Scritto per noi da
Gianluca Ursini

“Il Burundi sarà un esempio per tutti gli altri Paesi in conflitto in Africa”
esclama vittorioso un portavoce dell’Unione africana inviato a monitorare le elezioni
in un Paese diviso da 12 anni di guerre civili tra hutu e tutsi, una replica in
scala minore del conflitto ruandese. Dal colpo di stato del maggiore Pierre Buyoya
del novembre 1993 continui attacchi hanno provocato quasi 300mila morti, in gran
parte civili. Un milione e 100mila burundesi avevano cercato rifugio lontano dalle
loro case, 800mila nella confinante Tanzania e 300mila all’interno dei confini.
Elezioni pacifiche. La commissione elettorale indipendente vigilata dalla missione Onu nel Paese
ha reso note le cifre delle prime consultazioni legislative dopo anni di violenze,
con una affluenza del 73 percento e la larga vittoria per il maggiore dei sette
gruppi ribelli che avevano avvelenato l’atmosfera, le ‘Forze per la Difesa della
Democrazia Fdd. La responsabile Onub, Carolyn McAskie, ha rilevato un’affluenza
alle urne “pacifica”, salvo una singola granata esplosa contro un seggio nella
capitale Bujumbura, il che spiega l’afflusso del 73 percento dei 3,2 milioni di
elettori registrati. Con il 53 percento dei seggi conquistati il Fdd si candida
a scegliere il prossimo presidente, che l’Assemblea eleggerà il 17 agosto. Con
ogni probabilità si aspettava la candidatura del leader Fdd Pierre Nkurunziza.
E' arrivata infatti oggi, 11 luglio, la candidatura ufficiale di Nkurunziza da
parte del Consiglio nazionale per la Difesa della democrazia, organo decisionale
della sua formazione politica, il Fdd (Force Nationale de Defense de la Démocracie).
La gran maggioranza dei 428 delegati del consigliodel Fdd ha votato per il 41enne
ex ministro e terza carica del governo di transizione appena decaduto. Si spera
il destino gli riservi una sorte migliore dei suoi predecessori Hutu, regolarmente
assassinati.
Presidente Hutu, un lavoro rischioso. Il primo presidente regolarmente eletto dall’indipendenza – ottenuta dal Belgio
nel 1961 – fu Melchior Ndadaye, poi assassinato da un accolito del Maggiore Buyoya
nell’ottobre 1993. A succedergli un altro hutu, Cyprien Ntaryamira, rimasto ucciso
nell’abbattimento dell’aereo presidenziale in cui viaggiava con il presidente
del confinante Rwanda, Juvenal Habyarimana, nell'aprile 1994.
Le speranze adesso sono tutte per una nuova era di riconciliazione; dietro i
vincitori il partito dell’ex presidente Domitien Ndayizeye, il Frodebu con appena
il 22 percento dei voti. Lo stesso Ndayizeye era stato accusato di non voler abbandonare
la presidenza dopo aver rimandato di sei mesi le elezioni previste per l’ottobre
passato dagli accordi di pace del 2003 in Tanzania. Ndayizeye aveva accettato
dalle mani del golpista Buyoya il potere per un governo di transizione verso elezioni
democratiche e l’approvazione d’una costituzione transitoria. La nuova costituzione,
dopo l’incorporazione del Fdd tra le forze governative in cambio della tregua,
ha visto la luce lo scorso ottobre ed è stata sottoposta a un referendum dall’esito
positivo lo scorso marzo. Intanto in dicembre il definitivo cessate il fuoco ha
permesso l’accordo tra ogni forza ribelle, tranne il ‘Front de Liberation National’, che opera intorno la capitale, unico gruppo i cui elementi non sono entrati
a far parte del nuovo esercito burundese, in cui ogni fazione è rappresentata.
Parole di pace. I primi segnali del nuovo partito di potere sono per la distensione. “Dobbiamo
anzitutto pensare alla riconciliazione, arrivare a essere uno stato e non un gruppo
- nazione, ha detto il portavoce Fdd Karenga Ramadhani.
Una voce disposta alla riconciliazione viene addirittura dall’autore di ben due
colpi di stato, il maggiore Buyoya, il cui partito Tutsi, l’Uprona (Unione per
il progresso della nazione), ha ottenuto uno striminzito 14 percento. “Bisogna
accettare il risultato delle elezioni democratiche – ha dichiarato all’agenzia
Afp – non dobbiamo far suonare gli allarmi del terrore, avremo fiducia in chi
ha vinto”. In parlamento su 100 seggi, almeno 40 sono comunque riservati ai Tutsi
e i restanti 60 agli Hutu.
Verità e perdono. E la riconciliazione sembra avviata lungo un processo già conosciuto in Sud Africa
con la commissione presieduta dal vecovo Desmond Tutu nel 1995. L’11 giugno passato
il governo di transizione ha accettato la proposta Onu per creare una “Commissione
per la Verità e la riconciliazione” che stabilisca quali e quanti crimini siano
stati commessi e da chi nei 12 anni di guerra civile. La Commissione non emetterà
sentenze di condanna a morte, bensì potrà accordare il perdono nazionale a chi
si è reso colpevole di delitti non pianificati. Il punto debole di tale organismo
giudiziario, formato da cinque giudici, di cui almeno due burundesi, sarà l'impossibilità
di concedere il risarcimento per i danni materiali subiti. “La presenza di agenti
internazionali nella commissione è l'unica garanzia del suo eventuale successo”
commenta padre Jan Kamty, per oltre 30 anni a capo di una missione carmelitana
nel Burundi centrale, a Musongkapi. “Pur di fronte a elezioni dall’esito positivo,
non si può sperare nella fine della violenza: i ricordi di quel che è successo
durante la guerra civile sono ancora vividi - ripete il frate polacco - anche
se la situazione non è paragonabile con quanto è successo in Rwanda. In Burundi
sono molto frequenti i matrimoni misti tra i due popoli. Mi ricordo un caso particolare:
in missione avevamo due cuochi, un hutu e un tutsi. Durante i primi scontri il
tutsi vide uccidere la moglie. Nove mesi dopo un hutu chiese sua figlia in sposa
e il vedovo diede il suo consenso. I suoi parenti di Bujumbura gli chiesero se
avesse perso la testa, a fare entrare in famiglia chi poteva magari conoscere
gli assassini della moglie. Sa cosa ha risposto quel grand’uomo? “Non sono io
ad aver perso la testa, ma forse voi ad aver perso la fede”. Storie che dimostrano
la grande fiducia necessaria ai burundesi l’uno verso l’altro per superare 12
anni di lutti. Un esempio per ogni altra nazione africana.
Red