11/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In vendita una terra con annesse migliaia di persone che ci vivono da oltre un secolo
Contadina disperata, seduta su un sassoUn’asta pubblica mette all'incanto sei villaggi indigeni, centinaia di famiglie, migliaia di vite. Sta accadendo in Argentina, nella provincia di Salta, a novecento chilometri a nord di Buenos Aires.
 
Senza regole. San José de Boquerón, El Ceibal, Tres Varones, Santa Luisa, Nueva Simbolar e villa San Juan sono i nomi dei paesi che stanno rischiando di venire sgomberati con la forza e di trasformarsi in luoghi fantasma. L’inghippo sta tutto nella mancanza di una legge chiara e precisa, che regoli l’eterno problema della proprietà, del possesso della terra e della posizione dei contadini che la coltivano da decenni. Una deficienza che accomuna paesi come l’Argentina, il Paraguay, la Bolivia, e che porta a veri e propri drammi umani e sociali. Gente costretta a sfollare, a lasciare casa e raccolto, spesso dietro minacce e maltrattamenti.
 
Contadino seleziona il maisI fatti. In questo caso il lotto di terra, per adesso sospeso dall’asta all’ultimo minuto grazie a un appello del Movimento di campesinos di Santiago del Estero (Mocase) che ha organizzato presidi e dimostrazioni, rientrerebbe nei possedimenti del Banco Platanense, un’istituzione finanziaria fallita anni fa. Di proprietà di un leader politico di Santiago del Estero, la banca ha dovuto liquidare tutti i suoi beni per pagare i duemila correntisti che richiedevano indietro il proprio denaro depositato nell’istituto. Da qui l’ordine della messa all’asta del terreno, diecimila ettari valutati intorno al milione di dollari. Al di là di tutto e di tutti. Al di là anche della presenza di migliaia di persone che da oltre un secolo vivono lì, proprio in quegli appezzamenti lasciati incolti, accatastati, archiviati fra i tanti possedimenti dell’istituto finanziario.
 
Contadino seduto a terraMa gli affari sono affari. Un grosso compratore si è già fatto avanti. E ha già tentato di convincere i campesinos a non allarmarsi, proponendo loro di diventare suoi operai agricoli. “Lavorerete per me”, ha assicurato, ma questa gente non ci sta. La legge attuale prevede il diritto di usucapione dopo 20 anni, ma non sempre viene applicata, grazie a cavilli legali e a possibili eccezioni che complicano tutto e tradiscono forti interessi economici dietro il possesso di queste terre. Usate in passato come garanzia di grandi crediti, sono adesso ricercate per essere adibite alla fruttifera coltivazione della soia, monocoltura che col tempo depaupera il terreno rendendolo inesorabilmente arido. Unica salvezza è lasciarle ai campesinos che finalmente si sono proclamati pronti a tutto pur di difenderle. Da settimane hanno organizzato numerose manifestazioni, sostenuti dal Mocase e da svariate organizzazioni civili. L’intenzione è ottenere la soluzione definitiva di un problema che si ripropone ogni volta, da un angolo all’altro del Paese. Gente costretta ad abbandonare tutto e intimidita da organizzazioni paramilitari, che con armi in pungo e cani addestrati all’attacco, impongono fughe silenziose e passive. Gruppi violenti e senza scrupoli, usati dai latifondisti di turno per estirpare problemi e beghe future. Casi che si ripetono da sempre, tanto che nel 2003, il governo federale ha inviato una delegazione del segretariato per i Diritti dell'uomo proprio a Santiago del Estero per indagare sulle denunce di violenze subite dai paramilitari. Risultato: sono state documentate numerose irregolarità, ma nulla è stato fatto. Adesso basta, però. Questa volta, i contadini si sono rivolti a mediatori federali e provinciali con documenti e testimoni, e l’asta è stata sospesa.
 
Contadino, foto di Alberto CaballeroIl precedente. Due anni fa, un lotto di terra situato in un'altra zona della stessa provincia e posseduto dalla medesima banca, subì lo stesso destino: messo all’incanto e comprato da un ricco possidente, vide dozzine di famiglie sfollare, figli e vettovaglie al seguito. Un problema vecchio e drammatico e finora senza soluzione. Nonostante la rabbia e la disperazione che ogni volta li frustrava, infatti, i campesinos non hanno mai potuto permettersi di impegnarsi in cause legali, non avendo soldi per pagare gli avvocati. Ma stavolta il sostegno, la solidarietà, sembrano promettere loro un destino differente. Se non altro l’azione del Mocase sta scuotendo l’opinione pubblica, facendola schierare su un problema da troppo tempo insoluto.
Fondamentale in questa presa di coscienza il lavoro di organizzazioni come la ong El Ceibal, che si impegna da tempo a formare i contadini sui propri diritti civili, umani e a denunciare questo stato di cose.
 
Un contadino con cartello: 'Non posso vivere senza la mia terra'Il retroscena. La minaccia principale per i rapaci latifondisti è rappresentata proprio dal tradizionale modo di vivere la terra tramandato da questa gente, esattamente agli antipodi della filosofia di sfruttamento che è alla base della grande proprietà terriera. I contadini indios non hanno recinti, né infrastrutture: tutto è usato collettivamente. I piccoli serbatoi, i pozzi, il pascolo, tutto è ripartito fra le comunità. Il bestiame dei sei villaggi in questione per esempio pascola liberamente per l’immensa prateria. Ed è questo che preoccupa il latifundista. Il grande compratore intende investire su monocolture redditizie che non considerano né ecosistemi né agricolture sostenibili. E qui sta il punto. Le organizzazioni della società civile che stanno appoggiando i campesinos, infatti, stanno sottolineando proprio questo. Difendere il modus vivendi degli indigeni è l’imperativo, quindi è indispensabile un intervento concreto dei governi federale e provinciale. Non è solo il caso isolato dell’asta da risolvere, bensì la generale questione del diritto dei contadini ad avere la terra e a poterla coltivare nel rispetto e nell’amore per la natura.  

Stella Spinelli

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