Gli 'orfani di guerra' giapponesi abbandonati in Cina nel 1945 non saranno risarciti

Beffati dalla storia e ora anche dalla giustizia. Per migliaia di giapponesi
ormai anziani, che alla fine della seconda guerra mondiale furono forzatamente
divisi dalle loro famiglie nella Cina nord-orientale occupata dall’impero nipponico
sconfitto, la sentenza emessa la scors asettimana da un tribunale di Osaka rischia
di mettere
una pietra sopra le decine di cause di risarcimento intentate contro il governo
il Tokyo: i giudici hanno stabilito che lo Stato giapponese è in parte da biasimare per
le loro sofferenze passate e presenti, ma non è tenuto ad accollarsene il costo.
Un’odissea lunga sessant’anni. Il verdetto coinvolge trentadue giapponesi tra i 59 e i 79 anni, cresciuti in
Cina ma rimpatriati all’inizio degli anni Ottanta. Nella loro stessa situazione
ci sono però altri duemila “orfani di guerra” (come sono stati soprannominati),
cioè le vittime morali della resa del Giappone nel 1945. Lo stato-fantoccio del
Manchukuo, stabilito nella Cina nord-orientale dall’impero nipponico dopo l’occupazione
del 1931, era crollato insieme alle ultime difese di Tokyo. Centinaia di migliaia
di contadini giapponesi emigrati nella Manciuria occupata vennero cacciati con
la forza, molti altri furono uccisi. Dietro di loro rimanevano decine di migliaia
di bambini sotto i 13 anni, che furono cresciuti da famiglie cinesi. Dopo che
nel 1972 Cina e Giappone ristabilirono rapporti diplomatici, Tokyo lanciò un programma
per far rimpatriare gli “orfani di guerra”. E nei primi anni Ottanta molti di
loro lasciarono la patria adottiva per stabilirsi in Giappone. Ma il loro reinserimento
nel Paese che avevano visto solo da bambini si è rivelato più difficile del previsto.
Ignorati dai parenti e incapaci di parlare un buon giapponese, gli orfani ormai
cresciuti hanno avuto serie difficoltà a trovare lavori qualificati. Oggi circa
il 70 per cento di essi vive con sussidi previdenziali di 30mila yen al mese (250
euro).
Tutti in tribunale. Il colpevole dei loro problemi, accusano, è il governo di Tokyo, che ha ritardato
per troppo tempo il loro rimpatrio e poi non li ha aiutati abbastanza a rifarsi
una vita. Dei circa 2.500 orfani rimpatriati fino ad oggi, negli ultimi anni oltre
duemila hanno fatto causa contro lo Stato presso diversi tribunali giapponesi,
chiedendo un risarcimento di 33 milioni di yen a testa (248mila euro). La sentenza
della corte distrettuale di Osaka è solo la prima, nei prossimi mesi altri tribunali
si pronunceranno in merito. I giudici di Osaka hanno riconosciuto le sofferenze
dei bambini rimasti in Cina prima e dopo che tornassero in Giappone, ma hanno
negato qualsiasi responsabilità dei governanti. Anche se Tokyo avrebbe dovuto
darsi da farse prima per identificare gli orfani e riportarli in patria, per la
corte l’unico colpevole è il caos delle ultime fasi della seconda guerra mondiale.
Le reazioni. “Le nostre richieste non sono elevate”, ha detto ai giornalisti Toshio Matsuda,
il leader degli orfani che si sono visti negare il risarcimento richiesto. “Vogliamo
solo giustizia e diritti umani. Continueremo a lottare finché non avremo vinto”.
Dopo la sentenza di primo grado negativa, i 32 orfani hanno infatti già annunciato
di voler ricorrere in appello. Anche se con meno ottimismo di prima: “Non sono
sicuro che sia stata una buona idea ritornare in Giappone”, ha detto uno di loro
ai giornalisti.