A parlare per primo è Rosha, che introduce la questione
indigena.
In Brasile ci sono 285 diverse popolazioni indigene, 180 solo nella
regione amazzonica. Vivono lì da sempre e da
sempre non hanno buoni rapporti con i colonizzatori. La loro situazione
è difficile, di continua tensione. Quella terra fa gola a tanti, a
troppi. Le più accanite e le più pericolose sono le multinazionali che
vorrebbero sradicarli
dalle loro terre, che vogliono prendersi le loro terre. Sono prive di
scrupoli, pronte a tutto pur di perseguire i loro interessi.
Nonostante nel 1993 sia stata
proclamata ufficialmente la demarcazione delle terre, che riconosce
ufficialmente la proprietà indigena delle terre ancestrali, ancora poco è
stato fatto. Quella data ha sì segnato un momento storico per
il
Brasile, dato che costituzionalmente ha
riconosciuto i loro diritti, ma di fatto c'è ancora molto da
fare. Le terre assegnate agli indigeni sono ancora una minoranza, soprattutto
nel nord dell’area amazzonica. E
le
conseguenze sono facilmente immaginabili. Non avere dei limiti ben
definiti e
segnalati con tanto di cartelli e divieti imposti dal Funai (organo
minsteriale federale preposto alla salvaguardia delle popolazioni
originarie) significa essere continuamente attaccati dai grandi
proprietari terrieri, dagli uomini
delle grandi imprese, che rubano ettari e ettari sventolando fittizi
documenti di proprietà. In particolare si
tratta di venditori di legname e di coltivatori di soia. Sono questo
genere di
fazendeiros che più minacciano le loro proprietà e che pur di
perseguire i propri interessi
sono pronti a tutto. Anche a uccidere. Naturalmente il loro intento è
ricavare
enormi campi da coltivare, distruggendo senza rimorsi chilometri di
foresta. Così si sradicano preziosi legnami, che saranno venduti agli
affamati
compratori, e si producono prodotti agricoli da esportare, come la
soia, molto richiesta sul mercato internazionale. Va de sé che le
monoculture
impoveriscono il terreno fino a renderlo arido. La lotta a cui sono
costretti
gli indigeni brasiliani dunque è quotidiana. Combattono per la vita
stessa
dell’Amazzonia, a cui è legata a doppio filo anche la loro.
Il perché di questa situazione di
perenne tensione, di questa corsa ad accaparrarsi pezzi di Amazzonia, è dunque
riassumibile in due parole: biodiversità e acqua, le due risorse che più fanno
gola al mondo, economico e politico.
La lotta per la terra appartiene non solo gli indios, che devono
difendersi da aggressioni esterne, ma anche i sem terra, i contadini sfruttati
e senza possedimenti che invece cercano di ottenere le concessioni di proprietà,
appellandosi magari all'esproprio di appezzamenti incolti. Dietro a questo dramma
complesso e intricato ci sono fatti di sangue passati e recenti, come
l’omicidio di suor Dorothy Stang. Anche in questi casi, anche dietro a simili
violenze, c’è la mano degli interessi economici?
A rispondere è Sila
Mesquita.
La questione della lotta per la terra è
sempre legata al possesso, sia per gli indios che per i contadini.
L'interlocutore dei
sem terra, però, è il grande proprietario che
detiene ettari e
ettari, molti dei quali abbandonati a se stessi, ma che ugualmente si
rifiuta di cederne
anche microscopiche parti. Da qui la diatriba, la guerra dei contadini,
dei piccoli coltivatori, che spesso purtroppo porta a
vere e proprie tragedie. La
morte di suor Dorothy Stang ne
è un esempio. Questo dramma è infatti strettamente collegato
all’azione di resistenza
che lei aveva contribuito a incrementare fra i piccoli coltivatori
contro i
fazendeiros interessati ad allevare
bestiame, sfruttare la terra, racimolare la soia, esportarla e
arricchirsi. Si tratta di un problema molto serio. I piccoli
coltivatori
sono sempre a corto di liquidi, non hanno soldi per le spese
minute
giornaliere, per acquistare attrezzi agricoli, nemmeno per tirare avanti. Vivono
di quello che coltivano. In
queste
condizioni, dunque, pensare che possano riuscire ad acquistare un terreno è
assurdo. Per
questo, persone come
Irma Dorothy sono così preziose per loro. Sono le
persone
come
lei che hanno contribuito a creare per questa gente alternative di vita
sociale,
creando piccole cooperative eque e solidali,
perfettamente inserite
nell’ecosistema amazzonico, in cui lo scambio è alla base della vita
comunitaria. Classici esempi di sviluppo sostenibile, alternativo al
sistema di sfruttamento selvaggio. Ed è per questo lavoro che Dorothy e
la gente come
lei risultano invece molto scomode e ingombranti per i
fazendeiros legati
ai grandi
interessi economici. Per questo vengono minacciate, perseguitate,
uccise.
