Luis Borri

La recente decisione della Corte
suprema argentina di annullare, giudicandole incostituzionali, le leggi dette
dell’Obbedienza
dovuta e del Punto finale, ha avuto una vasta eco sulla stampa di tutto il
mondo. I media italiani non hanno fatto eccezione, ma sorprende l’unanimità dei
commenti – al di là delle posizioni ideologiche o politiche delle singole
testate – peraltro in sintonia con quelli che hanno trovato maggior diffusione
qui a Buenos Aires.
I mass media italiani. “L’Argentina mette
definitivamente fine all’impunità per i crimini della dittatura.” (“Corriere
della Sera”, 15 giugno 2005). “L’Argentina cancella l’impunità. Processi riaperti per 400
militari.” (“La Repubblica”, 15 giugno 2005).“L’Argentina cancella l’impunità
per i militari” (L’Unità, 15 giugno 2005).“L’Argentina non è più il paese
dell’impunità [...]. L’Argentina è tornata ad essere un territorio dove la giustizia,
anche se tardiva, è ancora possibile.”
(Claudio Tognonato, “Il Manifesto”, 15 giugno 2005). “Buone notizie arrivano da
Buenos
Aires. La mia amica piange in silenzio. Le sue lacrime sono acqua benedetta che
annaffia i fiori ostinati della speranza.” (Luis Sepúlveda, “Il Manifesto, 15
giugno 2005)
Ma sono davvero così buone, queste
notizie? È una domanda che è necessario porsi, perché, se parliamo di impunità,
di giustizia e soprattutto di speranza nella giustizia, bisogna essere seri, e
persino puntigliosi. Lasciarsi trascinare dalla poesia può rivelarsi un errore;
cadere nel trionfalismo di titoli come “É stata cancellata l’impunità” può
portare alla mortificazione della speranza, anziché al suo fiorire. I nostri
euforici cronisti pensano seriamente che il decretare l’inconstituzionalità di
una legge basti a cancellare l’impunità? Non gli basta riandare a queste ultime
decadi di una Latinoamerica post-dittatoriale,
dove una montagna di leggi, di atti, di processi, di accordi multilaterali, di
solenni dichiarazioni parlamentari e di fori internazionali non ha portato giustizia
per i 200.000 e più
desaparecidos dell’intero continente? Solo carta e parole,
condite
con qualche condanna effettiva comminata alla mano d’opera mercenaria, questo
sì; ma al tempo stesso la totale impunità per i massimi responsabili, per gli
ideologi,
per i finanziatori, per i mandanti e i loro complici economici e politici.
Claudio Tognonato, nell’articolo sopra menzionato, parla di una giustizia possibile,
per quanto “tardiva”; ma proprio in questo aggettivo è contenuta la trappola
ed è urgente denunciarla dicendo a gran voce che una giustizia tardiva non è giustizia!
La belva addormentata. Ecco i genocidi di un tempo – geronti
balbuzienti ma arrogantemente impuniti – impartire lezioni ai loro potenziali
imitatori
futuri, con una formula messa alla prova dei fatti: si può ordinare di uccidere
migliaia e migliaia di persone e non doverne rispondere mai (mi correggo, fino
adesso, almeno per un quarto di secolo); basta poter contare su una buona rete
di complicità istituzionali (politiche, economiche, giuridiche, nazionali e
internazionali); basta mettere da parte, dal denaro saccheggiato, una somma sufficiente
ad assoldare legulei specialisti nel garantismo di facciata o giornalisti a
tanto al chilo. E se non bastassero i soldi rubati, ecco l’appello alla
complicità dello Stato tramite le cosiddette “riparazioni economiche” (ovvero,
l’utilizzo del denaro pubblico al fine di mettere a tacere con fasci di
banconote le richieste di giustizia dei familiari delle vittime). E tutto
questo con l’assicurazione offerta dal loro principale interlocutore – la classe
politica al potere – in larga parte connivente con la dittatura di allora e naturalmente
disposta a farsi suggerire menzogne
all’orecchio oggi. È la stessa classe dirigente che agitò lo spettro del
ritorno dei militari (“non risvegliamo la belva addormentata”) per ricattare l’opinione
pubblica e giustificare così la decisione di sancire aberranti leggi di impunità,
dopo 18 anni di attesa di un loro annullamento.
L'impunità riaffermata. Ma, al di là delle eccezioni, dei
gesti o delle misure che la buona fede o l’ingenuità di alcuni
governanti hanno potuto generare, la cosa certa è la sostanziale
affermazione dell’impunità. “La giustizia è lenta ma inesorabile” si
difende
qualcuno, eludendo l’evidenza del fatto che la lentezza non è soltanto
opera dell’abilità
degli imputati ma anche, e soprattutto, della complicità di coloro che
dovrebbero giudicarli.
Mentre il tempo passa, gli ostinati
fiori della speranza vengono irrigati dalla menzogna.
Si vorrebbe domandare allo scrittore
Sepúlveda se non sente la necessità di
riflettere, soprattutto confrontando il recente articolo pubblicato dal
Manifesto con quell’altro, scritto anni fa sullo stesso giornale, a proposito
della detenzione (ma si tratta di un eufemismo) del dittatore Pinochet a Londra.
“È terminata l’impunità” si intitolava. Oggi Sepúlveda parla di buone notizie
e
della speranza che giunge da Buenos Aires, mentre, nel suo paese, al macellaio
è
sufficiente farsi passare per malato per sfuggire alla condanna di essere un
genocida e persino di essere un corrotto.
“La battaglia giuridica non è
finita, deve continuare” ripetono la propria litania gli alimentatori di falsa
speranza.
Senza dubbio, bisogna continuare a lottare, e ben venga, per esempio, la caccia
degli sprovveduti Scilingo, però non è per di lì che passa la battaglia finale.
Né tanto meno si può accettare l’idea che basti una giustizia a rate, con un
repressore arrestato oggi, un altro domani,
(o nell’arco di 20 anni, non importa), fino a quando ai pesci grossi non
resterà altro giudizio che quello divino. Cosa che di certo non consola,
perché il giudice supremo – che tante
volte ha chiuso gli occhi sopra la terra – ben potrebbe continuare a farlo in
cielo.
Ipoteca sul futuro. Pensiamo ai giovani,
invece, all’ipoteca sul futuro che viene loro dall’impunità di oggi, perché i
criminali impuniti sono sempre recidivi. Educhiamoli alla vera giustizia, alla
vera
democrazia; che imparino a essere degni, a non mandare giù rospi, a non vendere
il culo né l’anima, a non delegare la propria responsabilità, a non sperare nella
tattica della cautela o dell’opportunismo politico, a non bersi le promesse elettorali,
a non accettare la cultura del male minore. Solo così si irrigano gli ostinati
fiori
della speranza.