The Sowetan
è un giornale fondato a Soweto durante l’apartheid da giornalisti neri
per informare i neri che vivevano nel ghetto. Era per i neri, contro i
bianchi. Aggrey Klaaste, 64 anni, giornalista, ha lavorato per molti
anni al Sowetan di cui è stato direttore dal 1989 al 2002. Klaaste ha
introdotto nel giornale l’idea di “Nation Building” e anche per questo
è finito in carcere. Aggrey Klaaste ha combattuto con la penna le
ingiustizie e gli orrori dell’apartheid.
Come funzionava il giornale? The Sowetan aveva le redazione a Soweto. I
giornalisti vivevano a Soweto e scrivevano di quello che succedeva alla
loro famiglia, ai vicini di casa, ai ragazzi di strada. Soweto è la
township più vecchia del Sudafrica ed è il simbolo di tutte le altre
aree nere del paese. Sowetan divenne il giornale di tutti i neri del
Sudafrica.
Perché i neri compravano the
Sowetan? Tutti i neri soffrivano allo stesso
modo e vivevano nelle stesse condizioni. Tutti avevamo bisogno di un
pass per attraversare alcune parti della città e le nostre famiglie e i
nostri figli subivano le medesime ingiustizie. La sofferenza era la
stessa per tutti. Un modo per sapere che cosa stava succedendo era
leggere il Sowetan. The Sowetan riportava tutto quello che succedeva a
noi che vivevamo lì a Soweto e lavorare per questo giornale voleva dire
combattere per i diritti dei neri.
Come si
muoveva il Sowetan tra i movimenti politici neri che sono nati durante
l’apartheid? Era molto difficile. All’inizio
il Sowetan si è posto al centro, dichiarando di non appartenere a
nessun movimento o partito politico. Fino a quando non si sono create
divisioni all’interno dei diversi partiti e movimenti neri, non ci sono
stati problemi. I neri erano contro i bianchi e noi stavamo dalla parte
dei neri e basta. Durante gli anni ottanta cominciarono le divisioni
politiche tra i neri. Noi iniziammo ad avere dei problemi. I
giornalisti del Sowetan quando raccontavano cosa succedeva nel ghetto
spesso rischiavano di venire uccisi da una parte o dall’altra dei
movimenti neri. Io sono stato fortunato, ma è stato difficile in quel
periodo essere giornalisti neri a Soweto.
Lei è
finito in carcere.
Perché? Sono finito in carcere nel 1977 insieme al mio
direttore Percy Qoboza. Fu a causa di ciò che accadde a Soweto dopo la
morte di Steve Biko nel 1977. Eravamo molto arrabbiati per la morte di
Biko e attaccammo con un editoriale il governo. Poi contribuimmo con il
nostro giornale alla formazione del Committee of Ten. Era una forma di
autorità locale autogestita a Soweto. Il Committee era formato
da persone di diversa estrazione politica. Fummo arrestati insieme ad
alcuni leader di Soweto. Ovviamente le persone venivano incarcerate e
tenute in carcere un tempo indefinito e senza che nessuno spiegasse
loro perché erano state arrestate. A quel tempo succedevano
cose terribili e il nostro giornale attaccava continuamente il governo.
E’ stato un miracolo che questo giornale sia
sopravvissuto durante gli anni dell’apartheid. E’ stato un vero miracolo anche perché le
difficoltà erano molte. Come neri non potevamo accedere a nessun tipo
di risorsa. I nostri giovani giornalisti erano costretti a frequentare
scuole di livello inferiore con un’educazione scolastica di basso
livello. Non c’era informazione e non era possibile sapere nulla di
quanto accadeva nel resto dell’Africa e del Mondo. Eravamo un po’ a
conoscenza del movimento dei neri in America e abbiamo saputo
dell’indipendenza della Costa d’Avorio. Questi fatti ci avevano
esaltato: sapere che altri neri combattevano in altre parti del mondo
per uscire dall’oppressione dava slancio alla nostra lotta. Ma a parte
queste poche informazioni, sapevamo davvero poco, anche perché non
potevamo comprare libri e le radio erano di proprietà del governo. Era
come se vivessimo su un’isola. Ecco perché ancora adesso fatichiamo a
uscire da questa situazione di esclusione. Iniziamo ora a conoscere i
frutti della libertà e della democrazia, ma è un processo difficile.
Solo ora muoviamo i primi passi come persone normali. Facciamo errori,
ma ora siamo liberi e questo è una cosa meravigliosa.
Durante la sua direzione, sotto il
nome del giornale “The Sowetan” , lei ha voluto aggiungere come
sottotitolo “Nation Building”. Ora è cambiato in “Power the future”. È
il segnale che qualcosa è cambiato nel giornale e nella
società? A quel tempo pensavo che dopo la fine
dell’apartheid pochissimi neri avrebbero avuto una qualifica
professionale o una preparazione per fare qualcosa per questo paese. Il
potere coloniale non si è preso cura dell’educazione dei neri. Così
oggi non ci sono ingegneri, architetti o insegnanti neri. Abbiamo
iniziato a pensare alla costruzione della nazione nel 1988. Incitavamo
le persone a prendere una qualifica perché avevamo capito che la
libertà stava per arrivare. Ora il paese è politicamente libero, ma
tutti i settori più importanti come quello economico sono ancora in
mano ai bianchi. Dobbiamo cambiare questo stato di cose. Dobbiamo
cercare di prendere in mano il nostro futuro per guidare il
paese insieme ai bianchi.
Quindi
ancora una classe media nera in Sudafrica non esiste? Ci sono poche
persone nere molto ricche, ma la maggioranza dei neri rimane
poverissima. Sì, è così. La classe media nera
è esigua. Questo è un problema perché dopo la fine dell’apartheid, i
neri sono andati al potere, ma sfortunatamente è stato fatto in un modo
che ha permesso che il denaro e il potere economico finissero nelle
mani di pochi neri, quelli che fanno parte della elite politica. Le
masse sono rimaste povere, molto povere e questo è un problema con il
quale il paese dovrà fare i conti. I ricchi diventano sempre più ricchi
e i poveri sempre più poveri e i poveri in questo paese sono la
maggioranza. Alcuni di loro dicono di sentirsi come gli ebrei durante
l’esodo attraverso il deserto, i quali non vedendo la terra promessa
desideravano tornare indietro in Egitto. Così loro vogliono tornare ai
tempi dell’apartheid. Ora il governo deve fare qualcosa per cambiare
questa situazione e scongiurare il peggio. C’è troppa disoccupazione, i
neri devono avere un lavoro. Un giorno ci sarà un’altra rivoluzione
contro i ricchi, i poveri contro i ricchi. Non dobbiamo permettere che
questo accada. Se questa situazione continua, un giorno, un leader
potrebbe guidare la rivolta dei neri poveri contro i ricchi e ci
sarebbe il caos e la rivoluzione. Molti di noi ne sono consapevoli.
Ecco perchè il Sowetan cerca di spronare tutte le persone ad accrescere
il loro ruolo nel futuro.
A che punto è la
riconciliazione tra neri e bianchi? Non c’è.
Intendo dire che la natura umana è molto difficile, la riconciliazione
è una cosa davvero complessa. I bianchi credevano che sarebbero stati
accusati dal resto della popolazione dei crimini del passato, anche
dalla TRC, la Truth and reconciliation Commission, voluta da Mandela
per attuare il processo di riconciliazione nel paese. Una commissione
che poneva a confronto vittime e carnefici, dove le vittime potevano
perdonare coloro che avevano perpetrato i crimini contro di loro e i
responsabili potevano chiedere l’amnistia. Ma anche questo processo di
riconciliazione al di fuori degli schemi di una giustizia classica non
ha funzionato molto bene. Alla fine coloro che hanno commesso crimini
molto gravi nei confronti dei neri non sono stati puniti e i neri
adesso li riconoscono e li vedono liberi. Inoltre i sudafricani bianchi
stanno diventando non voglio dire più razzisti, ma sicuramente non
intendono avere nulla a che fare con i neri. Così abbiamo un problema:
invece di avere un paradiso multirazziale, abbiamo una società divisa
tra razze e la situazione peggiora sempre più. Questo è causato anche
dalla criminalità e da ragioni la cui radice si trova nel passato.
Durante l'apartheid il governo proteggeva i privilegi dei bianchi e la
loro vita, e non si preoccupava della criminalità nelle aree dove
vivevano i neri. Ora la criminalità si è estesa in tutto il paese. E i
bianchi propongono soluzioni molto radicali come la pena di morte per
tornare al passato, quando uccidevano le persone senza alcuna ragione.
Nessuna. Lo considero una cosa inumana. C’è molto odio tra le due
razze, ma posso dirvi e dirlo a tutto il mondo che i neri alla fine non
odiano. Noi non odiamo i bianchi. Forse perché siamo dei vigliacchi.
Non abbiamo un sentimento di vendetta. È positivo per il futuro di
questo paese. Non sto affermando che i neri non siano violenti o non
siano responsabili di crimini in questo momento in Sudafrica, dico solo
che persone nere con un certolo livello culturale e sociale non odiano
i bianchi.
In che modo ora è impegnato nel
migliorare la situazione? Dovrei essere già in
pensione, ma i problemi in questo paese non sono finiti e io voglio
continuare a impegnarmi per migliorare la situazione. I neri in passato
sono stati costretti a pensare di essere inferiori ai bianchi e ora
molti di loro continuano a crederlo. Pensano di non poter riuscire a
fare nulla, di non poter migliorare la loro situazione. Continuano a
sentirsi persone inferiori. Non credono in loro stessi. Persone come
mio padre o mio nonno credevano di poter trovare lavoro solo dai
bianchi. E la situazione ora contribuisce a rinforzare queste
convinzioni, perché l’unico lavoro che i neri riescono a trovare è poco
qualificato dal punto di vista professionale oppure sono disoccupati. È
un problema serio, perché si è creata una classe di persone che oltre
ad essere povere non crede di poter cambiare la propria
situazione. Ciò che sto facendo è aiutare le persone a
migliorare e cerco di aiutare anche coloro che sono malati di Aids.
Lavoro anche nelle aree rurali per insegnare alle persone come vivere,
ad esempio come procurarsi l’acqua. C’è molto lavoro da fare. Questo
paese non può sbagliare. Bisogna osservare e analizzare il melting pot
presente in Sudafrica e ricostruire il sogno africano che avevamo in
passato. Questo è l’obiettivo della mia vita ora.
Ha mai incontrato Nelson
Mandela? L’ho incontrato molte volte ed è un
uomo meraviglioso. Lo conobbi prima che finisse in carcere quando era
avvocato. Allora non era lo stesso di oggi. Proveniva dalle classi
alte. Fa parte del clan Mandela che è un clan di origini nobili, reali
per la gente nera. E lui era arrogante da giovane, anche se difendeva i
diritti dei neri. Ma ora è diventato come un santo, è l’unico tra i
membri del clan Mandela che va al ristorante o in banca e parla con le
persone più umili. Parla con loro non per esibizionismo ma perché è
interessato a loro. Gli altri leader politici non lo fanno. Amo molto
il modo in cui Mandela parla alle persone, il modo in cui le tocca. È
un uomo meraviglioso.
Sonia Sartori