Da quando gli Stati Uniti hanno invaso l'Iraq, nel marzo 2003, l'analogia tra
questa guerra e quella del Vietnam è stata invocata da alcuni osservatori e rifiutata
da altri. Martedì scorso il presidente George W. Bush ha parlato di fronte ai
militari riuniti a Fort Bragg, in un discorso che è stato ripreso dalle televisioni
di tutto il mondo: Bush ha cercato di spiegare i motivi della presenza statunitense
in Iraq a una nazione sempre più perplessa sull'andamento della guerra e sull'opportunità
di far rimanere le truppe nel Paese.
Quello che segue è un discorso tenuto il 7 aprile 1965 da un altro presidente
americano, Lyndon Johnson. Il vice di John Kennedy, salito al potere nel novembre
1963 dopo l'attentato di Dallas a Jfk, pronunciò queste parole in un campus universitario
all'inizio dell'escalation militare in Vietnam, che portò gli Stati Uniti ad avere
oltre 530mila soldati sul campo nel 1968.

"Questa sera, americani e asiatici stanno sacrificando le loro vite per un mondo
in cui ogni popolo potrà scegliere la propria strada verso il cambiamento. E’
il principio per il quale i nostri avi si sono battuti nelle valli della Pennsylvania.
Ed è il principio per il quale i nostri figli stanno combattendo fra le foreste
del Vietnam. Il Vietnam è lontano da questo tranquillo campus. Lì noi non possediamo
territori né miriamo ad averne. La guerra è una cosa sporca, brutale, difficile.
E ci sono qualcosa come 400 giovani uomini, nati in un’America ricca di opportunità
e promesse, che hanno terminato la loro vita sul suolo fumante del Vietnam.
Perché dobbiamo percorrere una strada tanto dolorosa? Perché questa nazione deve
mettere a rischio la sua tranquillità, i suoi interessi e il suo potere per un
popolo così tanto lontano? Noi lottiamo perché dobbiamo lottare se vogliamo vivere
in un mondo in cui ogni nazione sia libera di scegliersi il proprio destino; solo
in un mondo così la nostra libertà potrà essere garantita. E’ un mondo, questo,
che non si costruisce con le bombe o con le pallottole. Tuttavia, le debolezze
e le imperfezioni dell’uomo sono tali e tante che spesso la forza deve precedere
la ragione e le rovine della guerra devono venire prima delle opere della pace.
Vorremmo che non fosse così. Ma dobbiamo affrontare il mondo così com’è, se vogliamo
che un giorno sia come lo desideriamo. Il mondo così com’è in Asia non è né sereno
né pacifico. Ovviamente, alcuni sud-vietnamiti stanno partecipando agli attacchi
contro il loro stesso governo. Ma c’è un flusso continuo di uomini preparati,
rifornimenti, ordini e armi che si spostano da Nord a Sud. Questo sostegno è il
cuore pulsante della guerra. Ed è una guerra di una crudeltà inaudita. Semplici
contadini sono oggetto di omicidi e rapimenti. Donne e bambini vengono strangolati
nella notte perché i loro uomini sono fedeli al governo. E popolazioni rurali
indifese vengono devastate e saccheggiate con attacchi a sorpresa. Raid su vasta
scala vengono perpetrati contro i paesi e il terrore colpisce nel cuore delle
città.

La natura confusa di questo conflitto non può nascondere il fatto che è solo
il nuovo volto di un vecchio nemico. Il conflitto in Vietnam fa parte di uno schema
più ampio di scopi aggressivi. Perché ci riguarda tutto questo? Perché siamo in
Vietnam? Siamo lì perché abbiamo una promessa da mantenere. Da molti anni ci siamo
impegnati ad aiutare il Vietnam del sud a difendere la sua indipendenza. E intendo
mantenere questa promessa. Disonorare questo impegno, lasciare quella piccola
nazione coraggiosa al nemico e al terrore che ne conseguirebbe, sarebbe un torto
imperdonabile.
Siamo lì anche per rafforzare l’ordine mondiale. Da Berlino alla Thailandia,
il mondo è pieno di persone il cui benessere si basa in parte sulla certezza di
poter contare su di noi qualora fossero attaccate. Se abbandonassimo il Vietnam
al suo destino, la fiducia di tutte quelle persone nei valori dell’impegno americano
e delle promesse americane crollerebbe. Di conseguenza avremmo maggiore instabilità
e un conflitto ancora più ampio. E siamo lì perché è grande la posta in gioco.
Non pensate che se ci ritirassimo dal conflitto la guerra avrebbe fine. La guerra
ricomincerebbe in un’altra nazione, e poi in un’altra e un’altra ancora. Quel
che la nostra era ci ha insegnato è che la fame di guerra non è mai soddisfatta.
Ritirarsi da un campo di battaglia significa solo prepararsi per un altro. E’
nostro dovere dichiarare ai popoli del sud est asiatico, come facemmo in Europa,
“Siete giunti fin qui, ma non andrete oltre”, secondo le parole della Bibbia.

Il nostro obiettivo è l’indipendenza del Vietnam del Sud, e renderlo sicuro da
attacchi futuri. Non vogliamo niente per noi – vogliamo solo che al popolo del
Vietnam meridionale sia permesso di guidare la propria patria liberamente. Faremo
tutto il necessario per raggiungere quell’obiettivo. E faremo solo ciò che sarà
strettamente necessario. Lo facciamo per reprimere le violenze. Lo facciamo per
accrescere la fiduciosa del coraggioso Vietnam del sud che da anni sopporta valorosamente
questo conflitto crudele che ha già causato così tante vittime.
Non ci faremo sconfiggere. Non ci stancheremo. Non ci ritireremo, né apertamente
né con la scusa di un accordo privo di vero significato. Speriamo che la pace
possa giungere rapidamente. Ma questo dipende da altri oltre che da noi. E dobbiamo
quindi prepararci a un conflitto lungo e continuo. Richiederà pazienza e coraggio,
la volontà di sopportare e la volontà di resistere. Vorrei tanto che fosse possibile
convincere gli altri con le parole di quello che ora riteniamo imperativo dire
con le armi e gli aerei: L’ostilità armata è cosa futile. Le nostre risorse sono
proporzionate alla sfida. E poiché noi combattiamo per dei valori e per dei principi
e non per terre o colonie, la nostra pazienza e la nostra determinazione sono
infinite".