01/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage da Chernobyl, dove il disastro nucleare ha lasciato tracce indelebili
scritto per noi da
Pierluigi Senatore
 
 
"Quando ci fu l’esplosione ero a Vietka. Avevo 14 anni e tirava un forte vento. Dell’incidente lo abbiamo saputo dalle radio estere. Le autorità locali ci hanno avvisato della catastrofe solo il 10 maggio dicendoci di non mangiare la carne, il latte e i prodotti della terra. Di non fare bagni al fiume e di non stare troppo al sole perchè era molto pericoloso". Questa è la testimonianza di Misha, uno dei sopravvissuti al fall-out radioattivo causato da un incidente nucleare che le autorità sovietiche tentarono di nascondere fino all’ultimo, protetti da una “cortina”, quella di ferro, che ormai stava sgretolandosi.
 
posto di controllo sull astrada per chernobyl Il viaggio. Alla centrale di Chernobyl,  in funzione fino al 2000, si arriva dopo aver passato innumerevoli posti di controllo e solo con un permesso speciale rilasciato dal Parlamento ucraino. Ad attendere all’ingresso della centrale la delegazione di Legambiente e Rock No War*, due giovani e sorridenti guide che hanno il compito di far credere a chi arriva sul posto che non esistono più rischi reali e che le autorità ucraine stanno facendo di tutto per mettere in sicurezza il sarcofago che racchiude il “cuore malato” del reattore numero 4, che continua ad emettere le sue micidiali radiazioni. Attualmente nella centrale, quattro reattori spenti e due per i quali la costruzione è stata interrotta dopo l’esplosione dell’86, lavorano quotidianamente un centinaio di addetti. Per loro turni di 12 ore e poi due giorni lontani dalla centrale per abbattere le radiazioni. Complessivamente sono 3800 i tecnici che lavorano a Chernobyl con il compito di tenere sotto controllo la centrale, la cui imponente mole incombe sulla vicina città di Pripyat, la “città” fantasma.
 
ruota panoramica di pripyatLa città fantasma. Pripyat nel 1986 aveva 50mila abitanti: banche, un ufficio postale, scuole, negozi, un hotel, un luna park che non ha mai visto il volto sorridente e sognante di un bambino, e una sola colpa: essere a 2 chilometri in linea d’aria dal reattore maledetto. Pripyat, che la retorica sovietica presentava come la città simbolo del trionfo tecnologico del comunismo, era stata fondata nel 1970 per ospitare i tecnici che lavoravano nella vicina centrale e le loro famiglie. Quella notte, mentre a poca distanza si stava compiendo la tragedia, gli abitanti stavano dormendo, forse qualcuno faceva l’amore oppure qualcun altro, nel suo letto, pensava alla giornata successiva, meditava sui sogni e fantasticava sul futuro; ma tutto, improvvisamente, è stato interrotto all’1 e 23 di quel sabato 26 aprile, quando dopo una serie di errori umani il reattore numero 4 della centrale nucleare esplose. La città di Pripyat è l'emblema del disastro di Chernobyl. L'evacuazione dei suoi abitanti iniziò solo 36 ore dopo l'incidente. Fino al primo pomeriggio di sabato 27 aprile, la gente continuò nelle proprie attività. Tutto era normale, non fosse stato per la presenza di tanti poliziotti che lavavano le strade della città con uno strano liquido bianco. Poi, improvvisamente, in tre ore 1.110 bus giunti da Kiev evacuarono la popolazione, dicendo che sarebbe stato solo per tre giorni. Pripyat adesso è una città “morta”, abbandonata dai suoi abitanti e dalla vita; una città fantasma che si trova all’interno della famigerata “zona morta” dove una natura rigogliosa, ma malata, ha preso il sopravvento.
 
la centrale del disastro del 1986L'eredità del disastro. La tappa di Pripyat è stato il momento più “difficile” e “intenso” del viaggio. A Pripyat la sosta è stata di poche decine di minuti, il tempo di guardare negli occhi i micidiali effetti del fall-out radioattivo, ma soprattutto per riflettere sulla pazzia dell’uomo nell’area rarefatta e surreale di quei luoghi spazzati da un vento implacabile, che sembra volerci scacciare per non disturbare quella quiete innaturale. Ma anche fuori dalla cosiddetta “zona morta”, la situazione non è delle più facili. A pochi chilometri, infatti, ci sono centri importanti dove la vita procede come se non fosse accaduto nulla: le scuole sono aperte, i pochi negozi e le poche fabbriche anche e la gente continua ad alimentarsi con i prodotti della terra che risultano ancora contaminati con valori superiori anche cento volte a quelli previsti e sopportabili dall’uomo senza conseguenze. Ma la filosofia che sta dietro a questa scelta è molto semplice, come ci dice Tamara, ritornata a vivere a Braghin, in Bielorussia, dopo anni passati in un anonimo palazzo della capitale: "Preferisco morire nella mia povera casa dove sono nata piuttosto che di fame, in miseria e in solitudine a Minsk". Sì, perché la Bielorussia del presidente Lukashenko non sembra dare molte possibilità con un’economia dove ancora sopravvive il modello sovietico dei piani quinquennali senza però la copertura dei servizi e del lavoro garantito che l’ex potenza comunista dava. Molte famiglie si stanno disgregando con i giovani che sognano, annegati nella birra e nella vodka, fortuna all’estero, mentre i più anziani, che ormai non sognano più, cercano anch’essi una via d’uscita attraverso l’alcool che già dalle prime luci dell’alba è ben presente su ogni tavola; a tutto questo si aggiunge l’espansione dell’Aids che in certe realtà si sta diffondendo pericolosamente; oppure l’aumento incontrollato del diabete a causa dell'alimentazione e delle allergie per l’abbassamento delle difese immunitarie.
 
