30/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Aumentano le truppe messicane in Chiapas, mentre l'Ezln dichiara allarme rosso
Gli Hummer dei soldati messicaniLa macchina militare messicana si rimette in moto e, dopo 11 anni dal famoso levantamiento, la sollevazione popolare degli indigeni zapatisti avvenuta il primo gennaio 1994, ritorna la paura per possibili attacchi nei territori controllati dall'Ezln, l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.
 
Che il Chiapas sia sotto stretto controllo militare è da tempo sotto gli occhi di tutti, ma negli ultimi giorni questo ha subito un rafforzamento della sua presenza.
Secondo quanto si apprende dalle notizie di questi ultimi giorni che provengono dal Messico, più di mille soldati (alcuni sostengono 1500) sono stati trasferiti nella zona militare numero 31, quella compresa nella località di Rancho Nuovo, a pochi chilometri da San Cristóbal de las Casas.
Questa grande mobilitazione dell’esercito messicano ha causato molta inquietudine nei diversi settori della popolazione, dalle organizzazioni non governative agli indigeni stessi, dal momento che anche l’Ezln ha dichiarato l’allarme rosso generale in tutti i territori sotto la sua influenza.
 
Uomini e mezzi dell'esercito messicanoTutti sull’attenti. Millecinquecento soldati e molti mezzi blindati sono andati a rafforzare negli ultimi due giorni i ranghi, comunque già ben nutriti, del dispiegamento militare nella zona centrale del Chiapas.
Dal confine con il Guatemala, con più precisione da Tapachula località sulla costa vicino al confine, si sono mossi verso San Crist
óbal gli uomini del IV reggimento di cavalleria motorizzata.
Da Chicoasen, invece, sono arrivati a Rancho Nuevo i militari del II Battaglione Ingeneros de Combat.
Ma non solo negli ultimi giorni la forze governative hanno rimpolpato le caserme di soldati. Sono circa due mesi che vi è un continuo movimento di uomini in divisa sulle strade chiapaneche. Come ad esempio è avvenuto nella valle della Perla,
dove ci sono anche i paramilitari del Movimento Antizapatista, agli inizi di maggio.
Sono più di 400 le postazioni militari che stanno letteralmete occupando il Chiapas. Percorrendo delle strade sterrate, all'interno della Selva, quasi mai segnalate dalle cartine, si incontrano caserme e campi di addestramento senza un apparente ruolo strategico.
Nella denuncia dell’aumento delle attività militari, il Centro per i diritti umani Frayba ha fatto sapere che vi è anche una forte ripresa delle attività del gruppo paramilitare Paz y Justicia, che nei giorni scorsi hanno causato lo sgombero di una decina di famiglie della comunità di "Andrés Quintana Roho", nel municipio di Sabanilla. Questa enorme mobilitazione dell’esercito ha richiamato l’attenzione soprattutto quando i militari si sono trasferiti da Tuxla a San Cristóbal perché lungo la strada si è formata una lunghissima coda dovuta alla bassa velocità dei mezzi. Il contingente, oltre alle armi, si è portato frigoriferi e condizionatori, arnesi e utensili che fanno intuire che L'ezln e la sua presenza sul territorio zapatista il loro soggiorno in Chiapas sarà tutt’altro che breve.
L’inquietudine è scattata quando dei testimoni hanno riferito di aver visto sopra uno dei camion militari la scritta: “Pericolo, trasporto esplosivi”.

Il Frayba si schiera.
Il Centro per i diritti umani Fray Bartolome de las Casas, il Frayba (come universalmente viene chiamato il centro), con sede a San Crist
óbal e che è molto attivo nella difesa delle comunità indigene, ha emesso un comunicato nel quale chiede al presidente Fox “la sospensione immediata dei movimenti militari dell’esercito” e “un'informazione pubblica e trasparente che spieghi la sua avanzata”.
Secondo quanto comunicato dal Frayba ci sarebbe una stretta relazione fra la chiusura dei conti correnti di Enlace Civil, una organizzazione che tutela gli zapatisti, e i nuovi movimenti militari di questi giorni.
Il Bancomer aveva estinto nelle passate settimane, scatenando le proteste delle varie associazioni mondiali che lavorano per i diritti umani degli indios, i conti dell’organizzazione per paura di un possibile riciclaggio di denaro sporco.

Alessandro Grandi

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