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“La malattia di Yasser Arafat apre numerosi interrogativi. Il primo riguarda
la natura della patologia dalla quale è affetto. Fin dall’inizio vi sono state
tre ipotesi.
Poteva trattarsi di leucemia, di una infezione del sangue molto grave o di avvelenamento”.
A parlare è Ali Rashid, primo segretario della delegazione diplomatica dell’Autorità
nazionale palestinese (Anp) a Roma. Le sue parole contengono una ipotesi inquietante,
che rimanda a scenari lontani, al tempo della "guerra fredda".
Rashid contiunua: “Io ho la sensazione che la possibilità di un attentato alla
salute del presidente Arafat sia molto concreta. Mi sembra impossibile considerare
probabile una forma leucemica. apparsa in tempi troppo rapidi e su una persona
tenuta costantemente sotto controllo medico. I clinici francesi poi, fin dai
primi momenti dopo il ricovero all’ospedale militare Percy, hanno escluso la
leucemia. Gli stessi medici hanno sostenuto non vi siano cause naturali in grado
di giustificare un peggioramento tanto drammatico”.
La tesi del rappresentante dll’Anp forse non troverà mai prova certa. Ancora
è impossibile comprendere l’effettiva situazione in cui versa il paziente. Mentre
fonti
ospedaliere avevano parlato di “morte cerebrale”, il rappresentante palestinese
a Parigi ha smentito il coma irreversibile, sostenendo che “il presidente potrebbe
risvegliarsi da un momento all’altro”. L’informato e molto attendibile giornale
israeliano ‘on line’, Haaretz’, preferisce una linea neutrale e pubblica altre
dichiarazioni dell’Anp dalla capitale francese: “Il presidente si trova tra la
vita e la morte”. Un altro organo di informazione di Tel Aviv, il sito Web “Debkafile”,
molto vicino ai servizi segreti israeliani, alle 13.00 del 5 novembre lancia la
notizia: “Secondo fonti di stampa parigine, il presidente Yasser Arafat è morto
pochi minuti fa”.
In questa confusione resta aperto un altro problema, quello della successione
a capo del governo palestinese. Rashid dice: “Tutti gli organi di stampa tendono
a
descrivere come incerti gli assetti nell’esecutivo. Smentisco sia vero. Arafat
ha una grande esperienza politica per cui l’eventualità di una situazione del
genere era stata esaminata da tempo e la nostra struttura politica è già al lavoro.
Le persone incaricate di governare questa fase sono: Abu Mazen, Segretario del
Comitato esecutivo dell' Olp; Abu Ala, primo ministro; Rawhi Fattouh, Presidente
del consiglio legislativo; Salim Zanun, il presidente del Consiglio nazionale
palestinese".
La voce di Ali non tradisce nessuna insicurezza, anche se il sospetto di attentato alla vita di Arafat è pesante come il piombo. Il diplomatico insiste: “Da tempo era nota la volontà del governo Sharon di voler eliminare il presidente. Io ribadisco che loro possono fare quello che vogliono, hanno libertà totale di azione e si vede tutti i giorni. D’altra parte sono all’attacco da anni, non hanno un momento di tregua. La situazione in Palestina è molto complessa e l’infiltrazione di agenti del Mossad, il servizio segreto interno, dello Shin Beth e dell'intelligence militare fa parte della strategia di Tel Aviv. Insomma, mi sento di richiamare l’attenzione su questo elemento, che rappresenta un fatto di estrema gravità”.
Il diplomatico fin da ragazzo è stato un militante della causa palestinese. Ricorda
Arafat con affetto: “Ho dedicato la mia vita alla lotta per la libertà del mio
popolo.
Ricordo il Presidente da sempre. Ero il suo interprete quando veniva in Italia.
L’ho conosciuto in Giordania e l’ho incontrato quando era a Tunisi, in Libano
e
poi, finalmente, quando è tornato in Cisgiordania. Era un uomo semplice, concreto,
dotato di una incredibile e acuta intelligenza. Per carattere era un
mediatore, ma solo finchè le condizioni erano tollerabili. Lui riceveva tutti,
le sue porte erano sempre aperte. Sapeva di essere un punto di riferimento per
tutti, per grandi e piccoli. Era un rivoluzionario, il perno della nostra battaglia
per indipendenza ed era consapevole del suo ruolo”.
In passato il presidente era stato un combattente, da alcuni considerato un terrorista.
Rashid non ha dubbi: “Era un rivoluzionario. Terrorista è chi distrugge le nostre
case, attacca i villaggi coi carri armati e uccide persone disarmate. Chi lo descrive
come terrorista è il vero terrorista. Poi c’è un discorso più complesso da fare.
Arafat è il capo di un governo senza territorio, perché la Palestina è occupata
dall’esercito israeliano. Insomma è il capo di stato di uno stato che non c’è.
Questa situazione apre delle contraddizioni e così, anche quando la clandestinità
è finita, ha dovuto tenere in vita il suo lato rivoluzionario. Il margine tra
rivoluzione e terrorismo in una situazione come la nostra è labile. Nel senso
che l’aggressione continua di Sharon ha radicalizzato alcune frange palestinesi
e l’infiltrazione dei servizi segreti israeliani ingarbugliato ancor di più la
matassa. Lui non può controllare tutto, quindi nemmeno chi sceglie le forme più
estreme di azione. La storia, però, parla per lui. Nel 1973 ebbe il coraggio di
scegliere la soluzione politica. Riconobbe lo stato di Israele e chiese la costituzione
dello stato palestinese. Questa politica può esser definita da qualcuno terrorismo?
Chi ha permesso gli accordi di Oslo se non lui? Una informazione distorta lo descrive
come l’artefice del fallimento di Camp David. Quello era un tranello, non potevamo
far altro che rifiutare, le condizioni erano inaccettabili, il nostro popolo le
avrebbe rifiutate”.
Rashid coglie l'occasione per lanciare un appello: "a Delegazione Generale Palestinese
in Italia invita tutti i cittadini, le
comunità straniere, le Associazione e tutti gli amici che in questi anni di
lotta per l'autodeterminazione del Popolo Palestinese e per la Pace in Medio Oriente
ci sono stati a fianco a riunirsi per una veglia per stare vicini e sostenere
l'ultima lotta contro la morte del nostro Presidente Yasser Arafat. Siamo certi
che voi amici italiani risponderete numerosi al nostro appello e ancora una volta,
come in tutti i momenti dolorosi e bui della nostra drammatica storia, ci sarete
a fianco e vicini in una veglia di speranza per il nostro Presidente Yasser Arafat
ultimo grande lider nella lotta di liberazione, e l'uomo che ha incarnato tutta
la sua vita con le sofferenze, le battaglie e i sogni del Popolo Palestinese.
L'appuntamento sarà nella sede dell'ARCI a Roma in via di Pietralata sabato 6
novembre dalle 15 alle 24 e domenica 7 novembre dalle 10 alle 15".
Roberto Bàrbera