06/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



José Rosha e Sila Mesquita, protagonisti della lotta in difesa della foresta
IndiosJosé Rosha e Sila Mesquita sono due protagonisti della lotta in difesa dell’Amazzonia. Rosha è un giornalista, responsabile della comunicazione per il Cimi (Consiglio Missionario Indigeno); Sila è coordinatrice del Grupo de Trabalho Amazzonico della regione del Solimões e direttrice dell' Istituto per la difesa e lo sviluppo dell'Amazzonia. Li abbiamo incontrati a Milano, da dove è partita la loro tournée in giro per l'Italia, fatta per raccontare la foresta, i suoi abitanti, le sue bellezze e sensibilizzare sui problemi da risolvere, le emergenze da affrontare, prima che sia troppo tardi. 

A parlare per primo è Rosha, che introduce la questione indigena.
In Brasile ci sono 285 diverse popolazioni indigene, 180 solo nella regione amazzonica. Vivono lì da sempre e da sempre non hanno buoni rapporti con i colonizzatori. La loro situazione è difficile, di continua tensione. Quella terra fa gola a tanti, a troppi. Le più accanite e le più pericolose sono le multinazionali che vorrebbero sradicarli dalle loro terre, che vogliono prendersi le loro terre. Sono prive di scrupoli, pronte a tutto pur di perseguire i loro interessi.
Nonostante nel 1993 sia stata proclamata ufficialmente la demarcazione delle terre, che riconosce ufficialmente la proprietà indigena delle terre ancestrali, ancora poco è stato fatto. Quella data ha sì segnato un momento storico per il Brasile, dato che costituzionalmente ha riconosciuto i loro diritti, ma di fatto c'è ancora molto da fare. Le terre assegnate agli indigeni sono ancora una minoranza, soprattutto nel nord dell’area amazzonica. E le conseguenze sono facilmente immaginabili. Non avere dei limiti ben definiti e segnalati con tanto di cartelli e divieti imposti dal Funai (organo minsteriale federale preposto alla salvaguardia delle popolazioni originarie) significa essere continuamente attaccati dai grandi proprietari terrieri, dagli uomini delle grandi imprese, che rubano ettari e ettari sventolando fittizi documenti di proprietà. In particolare si tratta di venditori di legname e di coltivatori di soia. Sono questo genere di fazendeiros che più minacciano le loro proprietà e che pur di perseguire i propri interessi sono pronti a tutto. Anche a uccidere. Naturalmente il loro intento è ricavare enormi campi da coltivare, distruggendo senza rimorsi chilometri di foresta. Così si sradicano preziosi legnami, che saranno venduti agli affamati compratori, e si producono prodotti agricoli da esportare, come la soia, molto richiesta sul mercato internazionale. Va de sé che le monoculture impoveriscono il terreno fino a renderlo arido. La lotta a cui sono costretti gli indigeni brasiliani dunque è quotidiana. Combattono per la vita stessa dell’Amazzonia, a cui è legata a doppio filo anche la loro.
Il perché di questa situazione di perenne tensione, di questa corsa ad accaparrarsi pezzi di Amazzonia, è dunque riassumibile in due parole: biodiversità e acqua, le due risorse che più fanno gola al mondo, economico e politico.
 
La lotta per la terra appartiene non solo gli indios, che devono difendersi da aggressioni esterne, ma anche i sem terra, i contadini sfruttati e senza possedimenti che invece cercano di ottenere le concessioni di proprietà, appellandosi magari all'esproprio di appezzamenti incolti. Dietro a questo dramma complesso e intricato ci sono fatti di sangue passati e recenti, come l’omicidio di suor Dorothy Stang. Anche in questi casi, anche dietro a simili violenze, c’è la mano degli interessi economici?
Donna indiaA rispondere è Sila Mesquita.
La questione della lotta per la terra è sempre legata al possesso, sia per gli indios che per i contadini. L'interlocutore dei sem terra, però, è il grande proprietario che detiene ettari e ettari, molti dei quali abbandonati a se stessi, ma che ugualmente si rifiuta di cederne anche microscopiche parti. Da qui la diatriba, la guerra dei contadini, dei piccoli coltivatori, che spesso purtroppo porta a vere e proprie tragedie. La morte di suor Dorothy Stang ne è un esempio. Questo dramma è infatti strettamente collegato all’azione di resistenza che lei aveva contribuito a incrementare fra i piccoli coltivatori contro i fazendeiros interessati ad allevare bestiame, sfruttare la terra, racimolare la soia, esportarla e arricchirsi. Si tratta di un problema molto serio. I piccoli coltivatori sono sempre a corto di liquidi, non hanno soldi per le spese minute giornaliere, per acquistare attrezzi agricoli, nemmeno per tirare avanti. Vivono di quello che coltivano. In queste condizioni, dunque, pensare che possano riuscire ad acquistare un terreno è assurdo. Per questo, persone come Irma Dorothy sono così preziose per loro. Sono le persone come lei che hanno contribuito a creare per questa gente alternative di vita sociale, creando piccole cooperative eque e solidali, perfettamente inserite nell’ecosistema amazzonico, in cui lo scambio è alla base della vita comunitaria. Classici esempi di sviluppo sostenibile, alternativo al sistema di sfruttamento selvaggio. Ed è per questo lavoro che Dorothy e la gente come lei risultano invece molto scomode e ingombranti per i fazendeiros legati ai grandi interessi economici. Per questo vengono minacciate, perseguitate, uccise. Perché danno speranza ai sem terra, agli indios, creando loro alternative di vita. Li aiutano, li formano e li proteggono. E con loro proteggono l’Amazzonia.
 
