02/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo 37 anni di omicidi, è vicino come non mai lo smantellamento di Eta
scritto per noi da
Gianluca Ursini
 
 
La 'Ikurrina', bandiera di EuskadiEzdago lekurrik biolentzia rakò, No hay màs espacio para la violencia”, Non c’è più posto per la violenza, ripetono a PeaceReporter intellettuali e esponenti delle Ong dal Paese Basco, dove sembra siano destinati a finire quarantaquattro anni di lutti e terrorismo per la contrapposizione tra la banda armata Eta, che rivendica l’indipendenza di Euskadi (così la regione in lingua basca) e i rappresentanti dello Stato di Madrid. Martedì scorso, all’insediamento degli undici assessori della giunta autonoma appena formata, si è avviato un primo tentativo per arrivare al disarmo di una organizzazione che dal 1961, dalla dittatura di Francisco Franco a 30 anni di democrazia, ha ucciso oltre 800 persone (21 morti e 45 feriti da una bomba in Barcellona nel giugno 1987 il loro attentato più cruento). Il governatore della prossima legislatura, Juan José Ibarretxe, è al bis dopo quattro anni alla guida di una giunta tripartita. La sua formazione conservatore nazionalista, il Partido nacionalista vasco (Pnv), convive con l’ala estrema della sinistra spagnola, Izquierda Unida (Sinistra unita), e ha promesso durante l’insediamento di voler aprire una mesa de dialogo, un tavolo di dialogo a cui parteciperanno anche i rappresentanti della milizia Euskadi ta Askatasuna (‘Terra e libertà’), che aveva fornito anche il proprio appoggio esterno all’elezione del lehendakari (governatore in basco).
 
Il Paese Basco rimane nel nord est iberico, al confine ocn la FranciaServe la tregua. Voci dissenzienti solo da popolari (Ppe) e socialisti (Psoe), che sono però i due maggiori partiti a livello nazionale. “Non abbiamo intenzione di sedere allo stesso tavolo di chi continua ad uccidere; senza un gesto chiaro dell’Eta non c’è trattativa possibile”, ha dichiarato Patxi Lopez, segretario locale del partito del premier José Zapatero. Per passare alla trattativa politica, e lasciare le armi, si invoca l’annuncio di una tregua indefinita e senza condizioni, come già aveva fatto la banda terrorista nel settembre del 1998, per venire incontro al neogoverno del popolare José Maria Aznar. Nuove trattative condotte nel marzo 1999 a Zurigo non portarono a nulla, fino al gennaio 2000, quando Eta tornò a reclamare la vita di un ertzaintza, poliziotto locale.
 
Rigetto popolare. Dalla fine degli anni '90, i colpi della magistratura che dichiarava illegale ogni partito provasse a  rappresentare politicamente Eta tra il consenso dei media e dei cittadini, hanno ufficializzato l’accerchiamento dei terroristi da parte della società spagnola. Forse anche come rigetto verso la violenza terroristica dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli States e soprattutto dell’11 marzo 2004 a Madrid. Ora gli abertzales (nazionalista in Euskera) di ispirazione marxista-leninista vogliono “superare il conflitto in maniera democratica e non violenta”. Lo ha detto a un congresso del novembre 2004 in San Sebastian il loro portavoce Arnaldo Otegi, proponendo un dialogo sui temi che stanno loro a cuore: il destino dei prigionieri politici e un nuovo Statuto autonomista. Un rigetto iniziato nel 1998, con le ingiunzioni del giudice Baltasar Garzòn (lo stesso che voleva giudicare Augusto Pinochet per crimini contro l’umanità) di chiusura delle sedi di Herri Batasuna, nata nel 1978, legata ad Eta e considerata ‘associazione a delinquere finalizzata alla lotta armata’. In seguito altre sei sigle presentate dai ‘batasunos’ in occasione di competizioni elettorali sono state considerate illegali.
 
