Lavora giorno e notte alla macchina da cucire, per sbarcare il lunario e continuare a sperare
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È una Singer di quelle vecchie, a pedali, con una corda in tensione aggiustata
mille volte e un ago che cade sempre troppo vicino alle dita. Dita che passano
lungo il bordo della cucitura a una velocità impossibile da captare con gli occhi,
che dà vertigine.
Le dita, già ricurve, fanno scorrere l'immensa tela cucita a memoria, centimetro
per centimetro, seguendo un modello sempre uguale.
La donna lavora seduta di spalle alla porta, dalla quale mi sporgo per osservarla
meglio, da vicino. È notte, la luce è molto fioca e bisognerà addentrarsi nella
casa con attenzione.
Più che altro è per non svegliare i bambini, che dormono in fondo alla stanza,
tutti e tre appiccicati in un letto su un materasso sottile, abituati a sognare
in un breve spazio senza nemmeno muoversi per non interrompere il sonno dell'altro
fratello. Si sveglieranno per qualsiasi rumore diverso da quello della ruota e
delle battute della macchina da cucire. Sono ormai abituati ad addormentarsi con
questo rumore. A volte si sente un gemito improvviso quando una delle dita, dopo
molte ore che scorrono vicino all'ago, si avvicina troppo e si ferisce, e una
macchia rossa segue, immediata. La donna è abituata anche al sapore del suo sangue
e con la saliva cicatrizza subito la ferita. Anche questo stesso dolore, ormai,
è un'abitudine.
Meglio non pensare. Rubare ore al giorno non è facile qui nelle
maquilas. Ancora peggio quando si ha una famiglia sulle spalle. Di mattina bisogna preparare
tutto molto presto per arrivare in tempo nella fabbrica della Zona Franca e lì
continuare a cucire, pezzi su pezzi. All'imbrunire, bisogna correre a casa e continuare
a cucire. La cosa brutta sono i pensieri, i ricordi. Sono pericolosi. Lasciarsi
trasportare dalla mente anche per alcuni secondi, mentre l'ago continua a muoversi
imperterrito, una e una volta ancora tra le dita, può portare ferite più grandi.
E il giorno ha solo ventiquattro ore, troppo corte per tirare avanti e fare tutto.

Mal comune. Il suo salario nella Zona Franca non arriva a cento dollari. Vivendo a Managua,
oggigiorno non è altro che l'illusione del nulla, l'illusione di avere un lavoro,
ma tutti i giorni si domanda se non guadagnerebbe qualcosa di più cucendo per
conto proprio come fa di notte. "Sono in centinaia - racconta - quelle che lavorano
con lei cucendo nello stesso capannone della Zona Franca. Ma non abbiamo praticamente
nessun tipo di rapporto tra di noi, perché viviamo cambiando luogo di lavoro,
andando e venendo dalla fabbrica". Non è un lavoro per tutta la vita, è solo per
arrangiarsi mentre trovano qualcos'altro, ma a volte ormai non vale la pena faticare
per cercare cose nuove, e rimangono lì, per sempre. Molte delle donne che lavorano
nelle Zone Franche passano da lavori come domestiche a sarte od operaie della
fabbrica. "Si ha paura persino a chiedere un permesso per andare dal medico -
aggiunge - per portare il bambino dal pediatra o per andare in bagno più di una
volta al giorno. Si ha paura di essere rimproverate davanti a tutti o peggio di
essere licenziate". Io l'ascolto mentre aspetto che dalla macchina esca un pantalone
difettoso che ho comprato e che lei sta aggiustando. Le ho chiesto se da quando
lavora nella Zona Franca ha riscontrato qualche miglioramento nella sua vita.
"Continuo nella stessa situazione, continuo senza potermi permettere un pavimento
in questa casa. È la stessa terra e lo stesso legno". E anche la stessa macchina
da cucire di sempre. Tempo fa, il funzionario che ora è Ministro del Tesoro difendeva
i vantaggi del Cafta dicendo che avrebbe potenziato ancora di più le Zone Franche
e l'inorgogliva il fatto che durante il governo dell'Ingegnere Bolaños si erano
aperte tante nuove maquilas quanti erano i mesi di governo. A quei tempi erano vicini a compiere due anni
e dava i brividi pensare a quante fabbriche e quanta manodopera significava. Tuttavia,
risulta difficile vedere il progresso portato da queste fabbriche manifatturiere,
da imprese così volubili che oggi possono essere qui e domani in un altro posto
e che non offrono certo ai lavoratori quelle migliori condizioni di vita che vanno
dicendo.
Per gli Stati Uniti può arrivare ad essere più redditizio avere centinaia di
migliaia di centroamericani che cuciono pezzi di vestiti che continuare a importarli
dalle mani di centinaia di migliaia di cinesi. Per essere più competitivi dei
cinesi, però, bisogna essere più convenienti sul mercato e questo passa attraverso
l'avere manodopera più bassa e quindi meno diritti per i lavoratori e salari al
minimo.
Ma quale progresso. È difficile pensare a un progresso che passi attraverso il Regime delle Zone
Franche e il fatto che dopo alcuni anni non si sia ancora visto nemmeno una parte
di quel progresso sbandierato, è una prova di quanto sto dicendo. Sperare che
i lavoratori del Nicaragua vengano protetti dalle autorità preposte alla difesa
dei loro diritti è illudersi, perché sono tanti gli esempi di come in Nicaragua
si sia disposti a dare priorità a un'impresa passando sopra agli esseri umani.
Basta guardare i bananeros del Nemagón.

Speranza nel futuro, nonostante tutto. Il peggiore futuro per il Nicaragua è che assomigli al suo presente. Una ripetizione
dell'incubo dove tutto continua allo stesso modo. Da quando la conosco, e ormai
sono anni, ogni volta che passo dalla casa della mia vicina sarta tutto è uguale.
Chi entra la vede sempre di spalle, a volte con un asciugamano sulle spalle per
ripararsi dal fresco della notte, mentre spinge il pedale e la ruota senza mai
fermarsi. Il tessuto scorre infinito. Tutto continua uguale. Ma lei ha la pazienza
di attendere che qualcosa cambi, in meglio. Il peggio non è concepito. Sarebbe
troppo e il solo pensarlo fa male. Dovremmo fare molto di più per progredire e
andare avanti, molto di più di un Cafta che sappiamo già chi beneficerà, molto
di più ovviamente di una disputa legale tra Corti di Giustizia, molto di più di
consulenze che dopo si mettono in un cassetto e non servono a niente.
Finora niente di questo è servito a far sì che la donna della quale vi parlo
smetta di perdere il sonno davanti a una vecchia macchina da cucire che si muove
ogni notte senza sosta. E che, nonostante tutto, continua a sperare, mentre muove
la ruota.