Questa è dunque la soluzione per salvare l’Amazzonia e i suoi abitanti? Affidarsi alla presa di coscienza della base, in modo che si erga lei stessa a difesa dei propri diritti e di quelli del proprio mondo? 
Bambino indigenoSì. è così. Abbiamo una grande speranza. Non solo e non tanto nella politica del governo, ma nei movimenti sociali di base. Per vent'anni abbiamo cercato di eleggere un governo che rispettasse gli interessi dei brasiliani. Abbiamo finora avuto governi implicati, collusi con gli interessi delle grandi compagnie, con gli interessi delle multinazionali, con gli interessi  economici. Finalmente abbiamo un governo che potrebbe essere la salvezza del Brasile. Lula ci sta provando, ma questo non è abbastanza. La politica deve avere a che fare con molti strati della società, anche con le classi alte. Il governo dunque non potrà mai essere abbastanza forte da agire solo per la maggioranza più povera del Paese. Quindi dobbiamo fare la nostra parte. Lula non è libero di fare quello che vorrebbe, quindi noi dobbiamo muoverci. La politica è questo, è anche compromesso. Quindi, siamo felici di avere lui al governo, ma la nostra grande speranza di cambiamento è fondamentalmente nei movimenti sociali, nella presa di coscienza dei movimenti di base. La nostra speranza è che tutti i movimenti sociali vadano nella stessa direzione. Noi aspettiamo che Lula faccia qualcosa, ma non aspettiamo lui soltanto. Sappiamo che il Brasile ha tante differenze al suo interno, sappiamo che ci sono molti punti di vista anche nei movimenti sociali. Il nostro obiettivo però è incamminarci su una strada comune, che vada verso lo stesso obiettivo. Abbiamo questo grande desiderio. Non è facile, ma sappiamo che potremo farcela, che conquisteremo tante vittorie lungo il cammino, con o senza l’aiuto del governo. Certo se Lula sarà eletto ancora sarà tutto più facile, ma noi dobbiamo cambiare, con o senza di lui. Dobbiamo accorciare le distanze fra ricchi e poveri. È una strada lunga, ma è l’unica praticabile.
 
Come riunire i movimenti sociali in un'unica via?
Riprende la parola Rosha.
È difficile comunicare con tutto il Brasile. È troppo grande, è 36 volte l’Italia. Gli indigeni sono appunto 285 popolazioni e parlano 180 lingue differenti. Ognuno ha un suo modo di vedere la realtà, di giudicarla, di affrontarla. Quindi come comunicare con tutti? Attraverso il Social Forum Panamazzonico, intanto. Occasione preziosa per stringere rapporti e scambiarsi opinioni, con cui capire il modo comune per arrivare a un cambiamento. Per andare in direzione del cambiamento.
 
E in che modo il nord del mondo può aiutarvi a creare un’altra Amazzonia?
Conclude Sila Mesquita.
È molto importante, innanzitutto, che il primo mondo capisca le nostre realtà, le nostre idee, i nostri bisogni. Per questo siamo qui. Per raccontarvi il nostro mondo. Poi sarà prezioso il vostro intervento nel favorire i nostri prodotti, incanalati nei mercati alternativi, come quello equo e solidale. Ci sono molti modi nei quali ci potete aiutare, l’importante è volerlo.
L’Italia già da tempo aiuta il Brasile con la cooperazione. E insieme sono state fatte tante conquiste. Adesso è urgente che si arrivi ad affrontare due questioni in particolare, legate l’una all’altra, dalle quali dipende il nostro futuro. Innanzitutto la questione dell’acqua come diritto umano fondamentale. L’Amazzonia è la maggiore riserva di acqua dolce al mondo e va protetta, è preziosa, è un bene comune da difendere. In questo abbiamo bisogno di aiuto, del vostro aiuto, dell’aiuto di tutti. In secondo luogo la questione della foresta. E va da sé che senza foresta non c’è acqua e senza acqua non c’è foresta. La foresta è un ecosistema unico al mondo, che sta subendo minacce continue. E’ minacciata da enormi interessi economici che noi siamo qui per denunciare. Aiutateci a sconfiggerli. Aiutateci a salvare la nostra foresta. 

Stella Spinelli

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