Le tre provincie di Euskadi, Alava, Guipuzcoa e BiscagliaTempi maturi? Ci sarebbe da ben sperare, quindi. “Una cosa si può dire con sicurezza, indietro non si torna” ha spiegato a PeaceReporter Gorka Espiau, cofondatore dell’’associazione per il dialogo e la pace Elkarri’ (www.elkarri.org), che conta oltre 3mila soci e 100 sedi tra Paesi Baschi, Navarra, Madrid e Bruxelles. “Come indicato dalla nostra ultima iniziativa, siamo al ‘Punto e a capo’ nella storia del nostro Paese. Si è chiusa una pagina, e ora si guarda avanti” aggiunge Espiau, la cui associazione conta sul lavoro di oltre 800 volontari ed è riuscita a coinvolgere dal 1992 partiti e società civile in tre distinte ‘Conferenze di pace’, in cui si sono incontrate persone che prima si fronteggiavano armate.
L’anno scorso Elkarri ha portato in strada oltre 10mila persone ad una manifestazione contro l’uso della violenza, e ha presentato petizioni firmate da 120mila persone al parlamento basco di recente. Non poche per una regione con due milioni d’abitanti , in cui a votare Batasuna-Eta è quasi il 10 percento dell’elettorato, pari a circa 150mila elettori. Un segnale della disaffezione dei Baschi alle rivendicazioni violente.
Adesso Elkarri lancia una campagna di comunicazione nella quale contatterà 10mila testimonial, cittadini baschi qualunque, a cui chiedere ‘Porqué necesitas la paz?’ (Perché hai bisogno della pace); le risposte saranno presentate alle istituzioni di Euskadi.
 
‘Mucho aburrimiento’. Anche per Pedro Ibarra, docente di Scienze politiche presso l’Università del Paese Basco la chiave del cambiamento sta nell’’aburrimiento’, nell’insofferenza che i cittadini di Euskadi  hanno verso un problema senza soluzione dal 1969, anno del primo omicidio dell’Eta. Ibarra fu un fautore dell’‘antimilitarismo’, ma non crede che sia la nonviolenza a guidare questa svolta. “Mi piacerebbe che la società basca avesse sviluppato questa cultura del rigetto, per aver recepito la cultura antimilitarista, ma non credo sia così", spiega il professore, socio di Elkarri. "La nostra società non ha valori che abbracciano la cultura del pacifismo e della nonviolenza. La stanchezza nasce invece dall’incapacità dei nostri politici. E’ un grido della società, “Risolvete il problema una volta per tutte!” Un precisa richiesta sociale perché si prendano provvedimenti.”
L’inefficacia dei politici sarebbe quindi lo stimolo alla pacificazione? “I cittadini chiedono che si passi da domande basilari come “Chi siamo? Chi vogliamo essere?” ad argomenti di vita quotidiana, come la disoccupazione. Secondo Ibarra "non si vuole più perdere tempo a parlare di questioni che non riguardano la vita di tutti i giorni; c’è un grande desiderio di normalità”. Ma si frappone ancora un ostacolo. "Credo che Eta abbia ancora una mentalità del confronto - dice Ibarra - procede colpendo con violenza, per poi pretendere dalla controparte un accomodamento per rinunciare alla violenza; così non costruiremo il dialogo. Ma adesso hanno capito che i tempi della violenza sono finiti. Credo che al momento il loro obiettivo sia di uscirne con dignità; mostrare ai loro elettori che hanno raggiunto qualcosa per il bene di Euskadi e deporre le armi".
 
Ragazza sventola la Ikurrina con indosso la 'Txapela', il tipico cappelloPiù vicini che mai. Ancora da stabilire i tempi per la pacificazione basca: si riuniranno in settembre tutti i partiti intorno un tavolo? Sarebbe il primo passo, per definire le regole dei negoziati di pace: chi vi partecipa, che argomenti si trattano, quali non verranno trattati; poi arriverebbero i negoziati. “Se tutto va per il verso giusto –chiarisce Ibarra - le parti possono sedere verso settembre intorno al tavolo comune, e per febbraio inizierà la conferenza sui contenuti dell’accordo; prima della prossima estate, avremo delle conclusioni.” Sembrano tempi brevissimi. “Un momento – ribatte Ibarra – la conferenza, da convocare dopo un accordo sui contenuti da discutere, darà degli spunti, soluzioni possibili al problema, ma l’ultima parola spetterà al parlamento basco, che voterà ogni singola questione. Un’attesa ancora lunga, ma si può dire che l’inizio del processo di pacificazione è adesso molto più vicino di quanto si sia mai pensato. Anche se dipende tutto dalla dichiarazione di tregua unilaterale da parte di Eta”.
Una visione di speranza, confermata anche da Gorka Espiau: “Ogni discorso politico parte dalla realtà; e qui la realtà è cambiata parecchio rispetto a quindici anni fa. Anche quelli di Eta hanno capito che l’Euskadi di oggi è diversa”. E speriamo si possa gridare: "Gora Euskadi", "Viva il Paese Basco!".
Categoria: Elezioni, Pace, Politica, Popoli
Luogo: Spagna