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Lasciare Damasco significa immergersi nella sabbia, per le strade, nell’opacità
dell’aria, nei colori delle abitazioni e delle persone. Viaggiando verso il confine
israeliano si costeggiano villaggi rurali, abitazioni di cemento squadrate che
lentamente declinano nei campi profughi palestinesi, sbiaditi anch’essi da decenni
di attesa. Le sole costanti sono i volti del presidente Bashar Assad e di suo
padre Hafez che, in atteggiamento di laconica contemplazione, appaiono sui muri
dei palazzi governativi. All’ingresso dei campi, sulle vetrine dei negozi e dai
lunotti delle auto, proteggono e controllano, avvolti nelle bandiere palestinesi
e siriane giustapposte. Poi si raggiunge il confine, l’ultimo posto di controllo
siriano prima di entrare nella fascia di sicurezza istituita e controllata dalle
Nazioni Unite. Sullo sfondo le morbide sagome delle colline del Golan.
commerciali che militari. Sono infatti un luogo ideale per osservare, o attaccare,
tanto le città israeliane, quanto Damasco, che dista poco più di sessanta chilometri.
Fino al 1975 erano anche il punto di passaggio della Trans Arabian Pipeline, l’oleodotto di collegamento tra i pozzi sauditi e il mediterraneo, ma, con
lo scoppio della guerra civile in Libano, la rotta dell’oro nero prese definitivamente
altre direzioni. Durante la guerra dei Sei giorni (1967) l’intera area venne occupata
dall’esercito israeliano, che costrinse oltre centomila civili a lasciare le proprie
abitazioni e, quando nel ’73 la Siria di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente,
tentò di riprendere il controllo delle alture, il risultato del conflitto fu l’annessione
da parte di Israele dell’intera regione (1982), abitata ancora da alcune decine
di migliaia di arabi -in prevalenza drusi- che ricevettero così la cittadinanza
israeliana. La retorica del regime siriano non l’ha mai riconosciuto, ma l’annessione
del Golan oggi è un dato di fatto, l’intera zona è intensamente colonizzata e
sfruttata a scopo agricolo e Israele ricava dalle sorgenti locali circa un terzo
del suo fabbisogno idrico.
città fantasma, che può dirsi viva -nella mente dei siriani- solo in quanto
simbolo degli oltre 130 villaggi arabi cancellati dalla guerra. I governi succedutisi
a Tel Aviv hanno sempre negato la responsabilità della distruzione in cui versa,
ma è un fatto certo che prima del ritiro israeliano gli oltre trentamila residenti
arabi vennero fatti evacuare, le abitazioni e tutti gli edifici pubblici furono
razziati a fondo e le loro carcasse consegnate alla cura delle ruspe dei “nemici
sionisti”.
Quneitra liberata, anche se in realtà è stata resa da Israele nell’ambito di
un accordo di disimpegno unilaterale. Ancora oggi qui, diverse volte all’anno,
si tengono cerimonie alla memoria della gloriosa guerra di liberazione del ’73.
Ma più che la gloria colpisce la mano pesante delle ruspe e dei soldati israeliani
che, dopo aver raso al suolo la totalità delle abitazioni, hanno infierito sulla
moschea, sulla chiesa ortodossa e sull’ospedale locali, trasformandoli in copie
della Moqata di Ramallah o dei palazzi di Rafah, a Gaza. E ci vuole poco a realizzare,
dal campanilismo delle targhe commemorative, come più che la memoria storica,
quello che qui si vuole tramandare sia una forma di identità nazionale modellata
attorno al nemico sionista che, a distanza di trent’anni, incute ancora timore.
In fondo basta alzare lo sguardo verso l’orizzonte per scorgere, sulla sommità
delle prime colline, le postazioni di osservazione israeliane. E basta che il
vento tiri da occidente per sentire da oltre le alture, il ritmico chop chop degli
elicotteri apache che viene a rompere il silenzio.