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“Per un cittadino che ama la propria gente, che si interessa dei problemi sociali,
che si impegna per cambiare le cose, avere la possibilità di svolgere un ruolo
politico è un’occasione unica, da non perdere. Per questo essere il ministro della
cultura del mio Brasile per me è un onore”. Con queste parole Gilberto Gil, uno
dei cantautori brasiliani più famosi al mondo, ha concluso il suo concerto di
domenica 3 luglio al teatro Dal Verme di Milano, per la rassegna Milanesiana.
Gli spettatori non hanno resistito a lungo inchiodati alle poltroncine. La musica
del ministro di Lula ha pian piano conquistato tutti, trascinando menti e cuori.
Il finale è stato un tripudio di balli improvvisati. Tutti in piedi, trasportati
dai ritmi di birimbao (o berimbau), percussioni, chitarre e fisarmonica.
Lo spirito bahiano. “Faccio il ministro undici mesi all’anno e per un mese indosso i panni del musicista
e canto, suono, ballo con la mia band. Tutto questo a discapito, certo, della
mia musica. Il tempo dei compositori è tiranno. Sono ormai due anni e mezzo che
non compongo una nuova canzone, ahimè, ma il mio impegno politico con Lula è talmente
coinvolgente, appagante, che sono felice così”, ha continuato Gil, vero e proprio
idolo per i brasiliani e in particolare per i bahiani. Gilberto Gil è infatti
nato 63 anni fa a Salvador, la capitale dello stato di Bahia, dove monumenti
e strade lo richiamano, lo invocano, lo ricordano a ogni passante. Gil, protagonista
del rinnovamento musicale del suo Paese, è colui che ha dato il via insieme a
Caetano Veloso alla nascita del "tropicalismo", movimento che partiva dalla bossa
nova di Joao Gilberto e Antonio Carlos Jobim per recuperare tratti della musica
popolare bahiana e di altri linguaggi dell’intero Nord-est. La sua è una carriera
eccezionale, dallo stile in continua mutazione. Ha ottenuto undici dischi d’oro,
cinque dischi di platino e i suoi album hanno venduto più di cinque milioni di
copie. Ma quel che più conta è che Gil è il simbolo del riscatto del negro, è l’emblema dell’afrodiscendente che parla di uguaglianza, di pace, di solidarietà.
E’ l’artista del no a barriere, a pregiudizi. E’ l’uomo che è dovuto fuggire dal
suo paese perseguitato dalla dittatura che lo avrebbe voluto imbavagliato e silente.
E’ colui che ha conosciuto Hendrix e i Beatles, che ha girato il mondo dando e
ricevendo carisma, intelligenza, talento, e ovunque cantando di schiavi, di negros, di libertà, di disuguaglianze e riscatto della gente povera. Gil canta le favelas,
le baracche scintillanti per la gioia di vivere e la capacità di sorridere. La
sua musica racconta l’arcobaleno che il popolo brasiliano nasconde nei grandi
occhi neri, pieni di orgoglio e determinazione, di forza e bellezza.
Un simbolo del cambiamento. “Quando Lula mi ha chiesto di diventare ministro ho capito che era arrivato
il momento, finalmente avrei potuto mettere la mia predisposizione a comunicare
col pubblico al servizio del mio popolo. Il ministro della cultura brasiliana
è colui che sa comunicare a tutti, senza distinzioni, senza pregiudizi. E aver
scelto uno come me, di discendenza africana e esponente della classe media è un
vero segno di cambiamento, un esempio chiaro e importante”, aggiunge. E durante
il suo concerto canta in ogni lingua, suona la musica di culture differenti riunite
con maestria e sonorità uniche. Dall’omaggio a Chuk Berry si arriva a una struggente
Imagine di John Lennon, dal messaggio universale. E passando per samba e bossa nova
brasiliane Gil tocca il tango latinoamericano, citandone la leggenda uruguayana
che ne attribuisce le origini al suono di una percussione arrivata dall’Africa
assieme agli schiavi deportati. E quindi il tributo a Bob Marley, colui che ha
rivoluzionato la melodia, il ritmo, ma soprattutto “colui che ha portato il messaggio
della pace, del rispetto per l’altro, della rivolta del povero in giro per il
mondo. Colui che mi ha dato speranza, che ha portato luce e solidarietà a chi
non aveva nemmeno di che sfamarsi”. E quindi canta in inglese, in spagnolo e in
francese. La sua La lune de Gorée è un vero e proprio manifesto dell’uguaglianza, è un urlo di dolore, una denuncia
dell’orrenda schiavitù. Scritta con Capitan, è in lingua francese perché dedicata
ai senegalesi, colonizzati dalla Francia e deportati in massa per secoli. “La
luna che si alza sull’isola di Gorée è la stessa che si alza in ogni parte del
mondo. Ma la luna di Gorée ha un colore profondo, che non esiste in nessun’altra
parte del mondo. E’ la luna degli schiavi. La luna del dolore. Eppure la pelle
dei corpi di Gorée è la stessa pelle che copre tutti gli uomini del mondo. E’
la pelle degli schiavi, una bandiera di libertà”.
Manifesto programmatico. Il programma di governo del ministro della cultura del Brasile sta dunque esattamente
nelle sue canzoni: parlare lo stesso linguaggio, vivere in un mondo senza barriere
né conflitti, godere di diritti uguali per tutti e praticare una religione universale.
In Guerra Santa il suo pensiero è chiaro. Nato nella culla del sincretismo religioso, nella
Salvador degli axé (oggetti sacri delle divinità) e dell'iconografia cattolica, Gil è cresciuto
con un forte senso della religione, quella imposta, quella dei santini da vendere
e delle grazie da comprare. Quella è la città dove il condomblé, rituale d'origine africana per ingraziarsi gli dei chimati orishá, va a braccetto
alla messa cattolica; è il luogo dove si offrono sacrifici agli dei e subito dopo
si fa la comunione nelle centinaia di chiese cattoliche sparse ovunque; è il posto
dove il profano fuso al sacro sta alla base della cultura, delle società, del
quotidiano. Inconfondibile dunque il suo pensiero: “Il nome di Dio può essere
Oxalá, Gesù, Tupã, Maometto, e sono tanti e i più differenti, sì, ma per sogni
uguali”.
La chiusa perfetta. E se si pensa che la canzone prescelta per l’encore, per la chiusura nel tripudio generale è Nos barracos da cidade, il messaggio di Gil è presto svelato. Scritta nel 1985, è la voce del popolo
delle baracche contro la corruzione dei politici locali che promettono, promettono,
senza mai mantenere. E’ il ministro che canta “Nelle baracche della città, nessuno
più ha l’illusione nel potere dell’autorità di prendere una decisione […]. Il
governatore promette ma il sistema dice no. I guadagni sono molto grandi, ma nessuno
ama aprire la mano. Perfino una piccola parte già sarebbe la soluzione. Ma l’usura
di quella gente è ormai diventata una storpiatura. Oh, gente stupida. Oh, gente
ipocrita”. Che sia la risposta a tutte le accuse di corruzione che il governo Lula sta cercando di affrontare? Che sia un modo per ricordare
che lui fa parte di un governo di persone che hanno fatto della lotta alla corruzione
una ragione di vita? Stella Spinelli