05/12/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Bufera su una circolare ministeriale che ostacola l'accesso al lavoro da parte degi neo-laureati extracomunitari

Salma Semmami è tornato in Marocco da pochi giorni. Laureato in Scienze Politiche a Parigi, nonostante una promessa di lavoro in una società di consulenza nel settore delle risorse umano, il giovane marocchino, che ha studiato in francese nelle scuole superiori di Rabat, non ha ricevuto il permesso di rimanere in Francia a lavorare. Perché un provvedimento di legge, la cosiddetta 'circolare 31 maggio', firmata dai ministri dell'Interno e del Lavoro, rende così tortuoso, complicato e talvolta impraticabile l'accesso al lavoro, che i neo-laureati sono costretti a tornare in patria a cercare lavoro.

Il ministro dell'interno, Claude Guéant, ha difeso la sua scelta sostenendo che il diritto allo studio non è automaticamente diritto al lavoro, "e in questo momento storico dobbiamo fare i conti con le risorse che abbiamo. La nostra non è una decisione nuova, stiamo semplicemente riprendendo una legge del 2006: quando in un paese si hanno 2 milioni e 750 mila disoccupati, bisogna sforzarsi di rispondere innanzitutto alla domanda interna".

Il testo - considerato discriminatorio se non addirittura razzista - ha suscitato una tale levata di scudi negli ambienti universitari ed in seno alle imprese interessate che il governo ha ammorbidito in questi giorni la sua posizione, accettando di farne riesaminare l'applicazione caso per caso. Dopo diverse settimane di discussioni, il primo ministro Francois Fillon, due settimane fa, ha ricordato ricordando l'impegno della Francia alla sua "tradizione di accoglienza degli studenti stranieri".

Molti neo-laureati, che hanno già ricevuto promesse di posti di lavoro, sono ancora in attesa a causa delle lungaggini burocratiche delle prefetture francesi. Cinquecento domande sono state 'sospese', molte altre respinte. E' la punta di un iceberg, perché molti non dichiarano il loro stato. Finora, poco meno della metà ha ricevuto una risposta positiva, mentre per altri la richiesta è 'irricevibile'. Sono molte le aziende che necessitano di laureati qualificati, e stranieri. "Reclutiamo ogni anno una cinquantina di giovani laureati: brasiliani, cinesi, mediorientali - spiega al settimanale economico Les Echos Francesco Wazières, direttore del reclutamento internazionale de L'Oréal -. Sono profili strategici per la nostra attività, perché questi sono i mercati con la più grande prospettiva di crescita".

Altre grandi imprese interessate sono Alcatel, Total, in aggiunta ai maggiori istituti di credito francesi. Molte di queste società possono reclutare i neo-laureati attraverso le loro controllate estere, con un contratto locale. Ma è una strategia che non soddisfa. Specialmente i grandi centri di ricerca, che hanno bisogno di formare i giovani in Francia, prima di inviarli all'estero. Alcuni posti di lavoro sono altamente retribuiti: fino a 40mila euro all'anno. A rendere il tutto più difficoltoso, oltre alla burocrazia, i costi. Un consulente per le risorse umane alla Deloitte costa oltre duemila euro di imposte allo Stato. Il provvedimento è doppiamente autolesionista, secondo il portavoce del Collettivo 31, (che prende il nome proprio dalla circolare), Nabil Sebti, perché da un lato "è un ostacolo al potenziale di crescita delle aziende francesi all'estero", dall'altro "si rinuncia a un gran numero di giovani volenterosi ed energetici, che invece della Francia, scelgono un altro Paese per studiare all'estero".

Luca Galassi

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