07/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo libanese elimina la legge che impediva ai palestinesi di lavorare
Tra le forme di discriminazione più originali merita un posto di riguardo la legge libanese che impediva ai profughi palestinesi nati in Libano, che vivono in quel Paese dai tempi della prima guerra israelo-palestinese nel 1948, di svolgere 73 tipi di lavori. Adesso sembra che sia finita.
 
operai palestinesiRiforma di civiltà. Tarrad Hamadeh,  ministro del Lavoro del Libano, ha annunciato di aver revocato il provvedimento il 28 giugno scorso. Quindi adesso i palestinesi che vivono e lavorano in Libano possono sentirsi, se non completamente equiparati, almeno un po' più liberi di condurre una vita dignitosa. Restano alcuni distinguo, come l'inibizione per i palestinesi a svolgere tutte le professioni che necessitano di un'iscrizione a un albo professionale: ingegnere, architetto, medico e avvocato. “Con questo provvedimento”, ha annunciato il ministro, “ho voluto restituire ai palestinesi i loro diritti”. Il provvedimento, oltre che ai palestinesi figli di profughi nati in Libano, sarà esteso anche a tutti i palestinesi che hanno il permesso di residenza o risiedono nel Paese dei cedri da oltre dieci anni. L'Autorità Nazionale Palestinese ha salutato la decisione del governo libanese con gioia e ha fatto sapere di considerarla “un passo nella giusta direzione”.
 
operai palestinesiUna massa di lavoratori. Per sottolineare l'importanza della decisione, basta fare una riflessione sui numeri. Secondo Saleh al-Adawi, responsabile del sindacato dei lavoratori palestinesi in Libano, a beneficiare di questa riforma saranno circa 325mila lavoratori di origine palestinese. La motivazione che veniva data all'esclusione dei discendenti dei profughi palestinesi dalle 73 occupazioni elencate nella legge, fino a oggi, era che si voleva impedire ai profughi di mettere radici in Libano. Pubblicamente lo si faceva per un'interpretazione un po' forzata del concetto di sostegno alla causa palestinese. Secondo la versione ufficiale infatti, impedire ai palestinesi d'insediarsi definitivamente in un Paese nel quale erano profughi era un modo di sostenere i loro sforzi tesi al ritorno a casa. Più prosaicamente però, per molti, era uno strumento come un altro della battaglia religioso-demografica che si combatte in Libano. La popolazione del Paese dei cedri infatti è divisa tra cristiani e musulmani, con un equilibrio precario. Il totale inserimento della comunità palestinese avrebbe, in modo irreversibile, alterato questo equilibrio a favore dei palestinesi.
 
un campo profughi palestinese in libanoUn futuro più sereno. “C'è molta malizia coinvolta in questa interpretazione”, ha ribattuto il ministro Hamadeh, “forse che se i palestinesi muoiono di fame, saranno in grado di tornare a casa loro?”. La smentita di Hamadeh è volta al passato però e oggi la comunità palestinese in Libano festeggia la riforma della legge. Per molti osservatori però, non a caso, il provvedimento arriva a pochi mesi dall'esodo di centinaia di lavoratori siriani che, fino alle manifestazioni oceaniche contro il governo di Damasco che hanno mobilitato la società libanese dopo l'omicidio di Hariri, rappresentavano la maggioranza della forza lavoro. L'esodo quindi avrebbe causato degli sconvolgimenti nel mercato del lavoro libanese. Ma sono tutte illazioni, che non avranno mai risposta. Resta la riforma che, seppur in modo inconpleto, restituisce ai palestinesi che lavorano in Libano la dignità di poter scegliere quello che vogliono fare per guadagnarsi la vita con dignità.

Christian Elia

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