
e lanci di granate. Alcuni civili vengono usati come scudi umani dalla polizia
per entrare nell’edificio. Uno di loro viene ucciso. Muoiono anche due ribelli.
La sera si scopre che uno di loro è Rasul Makasharipov, leader dello
Shariat:
un duro colpo per la jihad daghestana.
Come ai tempi dell’imam
Shamil. Negli ultimi sei
mesi si sono verificati in Daghestan 68 ‘azioni terroristiche’, di cui più di
40 nella capitale Mahachkala, che per la stampa russa è ormai diventata
‘La
città delle bombe’.
A questi attentati fanno regolarmente seguito brutali
reazioni della polizia locale e dell’esercito russo: rastrellamenti e spedizioni
punitive nei villaggi al confine con la Cecenia (soprattutto nel distretto di
Khasavyurt, considerato la roccaforte dei ribelli) che spesso diventano vere e
proprie azioni di guerra con l’impiego di forze speciali, mezzi blindati e armi
pesanti.
Il Daghestan assomiglia sempre più alla vicina Cecenia, a un
paese in guerra. Quello daghestano è ormai considerato il ‘secondo fronte’
della ribellione islamica che ormai sta dilagando in tutte le repubbliche russe
del Caucaso del Nord. Ceceni e daghestani islamici uniti contro la Russia, proprio
come ai tempi dell’Imam Shamil, il condottiero e leader religioso àvaro che a
metà del XIX secolo guidò la resistenza di ceceni e daghestani contro l’invasione
dalla Russia zarista.
Una ribellione nata dalla povertà e dalla repressione. L’eliminazione dell'emiro Makasharipov non significa
automaticamente la fine della ribellione daghestana, dato che questa affonda le
sue radici in una situazione sociale che non cambia certo con l’uccisione di un
uomo.
La povertà e la disoccupazione in cui questa popolazione montanara
e rurale è stata lasciata dopo il crollo dell’Urss da autorità corrotte e incapaci
ha favorito un diffuso clima di illegalità e di avversione verso le
istituzioni, facilitato anche dalle forti tradizioni claniche su cui si
struttura tutta la vita sociale dei daghestani. L’incremento della criminalità
negli anni Novanta, facilitato dalla posizione di retrovia rispetto alla guerra
cecena, ha spinto il Cremlino a istituire nella repubblica speciali corpi di
polizia.
Le autorità locali, messe sotto pressione da Mosca, per avere risultati da
mostrare hanno autorizzato la polizia a compiere arresti indiscriminati e a
usare la tortura per estorcere false confessioni.
Più che jihad, vendette
personali e conflitti etnici. Gaji Abidov, un giovane accusato dell’uccisione
di un poliziotto l’anno scorso e per questo condannato a 20 anni: “Non l’ho
ucciso io, ma ora, se potessi, lo farei subito per vendicarmi di tutto quello
che mi hanno fatto per costringermi a confessare il falso: mi hanno picchiato
ai reni per ore, mi hanno chiuso la testa in una busta di plastica, mi hanno
soffocato con una maschera antigas, mi hanno fatto l’elettroshock, mi hanno
appeso a testa in giù”.
Queste pratiche hanno ovviamente esacerbato l’odio della popolazione verso le
forze dell’ordine,
creando un
terreno ideale per la propaganda jihadista iniziata tre anni fa ad opera dei
mujaheddin ceceni desiderosi di creare in Daghestan un fronte diversivo per i
russi.
A tutto ciò si aggiunge un teso clima di conflittualità etnica. I due
milioni di abitanti del ‘Paese delle Montagne’ (questo significa ‘daghestan’)
appartengono
a una trentina di ‘ceppi caucasici’ diversi, che parlano addirittura lingue
incomprensibili tra loro. Con i due maggiori gruppi che si contendono il potere
politico ed economico a livello nazionale: gli àvari (28% della popolazione),
a cui appartengono i ribelli, e i darghini (16%) da cui proviene gran parte
della classe dirigente, compreso il presidente Magomed Ali Magomedov.
Secondo
molti analisti, come Alexej Malashenko del Moscow Carnegie Centre, in Daghestan
la vera minaccia non è tanto la jihad
quanto la balcanizzazione.
Più che una
nuova Cecenia, in questo strategico lembo di Russia, si rischia una nuova Jugoslavia.