11/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Ucciso il leader dei ribelli islamici daghestani. Disinnescata una seconda Cecenia?
Rasul Makasharipov, vivo e mortoI giovani soldati russi stipati nel cassone tendato del camion militare non vedono l’ora di farsi una nuotata. Il vecchio Ural verde scuro parcheggia nel piazzale davanti alla piscina pubblica di Mahachkala, la capitale della repubblica russa del Daghestan. Ma i ragazzi in divisa non fanno in tempo a scendere: un’esplosione distrugge il camion. Undici di loro muoiono sul colpo, altri nove rimangono feriti assieme a una dozzina di passanti, tra cui un bambino.
Quattro giorni dopo un’altra bomba scuote la capitale daghestana. L’obiettivo questa volta è una stazione di polizia: tre agenti rimangono uccisi, facendo salire a 28 il numero dei poliziotti daghestani uccisi dall’inizio dell’anno in attentati e agguati compiuti dai militanti islamici locali del gruppo Shariat.
La mattina dopo, mercoledì scorso, scatta l’operazione ‘Vulcano 5’: le forze speciali della polizia daghestana circondano una casa di mattoni rossi al numero 8 di via Gajiev, nel centro della capitale Mahachkala. Gli ufficiali non hanno dubbi: là dentro si nascondono i terroristi che il giorno prima hanno compiuto l’attentato alla caserma. Ne nasce un violento scontro a fuoco: raffiche di mitra e lanci di granate. Alcuni civili vengono usati come scudi umani dalla polizia per entrare nell’edificio. Uno di loro viene ucciso. Muoiono anche due ribelli. La sera si scopre che uno di loro è Rasul Makasharipov, leader dello Shariat: un duro colpo per la jihad daghestana.
 
Polizia dagehstana durante l'operazioneCome ai tempi dell’imam Shamil. Negli ultimi sei mesi si sono verificati in Daghestan 68 ‘azioni terroristiche’, di cui più di 40 nella capitale Mahachkala, che per la stampa russa è ormai diventata ‘La città delle bombe’.
A questi attentati fanno regolarmente seguito brutali reazioni della polizia locale e dell’esercito russo: rastrellamenti e spedizioni punitive nei villaggi al confine con la Cecenia (soprattutto nel distretto di Khasavyurt, considerato la roccaforte dei ribelli) che spesso diventano vere e proprie azioni di guerra con l’impiego di forze speciali, mezzi blindati e armi pesanti.
Il Daghestan assomiglia sempre più alla vicina Cecenia, a un paese in guerra. Quello daghestano è ormai considerato il ‘secondo fronte’ della ribellione islamica che ormai sta dilagando in tutte le repubbliche russe del Caucaso del Nord. Ceceni e daghestani islamici uniti contro la Russia, proprio come ai tempi dell’Imam Shamil, il condottiero e leader religioso àvaro che a metà del XIX secolo guidò la resistenza di ceceni e daghestani contro l’invasione dalla Russia zarista.
 
Imam ShamilUna ribellione nata dalla povertà e dalla repressione. L’eliminazione dell'emiro Makasharipov non significa automaticamente la fine della ribellione daghestana, dato che questa affonda le sue radici in una situazione sociale che non cambia certo con l’uccisione di un uomo.
La povertà e la disoccupazione in cui questa popolazione montanara e rurale è stata lasciata dopo il crollo dell’Urss da autorità corrotte e incapaci ha favorito un diffuso clima di illegalità e di avversione verso le istituzioni, facilitato anche dalle forti tradizioni claniche su cui si struttura tutta la vita sociale dei daghestani. L’incremento della criminalità negli anni Novanta, facilitato dalla posizione di retrovia rispetto alla guerra cecena, ha spinto il Cremlino a istituire nella repubblica speciali corpi di polizia. Le autorità locali, messe sotto pressione da Mosca, per avere risultati da mostrare hanno autorizzato la polizia a compiere arresti indiscriminati e a usare la tortura per estorcere false confessioni.
 
Mappa popolazioni del DaghestanPiù che jihad, vendette personali e conflitti etnici. Gaji Abidov, un giovane accusato dell’uccisione di un poliziotto l’anno scorso e per questo condannato a 20 anni: “Non l’ho ucciso io, ma ora, se potessi, lo farei subito per vendicarmi di tutto quello che mi hanno fatto per costringermi a confessare il falso: mi hanno picchiato ai reni per ore, mi hanno chiuso la testa in una busta di plastica, mi hanno soffocato con una maschera antigas, mi hanno fatto l’elettroshock, mi hanno appeso a testa in giù”.
Queste pratiche hanno ovviamente esacerbato l’odio della popolazione verso le forze dell’ordine, creando un terreno ideale per la propaganda jihadista iniziata tre anni fa ad opera dei mujaheddin ceceni desiderosi di creare in Daghestan un fronte diversivo per i russi.
A tutto ciò si aggiunge un teso clima di conflittualità etnica. I due milioni di abitanti del ‘Paese delle Montagne’ (questo significa ‘daghestan’) appartengono a una trentina di ‘ceppi caucasici’ diversi, che parlano addirittura lingue incomprensibili tra loro. Con i due maggiori gruppi che si contendono il potere politico ed economico a livello nazionale: gli àvari (28% della popolazione), a cui appartengono i ribelli, e i darghini (16%) da cui proviene gran parte della classe dirigente, compreso il presidente Magomed Ali Magomedov.
Secondo molti analisti, come Alexej Malashenko del Moscow Carnegie Centre, in Daghestan la vera minaccia non è tanto la jihad quanto la balcanizzazione.
Più che una nuova Cecenia, in questo strategico lembo di Russia, si rischia una nuova Jugoslavia.  

Enrico Piovesana

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità