18/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Howard Zinn, Nuovi Mondi Media editore, 2005
 
La copertina del libro di Howard ZinnCon la maggior parte della stampa, ma non tutta, per fortuna, ormai incapace di opporsi a guerre sempre più ingiuste, perché asservita, o perché minacciata, il campo di chi sa dire di no ai padroni del mondo è ormai ristretto.
E’ il tema che affronta Howard Zinn, uno storico nato e cresciuto nei ghetti degli immigrati di Brooklyn, docente alla Columbia University, specializzato presso la East Asian Studies di Harvard.
Il suo volume “Dissento”, edito dalla Nuovi Mondi Media, “storie di artisti in tempo di guerra”, inquadra in modo brillante persone (intellettuali ed editori indipendenti) capaci di “svincolarsi da ogni tipo di pressione e servilismo”.
Quattro saggi che fanno emergere episodi e personaggi del passato e del presente, intorno al filo conduttore dell’arte e del dissenso.

Artisti e società. Il primo inquadra subito il tema della pubblicazione. “Il rapporto tra artisti e società -attacca l’autore- è trascendente. L’artista pensa, agisce, fa musica e scrive fuori dal contesto creato dalla società. E ci mostra come il mondo dovrebbe essere…”.
Peter Ustinov si espresse contro la guerra in Vietnam. “Non è mica un esperto, obiettò qualcuno”. “Ci sono esperti in piccole questioni -ribadì l’attore- ma non ci sono esperti per le domande davvero grandi… Non esistono esperti morali”.
“Vedo gente di ogni tipo fare questo e quello -ribadisce Rousseau- ma dove sono i cittadini fra noi? Tutti devono essere coinvolti”. Mark Twain si oppose alla guerra del ’98 contro la Spagna, una piccola guerra, dicevano. Ma quando scoppiò la quella contro le Filippine, fu un massacro. Il presidente Roosvelt si congratulò col generale Wood. Twain denunciò Roosvelt e fu giudicato antipatriottico.
La Dichiarazione di Indipendenza vale per tutti i popoli del mondo, quando dice: “Tutti i popoli hanno lo stesso diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità”. Un soldato in Vietnam, scrive Zinn, la appese su un muro della caserma e subì una punizione”.
Howard ZinnIl poeta Cummings scrisse contro la guerra del 1915 e lo shock subito spinse a scrivere anche Dos Passos, Hemingway e Dalton Trumbo, con il suo “E Johnny prese il fucile”.
Ed Eugene O’Neill, il commediografo, dopo Pearl Harbor scrisse a suo figlio ”...la stupida carneficina dell’ultima guerra non ha insegnato assolutamente nulla...”.
Il libro pubblica anche la composizione di Bob Dylan: “I Signori della guerra”, di forte accusa contro ”... i costruttori di armi... che si nascondono dietro i muri”.
”Gli Stati Uniti finora”, conclude in questo saggio lo scrittore, “hanno ucciso altrettante persone, se non di più, di quelle che hanno perso la vita l’undici settembre”.
 
