Se al G8 si discute di aiuti e mercati aperti, i contadini africani chiedono più protezione
scritto per noi da
Gianluca Ursini
"Cari G8, l'Africa può sfamare se stessa grazie al lavoro delle sue famiglie;
chiede di avere il timone del proprio sviluppo, non una maggiore invadenza del
mercato internazionale", è il testo del messaggio affidato da una rete di sindacati
di agricoltori in 10 Paesi dell'Africa occidentale, il Roppa, ai potenti riuniti
in questi giorni al vertice delle otto nazioni più potenti. Circa il 75 percento
degli africani vive in zone rurali, secondo statistiche Ifad, agenzia Onu per
l'agricoltura. Secondo il Roppa, le terre coltivate direttamente sfamano al 90
percento le comunità locali. Un modello di agricoltura forse diverso dalle colture
intensive europee che beneficiano dell'apertura dei mercati. "Solo tramite il
commercio possiamo trasformare l’assistenza umanitaria verso l’Africa in uno sviluppo
economico sostenibile", ha invece dichiarato il commissario europeo al Commercio
Peter Mandelson, mentre si allestiva lo scenario per la tre giorni del G8, che
vedrà le maggiori potenze economiche riunite fino a venerdì a Gleneagles, in Scozia.
Ricetta chiara per uno dei temi segnati in rosso nell’agenda del summit: ridurre
drasticamente entro il 2010 la povertà nel continente africano.
'Diamogli la mancia'. Una commissione creata dal padrone di casa Tony Blair, premier britannico, ha
presentato le sue conclusioni sullo sviluppo del continente più povero a inizio
settimana: la ricetta di Downing Street passa per a) la cancellazione del debito
al 100 percento per le 18 nazioni più povere, di cui 16 africane b) il raddoppio
degli aiuti al continente e c) la rimozione delle barriere al commercio tra nazioni
ricche e Stati africani. Migliorare le condizioni di governo (la
governance) di nazioni la cui corruzione endemica divora buona parte degli aiuti internazionali
viene menzionata a margine delle proposte redatte dalla ‘
Commission for Africa’. Viene citato come successo di questo summit ‘scozzese’ del G8 il fatto che
“tredici nazioni europee hanno accettato di destinare lo 0,70 percento del loro
prodotto nazionale in aiuti ai Paesi meno sviluppati – ha detto Blair all’agenzia
Reuters – risultato mai raggiunto nei 30 anni precedenti”. Ma era un obiettivo
del primo summit a 5, a Chateubriand nel 1975. Venerdì scorso il presidente Usa
George W. Bush ha promesso di raddoppiare gli aiuti all’Africa in cinque anni,
fino a 8,6 miliardi di dollari entro il 2010.
Non ci serve l’elemosina. Non è detto che i beneficiati la vedano così, nonostante il clamore mondiale
suscitato dai 10 concerti del ‘Live8’ tenuti sabato scorso per raccogliere fondi
da destinare a programmi d’aiuto ai Paesi africani. “Non sarà sull’elemosina che
costruiremo il futuro dell’Africa – ha detto lunedì Muhammar Gheddafi aprendo
i lavori del vertice dell’Unione africana a Sirte in Libia, contraltare del summit
scozzese – anzi con essa si aumenta solo la differenza già esistente. Secondo
l’agenzia ‘Misna’, il capo di stato libico ha chiesto agli africani di puntare
sull’autosufficienza senza elemosinare più aiuti, spesso elargiti a pesanti condizioni.
“Non dobbiamo andare alla porta dei grandi a pregare per una riduzione del debito.
Veniamo insultati costantemente e ce lo meritiamo”.