Perché danno speranza ai
sem terra, agli
indios, creando loro
alternative di vita. Li aiutano, li formano e li proteggono. E con loro
proteggono
l’Amazzonia.
Questa è dunque la soluzione per salvare
l’Amazzonia e i suoi abitanti? Affidarsi alla presa di coscienza della base, in modo che si erga lei stessa a difesa
dei propri diritti e di quelli del proprio mondo?

Sì. è così. Abbiamo una grande speranza. Non solo e non tanto nella
politica del governo, ma nei movimenti sociali di base. Per vent'anni abbiamo
cercato di eleggere un governo che rispettasse gli interessi dei brasiliani.
Abbiamo finora avuto governi implicati, collusi con gli interessi delle grandi
compagnie, con gli interessi delle multinazionali, con gli interessi economici. Finalmente abbiamo un governo che
potrebbe essere la salvezza del Brasile. Lula ci sta provando, ma questo non è
abbastanza. La politica deve avere a che fare con molti strati della società,
anche con le classi alte. Il governo dunque non potrà mai essere abbastanza
forte da agire solo per la maggioranza più povera del Paese. Quindi dobbiamo
fare la nostra parte. Lula non è libero di fare quello che vorrebbe, quindi noi
dobbiamo muoverci. La politica è questo, è anche compromesso. Quindi, siamo
felici di avere lui al governo, ma la nostra grande speranza di cambiamento è
fondamentalmente nei movimenti sociali, nella presa di coscienza dei movimenti
di base. La nostra speranza è che tutti i movimenti sociali vadano nella stessa
direzione. Noi aspettiamo che Lula faccia qualcosa, ma non aspettiamo lui
soltanto. Sappiamo che il Brasile ha tante differenze al suo interno, sappiamo
che ci sono molti punti di vista anche nei movimenti sociali. Il nostro
obiettivo però è incamminarci su una strada comune, che vada verso lo stesso
obiettivo. Abbiamo questo grande desiderio. Non è facile, ma sappiamo che
potremo farcela, che conquisteremo tante vittorie lungo il cammino, con o senza
l’aiuto del governo. Certo se Lula sarà eletto ancora sarà tutto più facile, ma
noi dobbiamo cambiare, con o senza di lui. Dobbiamo accorciare le distanze fra
ricchi e poveri. È una strada lunga, ma è l’unica praticabile.
Come riunire i movimenti sociali in
un'unica via?
Riprende la parola Rosha.
È difficile comunicare con tutto il
Brasile. È troppo grande, è 36 volte l’Italia. Gli indigeni sono
appunto 285
popolazioni e parlano 180 lingue differenti. Ognuno ha un suo modo di
vedere la
realtà, di giudicarla, di affrontarla. Quindi come comunicare con
tutti?
Attraverso il Social Forum Panamazzonico, intanto. Occasione preziosa
per stringere rapporti e scambiarsi opinioni, con cui capire il modo
comune per
arrivare a un cambiamento. Per andare in direzione del cambiamento.
E in che modo il nord del mondo può aiutarvi
a creare un’altra Amazzonia?
Conclude Sila Mesquita.
È molto importante, innanzitutto, che
il primo mondo capisca le nostre realtà, le nostre idee, i nostri bisogni. Per
questo siamo qui. Per raccontarvi il nostro mondo. Poi sarà prezioso il vostro
intervento nel favorire i nostri prodotti, incanalati nei mercati alternativi,
come quello equo e solidale. Ci sono molti modi nei quali ci potete aiutare,
l’importante è volerlo.
L’Italia già da tempo aiuta il Brasile con la
cooperazione. E insieme sono state fatte tante conquiste. Adesso è urgente che
si arrivi ad affrontare due questioni in particolare, legate l’una all’altra,
dalle quali dipende il nostro futuro. Innanzitutto la questione dell’acqua come
diritto umano fondamentale. L’Amazzonia è la maggiore riserva di acqua dolce al
mondo
e va protetta, è preziosa, è un bene comune da difendere. In questo abbiamo
bisogno di aiuto, del vostro aiuto, dell’aiuto di tutti. In secondo luogo la
questione della foresta. E va da sé che senza foresta non c’è acqua e senza
acqua non c’è foresta. La foresta è un ecosistema unico al mondo, che sta
subendo minacce continue. E’ minacciata da enormi interessi economici che noi
siamo qui per denunciare. Aiutateci a sconfiggerli. Aiutateci a salvare la
nostra foresta.