busto di lenin, eredità del passatoIl futuro. L’unica speranza, ancora una volta, sono i bambini, quelli per i quali il Progetto Chernobyl di Legambiente, in sinergia con Rock No War e il Fuori Orario sta cercando di aiutare, non attraverso interventi a pioggia e casuali, ma con progetti specifici e mirati in particolar modo a far crescere nel popolo bielorusso una nuova consapevolezza. A 19 anni dal disastro nucleare di Chernobyl, circa 7 milioni di persone sono ancora esposte al rischio contaminazione da isotopi a lungo decadimento. La maggiore fonte di pericolo arriva dal cibo prodotto nelle aree colpite dall'esplosione, in cui si registrano alte quantità di cesio (radioattivo). Principali vittime di questa tragedia sono i bambini che, alimentati con carne, latte o cereali inquinati, sempre più spesso si ammalano di tumori tiroidei o sono affetti da immunodepressione. In quella lunga notte di 19 anni fa a Chernobyl era iniziato da poche ore uno sciagurato esperimento per calcolare il tempo di autonomia di funzionamento dei sistemi di emergenza del reattore 4 della centrale nucleare, quando un improvviso aumento della produzione di vapore provocò una violentissima esplosione ed il conseguente scoppio di un incendio. L'incidente, il più grave disastro nucleare ad oggi mai registrato, si verificò alle ore 01,23 e 44 secondi e per una strana situazione di venti, l’area più colpita fu la Bielorussia dove ancora oggi un quinto del territorio è contaminato. E' l'inizio di un disastro che ha provocato la morte immediata di 32 persone, di altre centinaia nelle ore successive, di ulteriori cinque milioni di individui sottoposti al fall-out radioattivo, ma un bilancio definitivo è impossibile da stilare tra omertà e documenti spariti. La nube radioattiva che si sprigionò investì in pochi giorni, dopo la Bielorussia e l’Ucraina, l'intero pianeta, dagli Usa alla Cina provocando un danno ecologico ed ambientale di proporzioni spaventose di cui, ancora oggi, si pagano le conseguenze.
 
un bimbo che soffre delle conseguenze del disastroI danni. Secondo le Nazioni Unite, i morti per cause direttamente collegate all’esplosione sono stati finora 7000, ma gli scienziati giapponesi che dal 1945 studiano gli effetti delle radiazioni dopo le due bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki stimano che il numero totale dei morti conseguenti al propagarsi delle radiazioni potrebbe aggirarsi attorno alle 200mila vittime e gli effetti del disastro si potranno registrare fino alla fine di questo secolo. Le sostanze rilasciate nell’aria rimarranno ancora attive per anni: lo stronzio 90 e il cesio 137 ancora per un’altra decina di anni; mentre il plutonio sarà attivo per ventiquattromila anni prima di perdere il suo carico di pericolosità. I più colpiti sono i bambini che rischiano di crescere con gravi deformazioni o con complicazioni che potrebbero manifestarsi in età adulta sotto forma di tumori, leucemie, alterazioni della tiroide. Nei bambini tra i 6 e i 15 anni l'incidenza del cancro alla tiroide dopo il disatro del 1986 è aumentata di dieci volte e gli altri tipi di tumore hannno subito la stessa tendenza. E fra qualche anno i bambini nati all’indomani dell’esplosione, si sposeranno e avranno figli, e forse solo allora comprenderemo la tragedia che si è consumata in quella notte di primavera. Il reattore numero 4 di Chernobyl rimane un monito così come le altre grandi catastrofi ambientali che in questi decenni hanno sconvolto il pianeta; un monito che però appare sempre più inascoltato con le grandi potenze e i Paesi ricchi impegnati a distribuirsi la torta del petrolio iracheno. Una tragedia, quella di Chernobyl, che potrebbe ripetersi a breve, visto che il sarcofago di cemento che ricopre il quarto reattore della centrale sta cedendo e le radiazioni continuano ad uscire con il loro carico di morte. La centrale nel 2000 è stata chiusa, ma rimane una bomba ad orologeria per l'intera umanità.
Categoria: Bambini, Salute, Ambiente
Luogo: Ucraina
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