L’Africa può sfamare se stessa. Un buon punto di partenza potrebbe essere lasciare che gli africani si sfamino
da soli, invece d’inviare aiuti alimentari. “L’Africa non ha bisogno dell’Occidente,
può benissimo sfamarsi da sola”, conferma a Peacereporter Andrea Fugaro del Dipartimento
economico Coldiretti. L’associazione che rappresenta gli agricoltori italiani
appoggia una campagna lanciata da una rete di 60 associazioni di categoria di
10 Paesi dell’Africa occidentale (‘Roppa’, ‘
Reseau des organisations paysannes et de producteurs agricoles de l’Afrique de
l’Ouest’) con l’appoggio delle organizzazioni italiane ‘Terranuova’ e
‘Crocevia’, per chiedere di “scegliere e gestire direttamente il proprio sviluppo”. I dati
presentati dalle ong italiane parlano di un aumento della produzione agricola
tra il 20 e l’80 percento in quella zona del mondo nel periodo 1990-2002; più
dell’America del Nord (cresciuta dallo 0 al 20 percento) o dell’Europa dell’Est
che ha dimezzato la sua produzione. Il ‘Gruppo d’appoggio al movimento contadino
nell’Africa occidentale’ denuncia che per disporre di entrate monetarie i Paesi
africani hanno sostituito una parte delle coltivazioni di sussistenza con quelle
da esportazione, destinate ad approvvigionare gli stabilimenti dell’industria
agroalimentare del Nord del mondo. Questa situazione ha ridotto l’Africa occidentale
a regione importatrice di prodotti alimentari, in una zona che invece era fino
ad allora forte esportatrice. Dal 1993 al 2002 questa area ha aumentato le proprie
importazioni di cereali del 60 percento (per il resto del mondo l’aumento è stato
del 18,2 percento ), mentre la loro produzione è aumentata solo del 16,3 percento
(6 percento a livello planetario).
Supply distribution. La soluzione non è solo aprire i mercati alle merci africane. “Come se per
i contadini dei Paesi poveri fosse la cosa più importante – spiega a Peacereporter Nora McKeon di ‘Terra Nuova’ –non è così: il nodo fondamentale è la ‘supply distribution’, regolamentare la distribuzione dei prodotti. Non c’è conflitto tra agricolture
del Nord e del Sud. A scontrarsi sono invece due modelli d’agricoltura, tra chi
punta sulla produzione familiare e chi favorisce quella industraile. Il Roppa
ha a cuore l’80 per cento di popolazione rurale dei Paesi che rappresenta: per
i piccoli coltivatori non è importante avere accesso ai mercati europei ed africani,
ma riuscire a sopravvivere sui propri mercati. Finora le istituzioni internazionali
(come Banca Mondiale e Fondo Monetario) hanno messo come condizioni per la concessione
di prestiti l’abbattimento di dazi e tariffe doganali per l’ingresso di merci
dal Nord del mondo. A scapito dei Paesi meno sviluppati, che come unica arma hanno
l’imposizione di barriere tariffarie, mentre le nazioni ricche possono ricorrere
ad altri escamotage, come gli standard fito-sanitari per bloccare i prodotti africani
alle frontiere. Non vedo – conclude McKeon - che motivi ci siano per non lasciare
agli africani la possibilità di mettere dazi per rinforzare i mercati nazionali,
così come fecero gli europei nell’ultimo dopoguerra”. Agricoltura ultraliberista
o sviluppo del territorio, mirato all’autosufficienza alimentare. “Il problema
è proprio nella Politica europea agricola che vorrebbe mister Blair – spiega Antonio
Onorati di Crocevia - una Pac (politica comunitaria) di sostegno alla produzione
industriale, con l’obiettivo di ottenere costi decrescenti. Tutto questo a scapito
della qualità del prodotto, con un danno finale per il consumatore”. Una critica
alle agricolture del nord assistite, ma non solo quella. “Le politiche di sostegno
all’agricoltura servono, ma non queste idee ultraliberiste; ci vorrebbero politiche
che vadano incontro alle esigenze del territorio. Così come non è necessario aiutare
gli africani ad esportare i loro prodotti, bensì a raggiungere l’autosufficienza
alimentare” conclude Onorati. “La cosa, di cui hanno più bisogno è scegliere da
soli la politica agricola che più conviene loro” conferma Fugaro. Intanto gli elemosinieri sono riuniti. E discutono intorno al tavolo sulla misura della
mancia di chi ha servito loro sulla mensa i suoi migliori prodotti.