La storia di Emma Goldman. Il personaggio che emerge subito con forza e originalità dalle pagine del secondo capitolo è una donna, Emma Goldman, anarchica e oppositrice della guerra. E’ lo storico Drinnon, autore di una biografia su di lei, a informarlo. Da quel volume, “Vivendo la mia vita”, assegnato subito da Zinn come lettura a un corso di 400 studenti, esce l’immagine “di una donna magnifica: anarchica, femminista, una persona grintosa e amante della vita. Un personaggio dei primi anni del Novecento che riesce a rapportarsi con le generazioni degli anni sessanta, perché libera, intrepida, una che sfidava tutte le autorità vivendo contro regole e ordini precostituiti”.
E’ dopo il 1975, finita la guerra in Vietnam, che l’autore riesce a dedicarle uno studio approfondito.
Scrive per lei una commedia, parla di lei giovanissima immigrata che lavora in fabbrica, al tempo del massacro di Haymarket, nel 1886. Durante uno sciopero la polizia aveva sparato e ucciso a Chicago, allora centro anarchico e di attivismo di sinistra.
Subito dopo viene richiesto un corteo pacifico, ma una bomba esplode, ci sono altri morti. Colpa, come quasi sempre, secondo le autorità, degli anarchici, perché un colpevole ci vuole.
Otto vengono presi e condannati a morte. Quattro vengono impiccati. Gerge Bernard Howard Zinn Shaw inviò un telegramma alla Corte suprema dell’Illinois ”...se lo Stato ha bisogno di perdere otto suoi cittadini... meglio perdere gli otto membri della Corte...”. Non servì a nulla.
Emma Goldman come reazione lasciò Rochester, la sua famiglia e un marito che le era stato imposto e andò a New York dove incontrò Alexander Berkam, anarchico che divenne suo compagno di lotta e poi amante. Il loro gruppo produceva e diffondeva letteratura di sinistra, organizzava scioperi. Dopo varie vicissitudini, con lui in galera per anni dopo aver cercato di vendicare un gruppo di altri scioperanti uccisi, intorno al 1908 Emma conosce Ben Reitman, un altro coraggioso anarchico, un medico che divise con lei altri anni di dure lotte contro gli sfruttamenti. Lei finisce spesso in prigione. In quel periodo, durante una grave crisi economica, Emma anticipa di molti anni gli espropri proletari. “Se non avete abbastanza cibo per i vostri figli”, urla di fronte a una grande assemblea, ”entrate nei negozi e prendetelo”.
Scoppia la prima Guerra mondiale, lei lascia Reitman e ritrova Berkam, l’ex compagno ormai uscito dal carcere. Naturalmente si schierano contro l’arruolamento, vengono messi in prigione fino alla fine delle ostilità. Imbarcati e deportati, finirono in Europa. 
 
Howard ZinnFilm e pamphlet. C’è poi il saggio sulle “Storie che Hollywood non racconta mai. ”Perché molto spesso la città del cinema è schierata”, si potrebbe pensare, ”dice Zinn, che non è mai stato fatto un film sulla strage di Ludlow, in Colorado, ma non è stata una svista. Mentre quando le forze Nato avevano bombardato un gruppo di rifugiati in Kosovo, le Tv spiegavano che era dovuto ”al caso”, visto che la strage non poteva essere nascosta. “Ai pochi film che fanno vedere l’orrore della guerra”, completa l’autore, ”ce ne sono centinaia e centinaia che esaltano l’eroismo bellico”.
L’ultimo saggio, “Pamphlet in America”, riguarda la storia delle brevi, polemiche e spesso violente comunicazioni scritte che non sono né libri né riviste. Il più importante per gli Stati Uniti è “Common Sense”, di Thomas Paine, il libello che cominciò a parlare di indipendenza e fu fatto girare nel 1776 tra i coloni. Le parole erano semplici e potenti, immediate. Fra le altre, per esempio, “Sfido…a indicare un solo vantaggio… nel restare legati alla Gran Bretagna”. C’è poi la storia di altri Pamphlet, quello del ’29 scritto da David Walker, “Walker’s Appeal, per l’abolizione della schiavitù. Che naturalmente fu trovato morto poco tempo dopo, anticipatore di Malcom X e di Martin Luther King.
Il grande sindacato di sinistra dell’inizio del ventesimo secolo, Industrial Workers of the World, stampò in centinaia di migliaia di copie il preambolo al suo statuto, che esordiva: ”la classe operaia e la classe proprietaria non hanno nulla in comune…”.
“Il più influente brano di letteratura politica della storia moderna”, aggiunge Howard Zinn, ”è stato il “Manifesto del partito comunista”, di Marx ed Engels, del 1848. E in tutto il mondo i movimenti…sono stati influenzati dalla forza di quest’opera”. E poi il “Che fare” di Lenin, e Alessandra Kollontai, bolscevica e femminista, nel suo pamphlet “Opposizione operaia”, scriveva con la forza di Rosa Luxemburg contro le restrizioni alla democrazia del nuovo stato sovietico, e in ”Lavoratrice e madre” del 1914, trattava in modo semplice i problemi delle donne nella Russia zarista.
 
Paolo Lezziero
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Stati Uniti
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