La Turchia minaccia di schierare truppe in Iraq. Tensione tra i curdi

"Due militanti del
Kongra Gel sono rimasti uccisi ieri in scontri a fuoco con le milizie governative nei pressi
di Dyarbakir. La stretta dell'esercito sui curdi diventa sempre più soffocante.
I militari hanno ripreso le vecchie abitudini: bruciano case e foreste della zona
come monito alla popolazione curda e, spesso, mutilano i corpi dei cadaveri".
A raccontare gli ultimi episodi di violenza nel Kurdistan turco è un'attivista
che si batte per il rispetto dei diritti della minoranza curda in Turchia. Il
suo nome deve restare segreto per motivi di sicurezza e sottolinea come, dopo
un periodo di relativa calma, il conflitto tra l'esercito turco e i rappresentanti
dell'autonomismo curdo stia vivendo una nuova stagione di violenza.
"L'attenzione dell'Europa ha fatto calare la tensione per un pò", sostiene la
donna, "ma ora la violenza è tornata. Certo i curdi hanno incassaro dalla riforma
del codice penale un grande successo. Ora infatti i prigionieri politici sono
differenziati da quelli comuni e molti dei militanti potranno usufruire dell'amnistia.
Solo che nelle ultime settimane tutto è ricominciato come prima".
“Le notizie circolate in questi giorni circa l’esistenza di un piano operativo
per andare a Kirkuk non corrispondono alla realtà. Ma noi abbiamo il dovere di
essere pronti per ogni eventualità, secondo le istruzioni che riceviamo”. Ilker
Basbug, influente generale dell’esercito turco, ha così commentato nel corso di
una conferenza stampa le indiscrezioni pubblicate nei giorni scorsi dal quotidiano
Milliyet, uno dei giornali più importanti della Turchia.
L’articolo cui fa riferimento il militare di Ankara rivelava l’esistenza di un
piano predisposto dai vertici delle forze armate turche per inviare in 18 ore
nel Nord dell’Iraq un contingente di 40 mila soldati. Questo progetto avrebbe
l’appoggio degli Stati Uniti e , sempre secondo Milliyet, la motivazione della decisione d’intervenire nel conflitto iracheno (al quale
la Turchia era rimasta estranea) sarebbe dovuta alla necessità di tutelare la
minoranza turcomanna (iracheni di origine turca) e araba di Kirkuk.

Basbug, nel corso dell’incontro con i giornalisti, non ha escluso l’eventualità
di un intervento proprio in base al fatto che “è in atto un tentativo delle organizzazioni
curde di diventare maggioranza nella regione, facendovi affluire massicce ondate
di abitanti di origine curda”. Quindi un’intervento umanitario, a difesa delle
minoranze, non sarebbe da escludere. Molti osservatori internazionali sono però
convinti che la posta in palio a Kirkuk siano i giacimenti di petrolio di cui
la regione è molto ricca.
Per il governo di Ankara, un Kurdistan iracheno che gode di un’ampia autonomia
è già un problema, visti i riflessi che questa situazione potrebbe avere nel Kurdistan
turco. Ma aggiungere all’autonomia una fonte di ricchezza inestimabile per i curdi
non può essere tollerato dal governo turco. Su 70 milioni di persone che compongono
la popolazione della Turchia, sono 15 milioni quelli di origine curda, ma per
le gerarchie turche non esiste una minoranza, non esiste una popolazione curda,
esistono solo turchi.
“La Turchia è uno stato unitario. Noi non possiamo approvare che dei cittadini
che non si considerano affatto una minoranza siano presentati, apertamente o implicitamente,
come tali”.
Questo il commento dello stesso generale Basbug al rapporto che la Commissione
dell’Unione Europea ha presentato sulla Turchia. Già Ahmet Nacdet Sezar, il Presidente
della Repubblica turca, si era detto profondamente deluso dal riferimento del
documento UE al rispetto dei diritti dei curdi. Ora rilancia Basbug e, quello
dei generali in Turchia, non è un parere come gli altri.
Proprio in questi giorni di polemiche, all’improvviso, è riesplosa la violenza
tra forze di sicurezza turche e separatisti curdi del Kongra Gel, la formazione che secondo Ankara avrebbe raccolto l’eredità politico-militare
del disciolto PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, scomparso dopo la cattura del suo
leader Abdullah “Apo” Ocalan nel 1998.
La notte tra sabato 23 e domenica 24 ottobre 2004 viene sabotato un oleodotto
nella provincia di Barman. Muoiono due militari turchi e ne rimangono feriti altri
quattro a Dicle, nei pressi di Dyarbakir, la capitale del Kurdistan turco, a causa
dell’esplosione di una mina. A Nazimya vengono uccisi due poliziotti. Gli inquirenti
turchi danno immediatamente la colpa al Kongra Gel. All’improvviso la stampa in Turchia torna ad occuparsi del conflitto tra Ankara
e i separatisti curdi che, tra il 1984 e il 1999, ha causato la morte di 37 mila
persone. Dopo la cattura di Ocalan però, il livello dello scontro si era molto
abbassato.

Per soddisfare i parametri dell’Unione Europea, la Turchia ha riscritto il suo
codice penale. Alla popolazione curdofona sono stati riconosciuti dei diritti
impensabili fino a poco tempo fa: l’insegnamento nella lingua madre e la possibilità
di fare trasmissioni radio in curdo. Sono stati liberati anche Leyla Zana e i
suoi tre colleghi deputati, arrestati e condannati a 15 anni di reclusione per
aver parlato la lingua curda nel Parlamento di Ankara. Infatti per la Costituzione
turca i curdi non esistono, riconoscendo solo le minoranze religiose, ma non quelle
a base etnica.
Una serie di passi avanti insomma, che rischiano però di venire vanificati dagli
interessi di Ankara per il petrolio di Kirkuk e che possono riaccendere gli animi
del separatismo curdo, infiammando tutta l’area. I rapporti tra il governo turco
e i curdi del suo Paese si riflettono per forza di cose nel Kurdistan iracheno.
Ad oggi, in Iraq, i curdi sono gli unici alleati sicuri per gli Usa, ma bisogna
aspettare per capire come evolverà la situazione quando gli Stati Uniti non potranno
mantenere la promessa d’indipendenza che per molti curdi è la contropartita minima
per l’aiuto dato alle truppe statunitensi