06/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Se al G8 si discute di aiuti e mercati aperti, i contadini africani chiedono più protezione
scritto per noi da
Gianluca Ursini
 
"Cari G8, l'Africa può sfamare se stessa grazie al lavoro delle sue famiglie; chiede di avere il timone del proprio sviluppo, non una maggiore invadenza del mercato internazionale", è il testo del messaggio affidato da una rete di sindacati di agricoltori in 10 Paesi dell'Africa occidentale, il Roppa, ai potenti riuniti in questi giorni al vertice delle otto nazioni più potenti. Circa il 75 percento degli africani vive in zone rurali, secondo statistiche Ifad, agenzia Onu per l'agricoltura. Secondo il Roppa,  le terre coltivate direttamente sfamano al 90 percento le comunità locali. Un modello di agricoltura forse diverso dalle colture intensive europee che beneficiano dell'apertura dei mercati. "Solo tramite il commercio possiamo trasformare l’assistenza umanitaria verso l’Africa in uno sviluppo economico sostenibile", ha invece dichiarato il commissario europeo al Commercio Peter Mandelson, mentre si allestiva lo scenario per la tre giorni del G8, che vedrà le maggiori potenze economiche riunite fino a venerdì a Gleneagles, in Scozia. Ricetta chiara per uno dei temi segnati in rosso nell’agenda del summit: ridurre drasticamente entro il 2010 la povertà nel continente africano.
 
'Diamogli la mancia'. Una commissione creata dal padrone di casa Tony Blair, premier britannico, ha presentato le sue conclusioni sullo sviluppo del continente più povero a inizio settimana: la ricetta di Downing Street passa per a) la cancellazione del debito al 100 percento per le 18 nazioni più povere, di cui 16 africane b) il raddoppio degli aiuti al continente e c) la rimozione delle barriere al commercio tra nazioni ricche e Stati africani. Migliorare le condizioni di governo (la governance) di nazioni la cui corruzione endemica divora buona parte degli aiuti internazionali viene menzionata a margine delle proposte redatte dalla ‘Commission for Africa’. Viene citato come successo di questo summit ‘scozzese’ del G8 il fatto che “tredici nazioni europee hanno accettato di destinare lo 0,70 percento del loro prodotto nazionale in aiuti ai Paesi meno sviluppati – ha detto Blair all’agenzia Reuters – risultato mai raggiunto nei 30 anni precedenti”. Ma era un obiettivo del primo summit a 5, a Chateubriand nel 1975. Venerdì scorso il presidente Usa George W. Bush ha promesso di raddoppiare gli aiuti all’Africa in cinque anni, fino a 8,6 miliardi di dollari entro il 2010.
 
Non ci serve l’elemosina. Non è detto che i beneficiati la vedano così, nonostante il clamore mondiale suscitato dai 10 concerti del ‘Live8’ tenuti sabato scorso per raccogliere fondi da destinare a programmi d’aiuto ai Paesi africani. “Non sarà sull’elemosina che costruiremo il futuro dell’Africa – ha detto lunedì Muhammar Gheddafi aprendo i lavori del vertice dell’Unione africana a Sirte in Libia, contraltare del summit scozzese – anzi con essa si aumenta solo la differenza già esistente. Secondo l’agenzia ‘Misna’, il capo di stato libico ha chiesto agli africani di puntare sull’autosufficienza senza elemosinare più aiuti, spesso elargiti a pesanti condizioni. “Non dobbiamo andare alla porta dei grandi a pregare per una riduzione del debito. Veniamo insultati costantemente e ce lo meritiamo”.
 
