scritto per noi da
Pierluigi Senatore
"Quando ci fu l’esplosione ero a Vietka. Avevo 14 anni e tirava
un forte vento. Dell’incidente lo abbiamo saputo dalle radio estere.
Le autorità locali ci hanno avvisato della catastrofe solo il 10 maggio
dicendoci di non mangiare la carne, il latte e i prodotti della terra. Di
non fare bagni al fiume e di non stare troppo al sole perchè era molto
pericoloso". Questa è la testimonianza di Misha, uno dei
sopravvissuti al fall-out radioattivo causato da un incidente nucleare
che le autorità sovietiche tentarono di nascondere fino all’ultimo, protetti da
una “cortina”, quella di ferro, che ormai stava
sgretolandosi.
Il viaggio. Alla centrale di Chernobyl, in funzione fino al 2000, si
arriva dopo aver passato innumerevoli posti di controllo e solo con un
permesso speciale rilasciato dal Parlamento ucraino. Ad attendere
all’ingresso della centrale la delegazione di
Legambiente e
Rock No
War*, due giovani e sorridenti guide che hanno il compito di far credere
a chi arriva sul posto che non esistono più rischi reali e che le
autorità ucraine stanno facendo di tutto per mettere in sicurezza il
sarcofago che racchiude il “cuore malato” del reattore numero 4, che
continua ad emettere le sue micidiali radiazioni. Attualmente nella
centrale, quattro reattori spenti e due per i quali la costruzione è
stata interrotta dopo l’esplosione dell’86, lavorano quotidianamente un
centinaio di addetti. Per loro turni di 12 ore e poi due giorni lontani
dalla centrale per abbattere le radiazioni. Complessivamente sono 3800
i tecnici che lavorano a Chernobyl con il compito di tenere sotto
controllo la centrale, la cui imponente mole incombe sulla vicina città
di Pripyat, la “città” fantasma.
La città fantasma. Pripyat nel 1986 aveva 50mila abitanti: banche, un ufficio postale,
scuole, negozi, un hotel, un luna park che non ha mai visto il volto
sorridente e sognante di un bambino, e una sola colpa: essere a 2 chilometri in
linea d’aria dal reattore maledetto.
Pripyat, che la retorica sovietica presentava come la città simbolo del
trionfo tecnologico del comunismo, era stata fondata nel 1970 per
ospitare i tecnici che lavoravano nella vicina centrale e le loro
famiglie. Quella notte, mentre a poca distanza si stava compiendo la
tragedia, gli abitanti stavano dormendo, forse qualcuno faceva l’amore
oppure qualcun altro, nel suo letto, pensava alla giornata successiva,
meditava sui sogni e fantasticava sul futuro; ma tutto,
improvvisamente, è stato interrotto all’1 e 23 di quel sabato 26 aprile,
quando dopo una serie di errori umani il reattore numero 4 della
centrale nucleare esplose. La città di Pripyat è l'emblema del disastro
di Chernobyl. L'evacuazione dei suoi abitanti iniziò solo 36 ore dopo
l'incidente. Fino al primo pomeriggio di sabato 27 aprile, la gente
continuò nelle proprie attività. Tutto era normale, non fosse stato per
la presenza di tanti poliziotti che lavavano le strade della città con
uno strano liquido bianco. Poi, improvvisamente, in tre ore 1.110 bus
giunti da Kiev evacuarono la popolazione, dicendo che sarebbe stato
solo per tre giorni. Pripyat adesso è una città “morta”, abbandonata dai suoi
abitanti
e
dalla vita; una città fantasma che si trova all’interno della
famigerata “zona morta” dove una natura rigogliosa, ma malata, ha preso
il sopravvento.
L'eredità del disastro. La tappa di Pripyat è stato il momento più “difficile”
e “intenso” del viaggio.
A Pripyat la sosta è stata di poche decine di minuti, il tempo di
guardare negli occhi i micidiali effetti del
fall-out radioattivo, ma
soprattutto per riflettere sulla pazzia dell’uomo nell’area rarefatta e
surreale di quei luoghi spazzati da un vento implacabile, che sembra
volerci scacciare per non disturbare quella quiete innaturale. Ma anche
fuori dalla cosiddetta “zona morta”, la situazione non è delle più
facili. A pochi chilometri, infatti, ci sono centri importanti dove la
vita procede come se non fosse accaduto nulla: le scuole sono aperte, i
pochi negozi e le poche fabbriche anche e la gente continua ad
alimentarsi con i prodotti della terra che risultano ancora contaminati
con valori superiori anche cento volte a quelli previsti e sopportabili
dall’uomo senza conseguenze. Ma la filosofia che sta dietro a
questa scelta è molto semplice, come ci dice Tamara, ritornata a vivere
a Braghin, in Bielorussia, dopo anni passati in un anonimo palazzo
della capitale: "Preferisco morire nella mia povera casa dove
sono nata piuttosto che di fame, in miseria e in solitudine a
Minsk". Sì, perché la Bielorussia del presidente Lukashenko non
sembra dare molte possibilità con un’economia dove ancora sopravvive il
modello sovietico dei piani quinquennali senza però la copertura dei
servizi e del lavoro garantito che l’ex potenza comunista dava. Molte
famiglie si stanno disgregando con i giovani che sognano, annegati
nella birra e nella vodka, fortuna all’estero, mentre i più anziani,
che ormai non sognano più, cercano anch’essi una via d’uscita
attraverso l’alcool che già dalle prime luci dell’alba è ben presente
su ogni tavola; a tutto questo si aggiunge l’espansione dell’Aids che in
certe realtà si sta diffondendo pericolosamente; oppure l’aumento
incontrollato del diabete a causa dell'alimentazione e delle allergie
per l’abbassamento delle difese immunitarie.
