07/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Lavora giorno e notte alla macchina da cucire, per sbarcare il lunario e continuare a sperare
 scritto da
Francisco J. Sancho Más

 
Lavoratrice della zona franca, foto di Giorgio TrucchiÈ una Singer di quelle vecchie, a pedali, con una corda in tensione aggiustata mille volte e un ago che cade sempre troppo vicino alle dita. Dita che passano lungo il bordo della cucitura a una velocità impossibile da captare con gli occhi, che dà vertigine.
Le dita, già ricurve, fanno scorrere l'immensa tela cucita a memoria, centimetro per centimetro, seguendo un modello sempre uguale.
La donna lavora seduta di spalle alla porta, dalla quale mi sporgo per osservarla meglio, da vicino. È notte, la luce è molto fioca e bisognerà addentrarsi nella casa con attenzione.
Più che altro è per non svegliare i bambini, che dormono in fondo alla stanza, tutti e tre appiccicati in un letto su un materasso sottile, abituati a sognare in un breve spazio senza nemmeno muoversi per non interrompere il sonno dell'altro fratello. Si sveglieranno per qualsiasi rumore diverso da quello della ruota e delle battute della macchina da cucire. Sono ormai abituati ad addormentarsi con questo rumore. A volte si sente un gemito improvviso quando una delle dita, dopo molte ore che scorrono vicino all'ago, si avvicina troppo e si ferisce, e una macchia rossa segue, immediata. La donna è abituata anche al sapore del suo sangue e con la saliva cicatrizza subito la ferita. Anche questo stesso dolore, ormai, è un'abitudine.    
 
Meglio non pensare. Rubare ore al giorno non è facile qui nelle maquilas. Ancora peggio quando si ha una famiglia sulle spalle. Di mattina bisogna preparare tutto molto presto per arrivare in tempo nella fabbrica della Zona Franca e lì continuare a cucire, pezzi su pezzi. All'imbrunire, bisogna correre a casa e continuare a cucire. La cosa brutta sono i pensieri, i ricordi. Sono pericolosi. Lasciarsi trasportare dalla mente anche per alcuni secondi, mentre l'ago continua a muoversi imperterrito, una e una volta ancora tra le dita, può portare ferite più grandi. E il giorno ha solo ventiquattro ore, troppo corte per tirare avanti e fare tutto.
  Lavoratrice della zona franca, foto di Giorgio Trucchi
Mal comune. Il suo salario nella Zona Franca non arriva a cento dollari. Vivendo a Managua, oggigiorno non è altro che l'illusione del nulla, l'illusione di avere un lavoro, ma tutti i giorni si domanda se non guadagnerebbe qualcosa di più cucendo per conto proprio come fa di notte.  "Sono in centinaia - racconta - quelle che lavorano con lei cucendo nello stesso capannone della Zona Franca. Ma non abbiamo praticamente nessun tipo di rapporto tra di noi, perché viviamo cambiando luogo di lavoro, andando e venendo dalla fabbrica". Non è un lavoro per tutta la vita, è solo per arrangiarsi mentre trovano qualcos'altro, ma a volte ormai non vale la pena faticare per cercare cose nuove, e rimangono lì, per sempre. Molte delle donne che lavorano nelle Zone Franche passano da lavori come domestiche a sarte od operaie della fabbrica. "Si ha paura persino a chiedere un permesso per andare dal medico - aggiunge - per portare il bambino dal pediatra o per andare in bagno più di una volta al giorno. Si ha paura di essere rimproverate davanti a tutti o peggio di essere licenziate". Io l'ascolto mentre aspetto che dalla macchina esca un pantalone difettoso che ho comprato e che lei sta aggiustando. Le ho chiesto se da quando lavora nella Zona Franca ha riscontrato qualche miglioramento nella sua vita. "Continuo nella stessa situazione, continuo senza potermi permettere un pavimento in questa casa. È la stessa terra e lo stesso legno". E anche la stessa macchina da cucire di sempre. Tempo fa, il funzionario che ora è Ministro del Tesoro difendeva i vantaggi del Cafta dicendo che avrebbe potenziato ancora di più le Zone Franche e l'inorgogliva il fatto che durante il governo dell'Ingegnere Bolaños si erano aperte tante nuove maquilas quanti erano i mesi di governo. A quei tempi erano vicini a compiere due anni e dava i brividi pensare a quante fabbriche e quanta manodopera significava. Tuttavia, risulta difficile vedere il progresso portato da queste  fabbriche manifatturiere, da imprese così volubili che oggi possono essere qui e domani in un altro posto e che non offrono certo ai lavoratori quelle migliori condizioni di vita che vanno dicendo.
Per gli Stati Uniti può arrivare ad essere più redditizio avere centinaia di migliaia di centroamericani che cuciono pezzi di vestiti che continuare a importarli dalle mani di centinaia di migliaia di cinesi. Per essere più competitivi dei cinesi, però, bisogna essere più convenienti sul mercato e questo passa attraverso l'avere manodopera più bassa e quindi meno diritti per i lavoratori e salari al minimo.   
 
Ma quale progresso. È difficile pensare a un progresso che passi attraverso il Regime delle Zone Franche e il fatto che dopo alcuni anni non si sia ancora visto nemmeno una parte di quel progresso sbandierato, è una prova di quanto sto dicendo. Sperare che i lavoratori del Nicaragua vengano protetti dalle autorità preposte alla difesa dei loro diritti è illudersi, perché sono tanti gli esempi di come in Nicaragua si sia disposti a dare priorità a un'impresa passando sopra agli esseri umani. Basta guardare i bananeros del Nemagón.
  Lavoratrice della zona franca
Speranza nel futuro, nonostante tutto. Il peggiore futuro per il Nicaragua è che assomigli al suo presente. Una ripetizione dell'incubo dove tutto continua allo stesso modo. Da quando la conosco, e ormai sono anni, ogni volta che passo dalla casa della mia vicina sarta tutto è uguale. Chi entra la vede sempre di spalle, a volte con un asciugamano sulle spalle per ripararsi dal fresco della notte, mentre spinge il pedale e la ruota senza mai fermarsi. Il tessuto scorre infinito. Tutto continua uguale. Ma lei ha la pazienza di attendere che qualcosa cambi, in meglio. Il peggio non è concepito. Sarebbe troppo e il solo pensarlo fa male. Dovremmo fare molto di più per progredire e andare avanti, molto di più di un Cafta che sappiamo già chi beneficerà, molto di più ovviamente di una disputa legale tra Corti di Giustizia, molto di più di consulenze che dopo si mettono in un cassetto e non servono a niente. 
Finora niente di questo è servito a far sì che la donna della quale vi parlo smetta di perdere il sonno davanti a una vecchia macchina da cucire che si muove ogni notte senza sosta. E che, nonostante tutto, continua a sperare, mentre muove la ruota.
Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Nicaragua
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