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Riforma di civiltà. Tarrad Hamadeh, ministro del Lavoro del Libano, ha annunciato
di aver revocato il provvedimento il 28 giugno scorso. Quindi adesso i
palestinesi che vivono e lavorano in Libano possono sentirsi, se non
completamente equiparati, almeno un po' più liberi di condurre una vita
dignitosa. Restano alcuni distinguo, come l'inibizione per i palestinesi a
svolgere tutte le professioni che necessitano di un'iscrizione a un albo
professionale: ingegnere, architetto, medico e avvocato. “Con questo
provvedimento”, ha annunciato il ministro, “ho voluto restituire ai palestinesi
i loro diritti”. Il provvedimento, oltre che ai palestinesi figli di profughi
nati in Libano, sarà esteso anche a tutti i palestinesi che hanno il permesso
di residenza o risiedono nel Paese dei cedri da oltre dieci anni. L'Autorità
Nazionale Palestinese ha salutato la decisione del governo libanese con gioia
e
ha fatto sapere di considerarla “un passo nella giusta direzione”.
Una massa di lavoratori. Per sottolineare
l'importanza della decisione, basta fare una riflessione sui numeri. Secondo
Saleh al-Adawi, responsabile del sindacato dei lavoratori palestinesi in
Libano, a beneficiare di questa riforma saranno circa 325mila lavoratori di
origine palestinese. La motivazione che veniva data all'esclusione dei
discendenti dei profughi palestinesi dalle 73 occupazioni elencate nella legge,
fino a oggi, era che si voleva impedire ai profughi di mettere radici in
Libano. Pubblicamente lo si faceva per un'interpretazione un po' forzata del
concetto di sostegno alla causa palestinese. Secondo la versione ufficiale
infatti, impedire ai palestinesi d'insediarsi definitivamente in un Paese nel
quale erano profughi era un modo di sostenere i loro sforzi tesi al ritorno a
casa. Più prosaicamente però, per molti, era uno strumento come un altro della
battaglia religioso-demografica che si combatte in Libano. La popolazione del
Paese dei cedri infatti è divisa tra cristiani e musulmani, con un equilibrio
precario. Il totale inserimento della comunità palestinese avrebbe, in modo
irreversibile, alterato questo equilibrio a favore dei palestinesi.
Un futuro più sereno. “C'è molta malizia coinvolta in
questa interpretazione”, ha ribattuto il ministro Hamadeh, “forse che se i
palestinesi muoiono di fame, saranno in grado di tornare a casa loro?”. La
smentita di Hamadeh è volta al passato però e oggi la comunità palestinese in
Libano festeggia la riforma della legge. Per molti osservatori però, non a
caso, il provvedimento arriva a pochi mesi dall'esodo di centinaia di
lavoratori siriani che, fino alle manifestazioni oceaniche contro il governo di
Damasco che hanno mobilitato la società libanese dopo l'omicidio di Hariri,
rappresentavano la maggioranza della forza lavoro. L'esodo quindi avrebbe
causato degli sconvolgimenti nel mercato del lavoro libanese. Ma sono tutte
illazioni, che non avranno mai risposta. Resta la riforma che, seppur in modo
inconpleto, restituisce ai palestinesi che lavorano in Libano la dignità di
poter scegliere quello che vogliono fare per guadagnarsi la vita con dignità.Christian Elia