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Un’asta pubblica mette all'incanto sei villaggi indigeni,
centinaia di famiglie, migliaia di vite. Sta accadendo in Argentina, nella
provincia di Salta, a novecento chilometri a nord di Buenos Aires.
I fatti. In questo caso il lotto di terra, per
adesso sospeso dall’asta all’ultimo minuto grazie a un appello del Movimento di
campesinos di Santiago del Estero (Mocase) che ha organizzato presidi e
dimostrazioni, rientrerebbe nei possedimenti del Banco Platanense,
un’istituzione finanziaria fallita anni fa. Di proprietà di un leader politico
di
Santiago del Estero, la banca ha dovuto liquidare tutti i suoi beni per pagare
i
duemila correntisti che richiedevano indietro il proprio denaro depositato
nell’istituto. Da qui l’ordine della messa all’asta del terreno, diecimila
ettari valutati intorno al milione di dollari. Al di là di tutto e di tutti. Al
di là anche della presenza di migliaia di persone che da oltre un secolo vivono
lì, proprio in quegli appezzamenti lasciati incolti, accatastati, archiviati
fra i tanti possedimenti dell’istituto finanziario.
Ma gli affari sono affari. Un
grosso compratore si è già fatto avanti. E ha già tentato di convincere i campesinos
a non allarmarsi, proponendo loro di diventare suoi operai agricoli.
“Lavorerete per me”, ha assicurato, ma questa gente non ci sta. La legge
attuale prevede il diritto di usucapione dopo 20 anni, ma non sempre viene
applicata, grazie a cavilli legali e a possibili eccezioni che complicano tutto
e tradiscono
forti interessi economici dietro il possesso di queste terre. Usate in passato
come garanzia di grandi crediti, sono adesso ricercate per essere adibite alla
fruttifera coltivazione della soia, monocoltura che col tempo depaupera il
terreno rendendolo inesorabilmente arido. Unica salvezza è lasciarle ai campesinos
che finalmente si sono proclamati pronti a tutto pur di difenderle. Da
settimane hanno organizzato numerose manifestazioni, sostenuti dal
Mocase e da
svariate organizzazioni civili. L’intenzione è ottenere la soluzione
definitiva
di un problema che si ripropone ogni volta, da un angolo all’altro del
Paese.
Gente costretta ad abbandonare tutto e intimidita da organizzazioni
paramilitari, che con armi in pungo e cani addestrati all’attacco,
impongono
fughe silenziose e passive. Gruppi violenti e senza scrupoli, usati dai
latifondisti di turno per estirpare problemi e beghe future. Casi che
si
ripetono da sempre, tanto che nel 2003, il governo federale ha inviato
una
delegazione del segretariato per i Diritti dell'uomo proprio a Santiago
del
Estero per indagare sulle denunce di violenze subite dai paramilitari.
Risultato: sono state documentate numerose irregolarità, ma nulla è
stato fatto. Adesso basta, però. Questa volta, i contadini si sono
rivolti a
mediatori federali e provinciali con documenti e testimoni, e l’asta è
stata
sospesa.
Il precedente. Due anni fa, un lotto di terra
situato in un'altra zona della stessa provincia e posseduto dalla medesima
banca, subì lo stesso destino: messo all’incanto e comprato da un ricco
possidente, vide dozzine di famiglie sfollare, figli e vettovaglie al seguito.
Un problema vecchio e drammatico e finora senza soluzione. Nonostante la rabbia
e la
disperazione che ogni volta li frustrava, infatti, i campesinos non
hanno mai potuto permettersi di impegnarsi in cause legali, non avendo soldi
per pagare gli avvocati. Ma stavolta il sostegno, la solidarietà, sembrano
promettere loro un destino differente. Se non altro l’azione del Mocase sta
scuotendo l’opinione pubblica, facendola schierare su un problema da troppo
tempo insoluto.
Il retroscena. La minaccia principale per i rapaci latifondisti è rappresentata
proprio dal tradizionale modo di vivere la terra tramandato da questa gente,
esattamente agli antipodi della filosofia di sfruttamento che è alla base della
grande proprietà terriera. I contadini indios non hanno recinti, né
infrastrutture: tutto è usato collettivamente. I piccoli serbatoi, i pozzi, il
pascolo, tutto è ripartito fra le comunità. Il bestiame dei sei villaggi in
questione per esempio pascola liberamente per l’immensa prateria. Ed è questo
che preoccupa il latifundista. Il grande compratore intende investire su
monocolture redditizie che non considerano né ecosistemi né agricolture
sostenibili. E qui sta il punto. Le organizzazioni della società civile che
stanno appoggiando i campesinos, infatti, stanno sottolineando proprio questo.
Difendere il modus vivendi degli indigeni è l’imperativo, quindi è
indispensabile un intervento concreto dei governi federale e provinciale. Non
è
solo il caso isolato dell’asta da risolvere, bensì la generale
questione del diritto dei contadini ad avere la terra e a poterla coltivare nel
rispetto e nell’amore per la natura. Stella Spinelli