L’Africa può sfamare se stessa. Un buon punto di partenza potrebbe essere lasciare che gli africani si sfamino da soli, invece d’inviare aiuti alimentari. “L’Africa non ha bisogno dell’Occidente, può benissimo sfamarsi da sola”, conferma a Peacereporter Andrea Fugaro del Dipartimento economico Coldiretti. L’associazione che rappresenta gli agricoltori italiani appoggia una campagna lanciata da una rete di 60 associazioni di categoria di 10 Paesi dell’Africa occidentale (‘Roppa’, ‘Reseau des organisations paysannes et de producteurs agricoles de l’Afrique de l’Ouest’) con l’appoggio delle organizzazioni italiane ‘Terranuova’ e ‘Crocevia’, per chiedere di “scegliere e gestire direttamente il proprio sviluppo”. I dati presentati dalle ong italiane parlano di un aumento della produzione agricola tra il 20 e l’80 percento in quella zona del mondo nel periodo 1990-2002; più dell’America del Nord (cresciuta dallo 0 al 20 percento) o dell’Europa dell’Est che ha dimezzato la sua produzione. Il ‘Gruppo d’appoggio al movimento contadino nell’Africa occidentale’ denuncia che per disporre di entrate monetarie i Paesi africani hanno sostituito una parte delle coltivazioni di sussistenza con quelle da esportazione, destinate ad approvvigionare gli stabilimenti dell’industria agroalimentare del Nord del mondo. Questa situazione ha ridotto l’Africa occidentale a regione importatrice di prodotti alimentari, in una zona che invece era fino ad allora forte esportatrice. Dal 1993 al 2002 questa area ha aumentato le proprie importazioni di cereali del 60 percento (per il resto del mondo l’aumento è stato del 18,2 percento ), mentre la loro produzione è aumentata solo del 16,3 percento (6 percento a livello planetario).
 
Supply distribution. La soluzione non è solo aprire i mercati alle merci africane. “Come se per i contadini dei Paesi poveri fosse la cosa più importante – spiega a Peacereporter Nora McKeon di ‘Terra Nuova’ –non è così: il nodo fondamentale è la ‘supply distribution’, regolamentare la distribuzione dei prodotti. Non c’è conflitto tra agricolture del Nord e del Sud. A scontrarsi sono invece due modelli d’agricoltura, tra chi punta sulla produzione familiare e chi favorisce quella industraile. Il Roppa ha a cuore l’80 per cento di popolazione rurale dei Paesi che rappresenta: per i piccoli coltivatori non è importante avere accesso ai mercati europei ed africani, ma riuscire a sopravvivere sui propri mercati. Finora le istituzioni internazionali (come Banca Mondiale e Fondo Monetario) hanno messo come condizioni per la concessione di prestiti l’abbattimento di dazi e tariffe doganali per l’ingresso di merci dal Nord del mondo. A scapito dei Paesi meno sviluppati, che come unica arma hanno l’imposizione di barriere tariffarie, mentre le nazioni ricche possono ricorrere ad altri escamotage, come gli standard fito-sanitari per bloccare i prodotti africani alle frontiere. Non vedo – conclude McKeon - che motivi ci siano per non lasciare agli africani la possibilità di mettere dazi per rinforzare i mercati nazionali, così come fecero gli europei nell’ultimo dopoguerra”. Agricoltura ultraliberista o sviluppo del territorio, mirato all’autosufficienza alimentare. “Il problema è proprio nella Politica europea agricola che vorrebbe mister Blair – spiega Antonio Onorati di Crocevia - una Pac (politica comunitaria)  di sostegno alla produzione industriale, con l’obiettivo di ottenere costi decrescenti. Tutto questo a scapito della qualità del prodotto, con un danno finale per il consumatore”. Una critica alle agricolture del nord assistite, ma non solo quella. “Le politiche di sostegno all’agricoltura servono, ma non queste idee ultraliberiste; ci vorrebbero politiche che vadano incontro alle esigenze del territorio. Così come non è necessario aiutare gli africani ad esportare i loro prodotti, bensì a raggiungere l’autosufficienza alimentare” conclude Onorati. “La cosa, di cui hanno più bisogno è scegliere da soli la politica agricola che più conviene loro” conferma Fugaro. Intanto gli elemosinieri sono riuniti. E discutono intorno al tavolo sulla misura della mancia di chi ha servito loro sulla mensa i suoi migliori prodotti.
 
Categoria: Risorse, Politica