
Continua l'operazione di demolizione dei quartieri poveri della capitale e di
altre città dello Zimbabwe. Ad oggi il numero degli sfollati è salito a 300mila,
secondo una stima delle Nazioni Unite, e ci sono già sei vittime. Da lunedì scorso
si trova nel paese Anna Tibaijuka, direttore generale dell’agenzia Onu per il
diritto alla casa, Habitat, e inviato speciale del segretario generale Kofi Annan.
Deve monitorare se l’operazione di demolizione delle case e mercati abusivi lanciata
a fine maggio dal governo di Robert Mugabe sia lecita; è stata definita ‘
Operation Murambatsvina’, ossia ‘Gettiamo via la spazzatura’. Finora ha solo commentato: “Ho chiesto
agli sfollati se stessero bene, e e ho ricevuto un sonoro ‘No!’ all’unisono”.
Mugabe, al potere da oltre 20 anni, dichiara di voler ripulire le città dalla
microcriminalità ed eliminare mercati illegali ed economia sommersa, a cui attribuisce
la crisi cronica in cui si trova il Paese australe, un tempo tra i più floridi
del continente. Ma dall’opposizione del Movimento Democratico (Mdc) s’accusa il
governo di abbattere le
favelas per punire i cittadini che hanno votato in massa contro il suo partito
’Zanu Pf’ alle elezioni del 31 marzo. Intanto si sono avute le prime sei vittime, come
denunciato da un rapporto del primo luglio dell’associazione ‘Amnesty International’.
I primi tre sono bambini del sobborgo di Chisangwatu nella capitale, feriti al
capo o rimasti intrappolati dal crollo delle macerie delle baracche in cui vivevano.
Le altre vittime vengono dal sobborgo di Porta Farm in Harare, dove in settimana
un ragazzo impaurito è stato investito da un’auto della polizia, una donna malata
non è riuscita a scappare davanti alle ruspe e una bimba di 18 mesi è morta schiacciata
da un muro di casa abbattuto.
Lettera di rabbia e parole di tristezza. ‘Peacereporter’ ha ricevuto in un momento così drammatico le note amareggiate
di una cooperante italiana che cura in Zimbabwe il programma di una Ong, sempre
del nostro Paese; omettiamo di riportarne i nomi per la loro sicurezza. Vi si
legge un appello ad intervenire e una denuncia della crudeltà della dittatura.
Scrive la nostra amica da Harare: “
Quello che sta succedendo qui fa rabbia e tristezza.
Hanno iniziato fermando i pulmini pieni di persone all'entrata della città, per
farli scendere e camminare per chilometri fino al lavoro. Poi si sono concentrati
sulle aree povere di Harare e delle altre città, dove la gente che dalle campagne
veniva a cercare lavoro si era costruita casette, tutte con il tetto in amianto.
Povera gente. Case in parte abusive, ma a maggioranza autorizzate e incoraggiate
dal comune. Sono state demolite con le ruspe, la gente buttata fuori. I più fortunati
hanno salvato qualche mobile, e per non vederselo rubato ci dormono di fianco
di notte. Qui è inverno e la temperatura può anche andare vicina allo zero di
notte!” Un’associazione caritatevole cristiana ha denunciato, senza fornire prove, la
morte per assideramento di quattro ‘squatters’ sfollati in giugno. Il programma
alimentare mondiale, agenzia Onu, ha dichiarato venerdì che circa 4 milioni di
zimbabwesi hanno disperato bisogno di aiuto alimentare.
Dittatura e repressione.
Questa è una dittatura. Che ha instaurato un livello di repressione tale per
cui la gente ha paura anche di fiatare. Parlando con chi lavora con noi si percepisce
il terrore: non sanno chi sarà il prossimo, la propria casa può essere dichiarata
illegale e distrutta. C’è chi ha già perso la casa, chi lavora tutto il giorno
col pensiero di tornare e non trovarla più. Ieri (mercoledì, ndr) e giovedì avrebbe
dovuto esserci uno sciopero, ma non è successo nulla. O meglio, l'esercito era
pronto ad intervenire, ma il terrore gli ha risparmiato lavoro.
Si sente in giro depressione per questi soprusi: la gente non reagisce più. Quando
chiedo se si arrabbiano, rispondono di sì, ma poi aggiungono che “se ti rivolti
finisce come nel 1999, quando la polizia e l'esercito spararono sulla folla”.
Io mi chiedo come sia possibile. Noi organizzazioni non governative siamo un
altro bersaglio della propaganda per cui in questa situazione dobbiamo andare
molto cauti. Ho tentato di fare delle foto, ma è pericoloso (queste pubblicate a fianco sono state scattate di nascosto da un diplomatico,
ndr).
La cosa peggiore che può succedere a noi stranieri è l'espulsione, ma siamo tutti
sotto shock. Anche le persone che vivono qui da anni dicono che una cosa così
non era mai successa”. Per la prossima settimana l’inviata Onu deve stendere il suo rapporto. Intanto
mercoledì l’Unione Africana ha detto da Addis Abeba che “ci sono questioni molto
più importanti” per pensare di condannare Mugabe per queste demolizioni. Il Regno
Unito sta meditando se proporre l’espulsione dello Zimbabwe dal Fondo Monetario
Internazionale come ritorsione. Ma le ruspe non si fermano.