06/11/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Catastrofi e protezione civile: il caso di Genova. Non tutto è sempre prevedibile, ma le norme della scienza deputata a proteggere non vengono di fatto applicate dall'amministrazione pubblica, centrale e locale

di Bruno Giorgini
fisico

Il sindaco Marta Vincenzi ha ripetuto più volte che l'evento era imprevedibile riferendosi all'onda di piena che ha spazzato via persone e cose in larga parte della città, e Marta Vincenzi è donna intelligente, nonché certamente amorosa di Genova e dei suoi concittadini. Eppure questa asserita "imprevedibilità" apocalittica non convince.
Intanto prevedibili e previste erano le piogge. Quindi si poteva adottare il principio di precauzione, secondo il quale gli esseri umani innanzi tutto vanno messi in sicurezza, seppure la probabilità di esondazione fosse stata bassa, o anche molto bassa (assumo qui che nei giorni precedenti qualcuno questa probabilità abbia a Genova valutato se non calcolato, o no?) attraverso l'evacuazione, ovviamente delle zone considerate a rischio (assumo qui che nei giorni precedenti qualcuno abbia mappato queste zone, o no?). In secondo luogo andavano eliminate le automobili dalle stesse zone, sia quelle parcheggiate che quelle in movimento (blocco del traffico pubblico e privato). I veicoli costituiscono un intoppo al libero fluire delle acque, moltiplicando l'onda d'urto, oltre a essere pericolosi per chi si trovi nonostante tutto in strada. In terzo luogo andava organizzata una comunicazione capillare dei rischi e delle precauzioni che ciascun cittadino avrebbe dovuto/potuto prendere, comunicazione e informazione dettagliata e tecnica sia agli individui che ai corpi sociali, per esempio se si tengono aperte le scuole bisogna dire agli insegnanti e altri operatori scolastici cosa fare in caso di evento/i catastrofico/i, rassicurando nel contempo i genitori che i loro figli non saranno lasciati a sé stessi, e lo stesso per i lavoratori privati e pubblici, se si decide che i luoghi di lavoro non vengano chiusi preventivamente. Ovviamente sto facendo i conti senza l'oste, perché di protezione civile quasi nessuno sa niente, non la si insegna nelle scuole e all'università (esiste qualche master qua e là), non la si pratica come disciplina di massa e patrimonio dei cittadini tutti, salvo poi tirare fuori i fazzoletti per piangere, ascoltare le omelie dei vescovi sulle bare, dichiarare lo stato di emergenza ex post, maledire il destino cinico e baro, fare gli scongiuri e cercare qualche capro espiatorio, la natura imprevedibile e/o il sindaco incompetente, per di più "piove governo ladro".

Invece la protezione civile non è un'opera benefica più o meno dilettantesca ma una scienza, che esige rigore, precisione, capacità di predizione, nei limiti del possibile, e di prevenzione. Una scienza altamente interdisciplinare, che corre dalla matematica, alla fisica, dalla dinamica dei fluidi alla dinamica degli esseri umani, dalla psicologia all'ingegneria, dall'ecologia all'economia, dalla computer science alla teoria della comunicazione, e altro ancora. Una scienza sempre più necessaria, perché gli eventi potenzialmente catastrofici, dalle grandi piogge sempre più frequenti e violente, ai terremoti, tsunami e quant'altro, aumentano di numero e intensità anno dopo anno, per molteplici ragioni che qui sarebbe troppo lungo analizzare (mutamenti climatici, effetto serra, eccessivo sfruttamento del suolo, cementificazione del territorio e dei corsi d'acqua, eccetera).

Certamente di tutto questo non può essere competente/responsabile il solo sindaco, ma egli/ella dovrebbe tenere in conto questa dimensione tecnico scientifica della protezione civile, predisponendo gli studi e le ricerche del caso, nonché essere cosciente che per un altro verso la protezione civile, i suoi principi basilari e le sue regole elementari di autodifesa, per essere efficace deve essere anche di massa e partecipata, deve entrare a fare parte del corredo genetico di ogni cittadino/a, più o meno come il codice della strada, o un tempo l'educazione civica. Tra l'altro la coscienza razionale del pericolo e la conoscenza diffusa di alcuni modi e comportamenti che possono ridurre l'impatto dell'onda di catastrofe, riducono anche il panico, diminuendo gli effetti caotici. Quindi, riassumendo, per affrontare le catastrofi, naturali e/o provocate dall'uomo (spesso i due aspetti si mescolano) con una efficace protezione civile bisogna in primo luogo aumentare l'intelligenza del sistema, e dei singolo componenti, sia nel senso di scienza, conoscenza, informazione, che in quello della predisposizione di strumenti e tecnologie adatte, per esempio alla simulazione degli eventi catastrofici, onde potere sperimentare in silico e vedere sullo schermo di un calcolatore cosa potrebbe accadere,e quali azioni preventive possono essere messe in atto. Nonché operando, e qui siamo alla politica, per sviluppare la coscienza civica che la protezione civile è responsabilità e diritto/dovere di ciascuno con la preparazione di base necessaria, in un meccanismo che vada dalla scuola a un sistema che potrebbe essere simile alla leva obbligatoria d'antan, ovviamente senza elementi coercitivi. Infine, tornando al punto iniziale dell'imprevedibilità, non so quali ricerche e studi siano stati fatti sul sistema dei rii e torrenti genovesi, e convengo che la predizione dei fenomeni fluidodinamici in particolare turbolenti non sia una cosa semplice, so però che esistono oggi modelli in grado di calcolare almeno in senso statistico, e simulare fenomeni come l'esondazione e l'onda di piena che ha agito a Genova. Certo ci vuole un sistema di misura e monitoraggio delle acque, possibilmente on line, cioè in tempo reale e un sistema di computazione adeguato, ma si tratta di una impresa per cui oggi esistono le teorie e le tecniche adeguate. Mi pare che dedicarsi a questa nuova protezione civile sarebbe, per Marta Vincenzi ben più utile che cercare di difendersi dalle critiche o accuse. Inoltre forse potrebbe essere un modo di elaborare il lutto della città ritrovando un ottimismo della ragione comune, del comune stare insieme, non solo ai funerali e nel cordoglio, non solo nella comune ricostruzione, ma anche nella comune protezione civile. Oggi per la catastrofe appena passata, e domani a fronte delle catastrofi future.