01/07/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Basta annullare due leggi per mettere fine all'impunità dei crimini della dittatura?
scritto per noi da
Luis Borri

Dimostrazione contro la guerra La recente decisione della Corte suprema argentina di annullare, giudicandole incostituzionali, le leggi dette dell’Obbedienza dovuta e del Punto finale, ha avuto una vasta eco sulla stampa di tutto il mondo. I media italiani non hanno fatto eccezione, ma sorprende l’unanimità dei commenti – al di là delle posizioni ideologiche o politiche delle singole testate – peraltro in sintonia con quelli che hanno trovato maggior diffusione qui a Buenos Aires.
 
I mass media italiani. “L’Argentina mette definitivamente fine all’impunità per i crimini della dittatura.” (“Corriere della Sera”, 15 giugno 2005).  “L’Argentina cancella l’impunità. Processi riaperti per 400 militari.” (“La Repubblica”, 15 giugno 2005).“L’Argentina cancella l’impunità per i militari” (L’Unità, 15 giugno 2005).“L’Argentina non è più il paese dell’impunità [...]. L’Argentina è tornata ad essere un territorio dove la giustizia, anche se tardiva, è ancora possibile.”  (Claudio Tognonato, “Il Manifesto”, 15 giugno 2005). “Buone notizie arrivano da Buenos Aires. La mia amica piange in silenzio. Le sue lacrime sono acqua benedetta che annaffia i fiori ostinati della speranza.” (Luis Sepúlveda, “Il Manifesto, 15 giugno 2005)
 
Foto dei desaparecidosMa sono davvero così buone, queste notizie? È una domanda che è necessario porsi, perché, se parliamo di impunità, di giustizia e soprattutto di speranza nella giustizia, bisogna essere seri, e persino puntigliosi. Lasciarsi trascinare dalla poesia può rivelarsi un errore; cadere nel trionfalismo di titoli come “É stata cancellata l’impunità” può portare alla mortificazione della speranza, anziché al suo fiorire. I nostri euforici cronisti pensano seriamente che il decretare l’inconstituzionalità di una legge basti a cancellare l’impunità? Non gli basta riandare a queste ultime decadi di  una Latinoamerica post-dittatoriale, dove una montagna di leggi, di atti, di processi, di accordi multilaterali, di solenni dichiarazioni parlamentari e di fori internazionali non ha portato giustizia per i 200.000 e più desaparecidos dell’intero continente? Solo carta e parole, condite con qualche condanna effettiva comminata alla mano d’opera mercenaria, questo sì; ma al tempo stesso la totale impunità per i massimi responsabili, per gli ideologi, per i finanziatori, per i mandanti e i loro complici economici e politici. Claudio Tognonato, nell’articolo sopra menzionato, parla di una giustizia possibile, per quanto “tardiva”; ma proprio in questo aggettivo è contenuta la trappola ed è urgente denunciarla dicendo a gran voce che una giustizia tardiva non è giustizia!
 
desaparacidosLa belva addormentata. Ecco i genocidi di un tempo – geronti balbuzienti ma arrogantemente impuniti – impartire lezioni ai loro potenziali imitatori futuri, con una formula messa alla prova dei fatti: si può ordinare di uccidere migliaia e migliaia di persone e non doverne rispondere mai (mi correggo, fino adesso, almeno per un quarto di secolo); basta poter contare su una buona rete di complicità istituzionali (politiche, economiche, giuridiche, nazionali e internazionali); basta mettere da parte, dal denaro saccheggiato, una somma sufficiente ad assoldare legulei specialisti nel garantismo di facciata o giornalisti a tanto al chilo. E se non bastassero i soldi rubati, ecco l’appello alla complicità dello Stato tramite le cosiddette “riparazioni economiche” (ovvero, l’utilizzo del denaro pubblico al fine di mettere a tacere con fasci di banconote le richieste di giustizia dei familiari delle vittime). E tutto questo con l’assicurazione offerta dal loro principale interlocutore – la classe politica al potere – in larga parte connivente con la dittatura di allora e naturalmente disposta a  farsi suggerire menzogne all’orecchio oggi. È la stessa classe dirigente che agitò lo spettro del ritorno dei militari (“non risvegliamo la belva addormentata”) per ricattare l’opinione pubblica e giustificare così la decisione di sancire aberranti leggi di impunità, dopo 18 anni di attesa di un loro annullamento.
 
Foto di desaparacidoL'impunità riaffermata. Ma, al di là delle eccezioni, dei gesti o delle misure che la buona fede o l’ingenuità di alcuni governanti  hanno potuto generare, la cosa certa è la sostanziale affermazione dell’impunità. “La giustizia è lenta ma inesorabile” si difende qualcuno, eludendo l’evidenza del fatto che la lentezza non è soltanto opera dell’abilità degli imputati ma anche, e soprattutto, della complicità di coloro che dovrebbero giudicarli.
Mentre il tempo passa, gli ostinati fiori della speranza vengono irrigati dalla menzogna.
Si vorrebbe domandare allo scrittore Sepúlveda se non sente la necessità  di riflettere, soprattutto confrontando il recente articolo pubblicato dal Manifesto con quell’altro, scritto anni fa sullo stesso giornale, a proposito della detenzione (ma si tratta di un eufemismo) del dittatore Pinochet a Londra. “È terminata l’impunità” si intitolava. Oggi Sepúlveda parla di buone notizie e della speranza che giunge da Buenos Aires, mentre, nel suo paese, al macellaio è sufficiente farsi passare per malato per sfuggire alla condanna di essere un genocida e persino  di essere un corrotto.
“La battaglia giuridica non è finita, deve continuare” ripetono la propria litania gli alimentatori di falsa speranza. Senza dubbio, bisogna continuare a lottare, e ben venga, per esempio, la caccia degli sprovveduti Scilingo, però non è per di lì che passa la battaglia finale. Né tanto meno si può accettare l’idea che basti una giustizia a rate, con un repressore arrestato oggi, un altro domani,  (o nell’arco di 20 anni, non importa), fino a quando ai pesci grossi non resterà altro giudizio che quello divino. Cosa che di certo non consola, perché  il giudice supremo – che tante volte ha chiuso gli occhi sopra la terra – ben potrebbe continuare a farlo in cielo.  
 
Resti di desaparecidosIpoteca sul futuro. Pensiamo ai giovani, invece, all’ipoteca sul futuro che viene loro dall’impunità di oggi, perché i criminali impuniti sono sempre recidivi. Educhiamoli alla vera giustizia, alla vera democrazia; che imparino a essere degni, a non mandare giù rospi, a non vendere il culo né l’anima, a non delegare la propria responsabilità, a non sperare nella tattica della cautela o dell’opportunismo politico, a non bersi le promesse elettorali, a non accettare la cultura del male minore. Solo così si irrigano gli ostinati fiori della speranza.
 
Categoria: Storia
Luogo: Argentina