Testimonianza anonima di un poliziotto : "I soldati falciavano la gente come si falcia il fieno"
di Dilya Uzmanova*
Un ufficiale della polizia uzbeca di Andijan ha deciso di consegnare
all’Institute for War and Peace Reporting (Iwpr) la sua testimonianza del massacro dello scorso 13 maggio.
Una testimonianza che contraddice
drammaticamente le edulcorate versioni ufficiali fornite dal regime di Islam
Karimov.
L’ufficiale non ha voluto che il suo nome e il suo grado venissero
pubblicati.
“Molti miei colleghi sono rimasti scioccati da quello che hanno
visto e provano grande vergogna per le cose che sono successe, ma non hanno il
coraggio di farne parola in pubblico. Io sto rischiando tantissimo a concedervi
questa intervista, ma non posso più tacere. Perché quel giorno non 173, non
mille, ma almeno 4.500 persone sono rimaste uccise nella repressione di quella
ribellione. Nonostante la copertura e le intimidazioni delle autorità,
specialmente quelle rivolte a chi parla con i giornalisti o con gli attivisti
dei diritti umani, prima o poi queste verità verranno fuori. Ma bisognerà
aspettare un completo cambiamento del potere in Uzbekistan, e per questo ci
vorranno anni”.
Corpi dilaniati dalle
mitragliatrici pesanti. “Tantissime persone sono state uccise in Piazza Babur quando
le mitragliatrici dei blindati (Btr-80, ndt) hanno aperto il fuoco sulla folla.
Ma molti di più sono morti nella trappola che era stata preparata sulla Prospettiva
Cholpon e in via Bukhara per i manifestanti in fuga dalla piazza. Anche qui
sono entrate in azione le mitragliatrici pesanti montate sui blindati,
mitragliatrici da guerra calibro 14,5. Le raffiche continue di questi grossi
proiettili hanno un effetto devastante, ben superiore rispetto a quello delle
raffiche dei kalashnikov (calibro 7,62 ndt) in dotazione a polizia e soldati.
Ho
visto cadaveri ridotti a brandelli e un’enorme quantità di bossoli rimasti a terra,
prova inequivocabile del massiccio uso di quelle mitragliatrici. La folla
densamente ammassata in Piazza Babur è stata un bersaglio facile per gli Spetsnaz
che manovravano i cannoncini dei blindati: hanno falciato la gente come si
falcia il fieno. Tra le vittime in piazza c’erano anche una trentina di miei
colleghi in abiti civili che si erano mescolati tra la folla: quando è iniziato
il fuoco hanno provato a mostrare i loro tesserini, ma non è servito a nulla.
Le operazioni quel giorno furono condotte quasi
esclusivamente da uomini delle truppe speciali venute da Tashkent e dipendenti
dal ministero degli Interni. Vi abbiamo partecipato anche noi della polizia
locale, ma eravamo stati messi direttamente agli ordini del ministero.
Anche le operazioni che hanno seguito la repressione sono state gestite dagli
ufficiali venuti dalla capitale”.
Cinque giorni per
seppellire i cadaveri. “Ancor più scioccante del massacro di civili, per
me e i miei colleghi è stato il modo in cui le autorità hanno portato via e nascosto
i cadaveri. I primi ad essere rimossi dalla piazza e dalle strade sono stati i
corpi dilaniati dai proiettili di grosso calibro, poiché in quel caso era
evidente che si trattava di vittime delle forze di sicurezza e non dei ribelli,
che avevano solo pistole e fucili mitragliatori.
Poi, durante la notte, è toccato ai cadaveri di donne e
bambini, caricati sui cassoni dei camion militari e portati in fosse comuni scavate
in località segrete. Infine, prima dell’alba, sono stati portati via i corpi degli
uomini. Le sepolture sono proseguite per cinque giorni: all’inizio si è usata
una fossa fuori città, poi, quando non c’era più spazio, i corpi sono stati portati
e seppelliti più lontano, nelle province di Fergana e Namangan. Ho sentito dire
che molti cadaveri sono stati sciolti nell'acido, perché non sapevano più dove
metterli. Io personalmente ho assistito solo alle sepolture in una fossa
comune vicino al cimitero di Boghishamol, vicino ad Andijan. Qui i militari
hanno iniziato buttando due morti in ogni buca, ma poi hanno cominciato a
buttarne giù cinquanta alla volta.
Ho visto moltissime sepolture coperte da terra mossa di
recente anche nel cimitero russo-ortodosso di Andijan: penso che le autorità
abbiano messo lì tanta gente che invece avrebbe dovuto essere sepolta nel
cimitero musulmano”.
“I giorni successivi al 13 maggio sono
iniziati gli arresti in
massa di persone sospettate di coinvolgimento nella ribellione. Durante
gli interrogatori i prigionieri sono stati picchiati, torturati e
perfino sodomizzati per convincerli a firmare confessioni di
colpevolezza. Ma spesso era sufficiente minacciarli
di arrestare anche le loro mogli e di stuprarle davanti ai loro occhi. Questo
sistema funzionava molto bene. Gli interrogatori e le torture erano condotte da
agenti venuti da Tashkent: personaggi che facevano paura anche a noi”.