Il futuro. L’unica speranza, ancora
una volta, sono i bambini, quelli per i quali il
Progetto Chernobyl
di
Legambiente, in sinergia con Rock No War e il Fuori Orario sta cercando
di aiutare, non attraverso interventi a pioggia e casuali, ma con
progetti specifici e mirati in particolar modo a far crescere nel
popolo bielorusso una nuova consapevolezza.
A 19 anni dal disastro nucleare di Chernobyl, circa 7 milioni di
persone sono ancora
esposte al rischio contaminazione da isotopi a lungo decadimento. La
maggiore fonte di pericolo arriva dal cibo prodotto nelle aree colpite
dall'esplosione, in cui si registrano alte quantità di cesio
(radioattivo). Principali vittime di questa tragedia sono i bambini
che, alimentati con carne,
latte o cereali inquinati, sempre più spesso si ammalano di tumori
tiroidei o sono affetti da immunodepressione. In quella lunga notte di
19 anni fa a Chernobyl era iniziato da poche ore uno sciagurato
esperimento per calcolare il tempo di autonomia di funzionamento dei
sistemi di emergenza del reattore 4 della centrale nucleare, quando un
improvviso aumento della produzione di vapore provocò una violentissima
esplosione ed il conseguente scoppio di un incendio. L'incidente, il
più grave disastro nucleare ad oggi mai registrato, si verificò alle
ore 01,23 e 44 secondi e per una strana situazione di venti, l’area più
colpita fu la Bielorussia dove ancora oggi un quinto del territorio è
contaminato. E' l'inizio di un disastro che ha provocato la morte
immediata di 32 persone, di altre centinaia nelle ore successive, di
ulteriori cinque milioni di individui sottoposti al
fall-out
radioattivo, ma un bilancio definitivo è impossibile da stilare tra
omertà e documenti spariti. La nube radioattiva che si sprigionò
investì in pochi giorni, dopo la Bielorussia e l’Ucraina, l'intero
pianeta, dagli Usa alla Cina provocando un danno ecologico ed
ambientale di proporzioni spaventose di cui, ancora oggi, si pagano le
conseguenze.
I danni. Secondo le Nazioni Unite, i morti per cause direttamente collegate
all’esplosione sono stati finora 7000, ma gli scienziati giapponesi che
dal 1945 studiano gli
effetti delle radiazioni dopo le due bombe
atomiche a Hiroshima e Nagasaki stimano che il numero totale dei morti
conseguenti al propagarsi delle radiazioni potrebbe aggirarsi attorno
alle 200mila vittime e gli effetti del disastro si potranno
registrare fino alla fine di questo secolo. Le sostanze rilasciate
nell’aria rimarranno ancora attive per anni: lo stronzio 90 e il cesio
137 ancora per un’altra decina di anni; mentre il plutonio sarà attivo
per ventiquattromila anni prima di perdere il suo carico di
pericolosità. I più colpiti sono i bambini che rischiano di crescere
con gravi deformazioni o con complicazioni che potrebbero manifestarsi
in età adulta sotto forma di tumori, leucemie, alterazioni della
tiroide. Nei bambini tra i 6 e i 15 anni l'incidenza del cancro alla tiroide
dopo il disatro del 1986 è aumentata di dieci volte e gli altri tipi di
tumore hannno subito la stessa tendenza. E fra qualche anno i bambini
nati all’indomani dell’esplosione, si sposeranno e avranno figli, e
forse solo allora comprenderemo la tragedia che si è consumata in
quella notte di primavera. Il reattore numero 4 di Chernobyl rimane un monito
così
come le altre
grandi catastrofi ambientali che in questi decenni hanno sconvolto il
pianeta; un monito che però appare sempre più inascoltato con le grandi
potenze e i Paesi ricchi impegnati a distribuirsi la torta del petrolio
iracheno. Una tragedia, quella di Chernobyl, che potrebbe ripetersi a
breve, visto che il sarcofago di cemento che ricopre il quarto reattore
della centrale sta cedendo e le radiazioni
continuano ad uscire con il loro carico di morte. La centrale nel 2000 è
stata chiusa, ma rimane una bomba ad orologeria per l'intera umanità.