14/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sfollamento degli indigeni e sfruttamento delle risorse minerarie e idriche in Orissa
  Coltivatore, foto V. Raja
In un giorno di fine maggio, nelle ore più calde del primo pomeriggio, centinaia di persone, la maggior parte donne coi bambini in braccio, hanno marciato pacificamente da Kuchepadhar a Tikiri, due villaggi dello Stato indiano dell’Orissa, nella regione meridionale del Kashipur, abitata da popolazioni tribali e ricca di risorse naturali e minerarie. I manifestanti della tribù dei Kue Kondhs hanno protestato per l’ennesima volta contro le attività di estrazione di bauxite del consorzio canadese Uktal Alumina & Alcan che costringeranno presto migliaia di indigeni ad abbandonare case e terre. Ma non solo: la marcia voleva anche denunciare la repressione poliziesca contro coloro che si oppongono all’installazione dell’impianto. Invano però. “Verso le sedici i dimostranti sono arrivati alle porte di Tikiri, dopo aver camminato per 12 chilometri, e hanno trovato alte barricate che impedivano loro di entrare in città”, racconta a PeaceReporter il documentarista Vinod Raja che, nel tentativo di filmare il raduno, è stato fermato e picchiato dai poliziotti. “Sono andato vicino alle barricate per riprenderle, ma alcuni poliziotti mi hanno colpito e cercato di strapparmi dalle mani la cinepresa. Per fortuna sono riuscito a salvare il filmato. Registi e giornalisti indipendenti sono sempre più vittime di attacchi di questo tipo negli ultimi tempi in Orissa”.
 
Fiume, foto V. RajaSfollamenti ed esaurimento delle risorse. La lotta indigena contro gli impianti di estrazione di bauxite è cominciata tredici anni fa, quando sono state intaccate le Sacre e Antiche Montagne chiamate BapliMal. “Qui l’Uktal Alumina e la compagnia indiana Hindalco hanno avviato un progetto che esaurirà la bauxite in circa venti anni e colpirà la popolazione di 82 villaggi, ovvero circa 30mila persone”, continua Raja. “Le esplosioni e gli scavi, infatti, distruggeranno queste montagne antiche e fragili e provocheranno il prosciugamento dei tanti torrenti e fiumi che vi scorrono e forniscono acqua ai loro abitanti. Questi ultimi avevano anche chiesto alle autorità che fossero costruite piccole dighe per ottimizzare l’uso dell’acqua, ma niente finora è stato fatto dal governo”. L’impianto estrarrà nove milioni di tonnellate di bauxite ogni anno e renderà alla joint-venture indo-canadese un miliardo di dollari.
  Donna con bimbo, foto V. Raja
I Kue Kondhs. Cacciare i Kue Kondhs dalle loro terre significa cancellare usanze e pratiche ancestrali. Gli indigeni,  che parlano anche una lingua diversa, il “kue”, sono per lo più contadini e adottano metodi di coltivazione sostenibili. Producono molte varietà di riso e legumi senza utilizzare fertilizzanti e altri prodotti chimici. Tipi di cereali come il kuthi, il kodho e il ragi non si trovano in altre parti dell’India e probabilmente del mondo.
La sopravvivenza di queste popolazioni è in pericolo. In alcune zone del Kashipur si vive in un vero e proprio stato di polizia e le forze dell’ordine presidiano gli impianti minerari intorno ai villaggi. In passato i poliziotti hanno persino aperto il fuoco contro i manifestanti uccidendone alcuni. Altre persone sono state poi arrestate con false accuse e senza essere processate. “Anche molte donne sono state picchiate e incarcerate. Al momento la gente del Kashipur ha paura di avventurarsi fuori dai villaggi”, denuncia il documentarista. “Molti sono stati arrestati mentre si recavano ai mercati settimanali. Tanto che alcuni sono stati sospesi provocando danni all’economia locale. Gli indigeni, infatti, sopravvivono grazie al commercio dei loro prodotti: ragi, pesce, verdure, sale e zucchero".
 
Una questione globale. Il problema dello sfruttamento selvaggio delle risorse riguarda tutta l’India. E spesso sono proprio le aziende locali a consentire questi abusi contro la popolazione e la natura. Raja ci spiega la situazione con una metafora cinematografica: “Negli anni della lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna, gli imprenditori Tatas e Birlas sostennero la lotta per la libertà. Ma oggi le loro aziende hanno violato i minimi standard ambientali e di sicurezza e i diritti fondamentali di molte persone. E’ la storia di Frankestein che una volta cresciuto si rivolta contro il suo creatore e i suoi principi”.
 

Francesca Lancini

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità