scritto per noi da
Matteo Colombi

La guerra in Iraq continua a mietere vittime americane, la situazione politica
e la sicurezza degli iracheni sembrano in balia di caos e violenza; le forze armate
sono alla ricerca disperata di nuove reclute, avendo dato fondo agli arruolati
regolari e alla Guardia Nazionale (non abituata né equipaggiata per conflitti
esterni). Tutto ciò logora i consensi alla politica di Bush, e il continuo sfrontato
ottimismo risuona sempre più come un affronto, come un insulto all’intelligenza
dell’americano medio.
Di fronte al calo dei consensi verso la guerra e la presenza americana in Iraq,
specialmente dinanzi all’estendersi del dubbio e della stanchezza tra i ranghi
dell’elettorato che ha sostenuto i repubblicani nella loro ascesa al dominio di
Washington, l’amministrazione Bush è costretta a difendersi e a difendere la presenza
in Iraq. Con i sondaggi d’opinione in caduta, incalzati da perdite continue, alcuni
generali e il segretario alla Difesa Rumsfeld sono apparsi domenica scorsa negli
show di rassegna politica per placare gli animi, per rassicurare che la transizione
in Iraq sta progredendo, e al contempo per annunciare che gli insorti non verranno
sconfitti in un batter d’occhio. Pazienza e perseveranza per il presente, riduzione
delle aspettative ma ottimismo per il futuro. Questa è la linea.

L’erosione dei consensi pare tanto drammatica da aver spinto il presidente Bush
a parlare alla nazione martedì sera, per arginare il disfattismo che aleggia tra
la popolazione, e che ormai fa vacillare alcuni rappresentanti repubblicani al
Congresso. Le contraddizioni messe in moto da questo conflitto militare però vanno
acuendosi. La crisi dell’Esercito è indipendente dai livelli di consenso pubblico.
Dinanzi al logoramento delle truppe al fronte, le forze armate statunitensi stanno
mancando le quote di reclutamento. I metodi di reclutamento si fanno sempre più
aggressivi; il governo federale, in cambio di aiuti finanziari alle scuole locali,
vuole liste dettagliate degli studenti, vuole accesso garantito per i suoi agenti
reclutatori agli eventi chiave dell’anno scolastico, dalle partite di football
ai balli di fine anno. Chiama a casa ragazzini di sedici, diciassette anni. Minori.
Sa che già a diciotto anni è più difficile ingaggiare i giovani.
I tentativi di trasformare la scuola stessa in una estensione amministrativa
dei centri di reclutamento, di compilare schede dettagliate per identificare gli
studenti più proni a essere reclutati, le telefonate a casa, il tentativo di aggirare
la supervisione dei genitori, stanno provocando non pochi malumori. Una associazione
nata da una coalizione di organizzazioni pacifiste, di madri e di associazioni
di quartiere,
Leave My Child Alone, è sorta per contrastare, scuola per scuola, i tentativi del Pentagono di usare
le scuole come centri di reclutamento. Il nome ne definisce il programma: ‘Lascia
Stare mio Figlio (o Stai Lontano da Mio Figlio)’. Una linea di azione è quella
di notificare ai genitori il diritto di ritirare e/o negare l’accesso ai dati
dei propri figli, e di togliere il loro nome dalle liste fornite al Pentagono
per la costruzione di una banca
dati di tutti gli adolescenti d’America, nonché dalle liste fornite ai centri
di reclutamento locali. L’altra linea d’azione si basa su un contrasto assai più
diretto, di vero e proprio contro-reclutamento.

Il sistema politico è bloccato e inconcludente, ma la resistenza dal basso fa
muovere le cose. E crea disagio tra i politici, che incominciano a vacillare.
Il protrarsi del conflitto in Iraq ha di fatto spinto le forze armate americane
a logorare il rapporto tra soldati e politici, e tra soldati e Pentagono; e di
seguito, a logorare il rapporto tra le forze armate e la popolazione da cui traggono
reclute (i poveri e la classe lavoratrice, le minoranze etniche e razziali). La
sopraggiunta stanchezza dei sostenitori di Bush, incantati da una vittoria apparsa
facile e ora disorientati, si aggiunge dunque alla sempre più incisiva militanza
di un dissenso più diretto e interessato tra coloro che rischiano di pagare il
prezzo della guerra, e tra coloro che questa guerra l’hanno rifiutata a priori.