06/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Costa d’Avorio, non si appiana la crisi, saltano gli accordi. Il governo attacca i ribelli
Quella che fino all’altro ieri era una situazione di impasse politica in un paese che tentava di riavviare un processo di pacificazione, si è trasformata poche ore fa in una crisi internazionale.
Otto soldati del contingente militare francese della Liocorne, impegnato in Costa d’Avorio per vigilare gli accordi di pace, sono rimasti uccisi in un attacco aereo lanciato dal governo ivoriano contro Bouaké, la città del nord controllata dai ribelli delle Forze Nuove. Altri 23 soldati sarebbero rimasti feriti. Lo ha reso noto oggi, sabato 6 novembre, il portavoce dei caschi blu delle Nazioni Unite (Unoci), Jean-Victoire Nkolo. Nel tardo pomeriggio si sono registrati scontri tra il contingente francese e quello ivoriano nell’aeroporto della capitale amministrativa, Abidjan.

I due contingenti, dislocati dallo scorso anno lungo la cortina di ferro che divide il paese nel sud controllato dal governo di Laurent Gbagbo e il nord della coalizione di gruppi antigovernativi, contano su una forza effettiva di 10.800 uomini.  
Tuttavia, l’attacco aereo dell’esercito governativo ivoriano contro le basi dei ribelli del nord cominciato giovedì mattina, sembra aver colto tutti di sorpresa. Secondo i ribelli, almeno 11 persone sarebbero rimaste uccise e un centinaio ferite. Se la notizia fosse confermata, il bilancio dei morti, compresi gli otto francesi, sarebbe di 19 in tre giorni, oltre a 123 feriti.
Subito dopo l’attacco alla loro postazione, i soldati della Liocorne avrebbero risposto distruggendo i due caccia bombardieri Sukhoi delle forze armate ivoriane.

La notizia della morte dei francesi ha determinato l’immediata reazione di Parigi, che ha subito provveduto allo spostamento di tre caccia Mirage F-1 dal Ciad alla capitale del Gabon, Libreville. Una mossa precauzionale, studiata per la necessità di un intervento immediato. In tal caso, gli apparecchi militari francesi potrebbero attraversare in breve tempo il Golfo di Guinea, penetrando da sud o da ovest nello spazio aereo della Costa d’Avorio.

I rapporti diplomatici tra Parigi e Abidjan sono tesi, specie dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri francese, Michelle Alliot-Marie, che non ha esitato a ritenere il presidente Laurent Gbagbo "personalmente responsabile" della crisi.

Nel frattempo, oltre alle città settentrionali di Bouakè e Korhogo, anche in altre località del sud si sono registrati disordini. Ieri, nella capitale commerciale Abidjan, alcune decine di giovani sostenitori di Gbagbo hanno attaccato le sedi di due tra i principali partiti d’opposizione vicini ai ribelli.
 
Una situazione di caos, all’interno del quale sembra delinearsi l’ipotesi di un attacco-lampo studiato da tempo dal governo ivoriano per riprendersi il nord e riunificare la Costa d’Avorio dopo la frattura generatasi nel settembre del 2002 e gli ormai falliti accordi di pace di Marcoussis (2003), nei pressi di Parigi, e di Accra, in Ghana (quest’anno).
Secondo il quotidiano Le Monde, le sedi della principale emittente ad Abidjan, la Radio-Television Ivorienne, e i ripetitori delle internazionali Africa N°1 e Bbc sono state assaltate e danneggiate dai facinorosi vicini al governo ivoriano. Nel frattempo, sempre secondo il quotidiano francese, da giorni i veicoli normalmente utilizzati per la raccolta del cacao trasportavano militari da una regione all’altra. Quasi come se qualcuno avesse posizionato una serie di pedine chiave per colpire all’improvviso, tagliando le principali linee di comunicazione e lasciando un intero paese nel black-out.

Tra le molteplici cause che hanno portato a questa insanabile frattura nel principale produttore di cacao, ce ne sarebbe una di cui si parla poco, ma che riveste una certa importanza: la differenza tra il sud cristiano e il nord musulmano, divisi da culture diverse e da una rivalità ben più radicata rispetto alla giovane cortina di ferro che li divide.

Da New York, Corinne Dufka, coordinatrice dell’organizzazione Human Rights Watch per la Costa d’Avorio, è convinta che l’attacco lanciato dal governo ai ribelli del nord sia stato un’inevitabile conseguenza del pantano politico nel quale erano finiti i tentativi di entrambe le parti di formare un governo di unità nazionale: “E’ stata un’azione improvvisa, tuttavia ce l’aspettavamo. La divisione tra nord e sud molto più profonda di quanto si pensi. Un governo di unità nazionale o di collaborazione tra la parti in conflitto avrebbe comportato dei rischi. Da una parte, il presidente Laurent Gbagbo si rendeva conto che con il Paese unito, non avrebbe mai ottenuto il consenso di ben 3 milioni di persone nel nord, molto più legate ai ribelli. Questi ultimi, dal canto loro, non avrebbero avuto alcun appoggio nel sud, che è molto più fedele a Gbagbo”.

Due giocatori di scacchi, insomma, alle prese con uno stallo che logorava i nervi e dal quale nessuno avrebbe guadagnato alcunché, a parte più di 3mila morti. Tanto da indurre Gbagbo a giocare la mossa più offensiva, dribblando la diplomazia e ben due contingenti di peacekeepers – quello francese e quello delle Nazioni Unite – tentando lo scacco al re avversario.
”Come organizzazione dei diritti umani non ci schieriamo né dall’una né dall’altra parte – precisa la Dufka – chiediamo solo che i civili vengano risparmiati”.
 
Un processo di pace irrimediabilmente compromesso?
”Si tratta sicuramente della più grave crisi dagli accordi di Marcoussis”, commenta da Parigi Francis Laloupo, caporedattore del mensile La Nouelle Afrique-Asie. “E’ la prima volta da più di un anno e mezzo a questa parte che dalle minacce si passa alle armi”. Laloupo precisa che l’approccio nord musulmano contro sud cristiano, sovente adottato dai media per descrivere in modo semplicistico l’impasse politica ivoriana, nasconde una questione molto più complessa. 
”Il nocciolo della spaccatura tra nord e sud si basa su un concetto nazionalistico introdotto dall’attuale governo: il concetto di ivorianità, che bolla come non-ivoriani tutti coloro che non hanno entrambi i genitori originari della Costa d’Avorio. Nel nord moltissime persone hanno origini Maliane, Burkinabè, Guineane, Ghanesi. E, spesso, sono vittime di discriminazioni”.
 
Ne sa qualcosa Alassane Dramane Ouattara, leader della Coalizione dei repubblicani, a cui fu negata la possibilità di candidarsi alla presidenza come rivale di Gbagbo per le sue origini Burkinabè.
Il giornalista del mensile francese ritiene la mossa di Gbagbo un “atto di forza che rappresenta una negazione totale dell’azione delle Nazioni Unite, della Francia e della Comunità degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao), che hanno più volte tentato di trovare un compromesso pacifico. Questa nuova crisi che si è abbattuta sulla Costa d’Avorio – conclude Laloupo – è particolare, rispetto a molte altre nel mondo. Qui, infatti, nessuno riesce a capire dove sia il centro del potere”.

Pablo Trincia

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