A est di Macas la strada è piana, appena oltre un ponte di metallo
così stretto da fermare i bus carichi di gente. Si attraversa a piedi,
lì. Dall’altra parte un altro bus aspetta. Sotto, marrone, potente,
passa il Rio Pastaza. Finisce nell’ Amazonas passando fra la Cordigliera del Condor,
un muro di pietra andina da
sempre conteso fra Perù ed Ecuador. Abitano lì gli shuar, in quella
zona.
Si entra nella foresta, per
raggiungerli, camminando spesso in mezzo al pantano di strade umide.
Sono ecuadoriani, formalmente, e sono stati loro, nel 1995, a sostenere
lo sforzo dell’ultima guerra combattuta contro il Perù per il controllo
dell’area. Hanno indossato le divise dell’esercito di Quito e sono
andati a fermare i peruviani, che tentavano di impadronirsi di quello
che – dal punto di vista strategico – è uno snodo fondamentale per
collegare la regione andina all’ Amazonas e,
quindi, al mare.
Dal 1932 alla fine degli
anni ’90, da quelle parti si sono scatenate guerre periodiche. Lima ha
sempre cercato di strappare all’Ecuador quella fetta di terra, per
garantirsi uno sbocco sul bacino amazzonico. La prima guerra venne
combattuta con le armi generosamente offerte da Benito Mussolini ai
peruviani: tanti di loro erano nostri connazionali emigrati, il regime
non voleva farli sentire soli. Così inviò moschetti e scatole di latta
che chiamava “carri armati”. Ora fanno bella mostra di sè fuori dalle
caserme peruviane. Le ultime guerre, invece, hanno avuto il suono delle
armi americane, equamente divise fra i due contendenti. I morti, ogni
volta, sono stati centinaia e ogni volta nulla si è risolto. Eppure,
ostinatamente la guerra è scoppiata, come una malattia, a intervalli
regolari. Troppo importante, per i due paesi, poter sfruttare come via
di trasporto per uomini e merci il grande fiume sino al mare. Nessuno
poteva rinunciarci.
Questione di mercato,
insomma. Loro, gli shuar, del mercato se ne fregano. Hanno altri
problemi da risolvere. Da anni combattono lotte dure contro le
multinazionali petrolifere, pronte a strappare grosse fette di foresta
agli indigeni pur di trivellare ed estrarre. Con Quito, la capitale, i
rapporti sono spesso stati difficili, diffidenti. Eppure hanno preso la
divisa e si sono battuti.
“Per forza –
spiega Marcelo – qui, ora, abbiamo una forma di autonomia molto forte,
comunque riconosciuta dal governo. Con i peruviani non sarebbe la
stessa cosa e quindi li abbiamo ricacciati indietro”. Una scelta
obbligata, insiste Marcelo. E’ una guida con tanto di diploma, porta i
turisti a faticare sulle rive del Pastaia, nella selva, per vedere le
meraviglie dell’Amazonas le grotte dei
pipistrelli. Nel’94 era sergente, capo di una pattuglia di
shuar, come lui. “Avevo i figli piccoli – racconta – ed ero
preoccupato. Abbiamo combattuto qui, nella foresta e per i peruviani è
stata dura. Abbiamo avuto morti, certo e ne abbiamo uccisi molti, ma
almeno le popolazioni civili non sono state colpite”. Passati
i peruviani, gli shuar si sono rimessi a combattere i petrolieri.
Resistono come possono – facendo accordi o denunciando fatti alla corte
di giustizia – alle pressioni e ai trucchi messi in campo per strappar
loro la foresta.
“Qui ci viviamo da sempre,
non andremo certo via adesso”, dice Ricardo, bevendo
“chicca” da una zucca svuotata. E’ uno dei leader, qui. Vive con la
famiglia ai margini della selva. Ha messo in piedi una specie di
“villaggio turistico”, ricostruendo le capanne shuar e ospitando i
viaggiatori che vogliono esplorare la foresta. Organizza le
passeggiate, dà loro da mangiare e fa provare le emozioni del tiro con
la cerbottana. Funziona, dice, la gente viene ed è contenta. Quando non
lavora si occupa della sua gente, sparsa nella foresta in tanti
accampamenti familiari e divisa in clan spesso in guerra fra di loro.
“Adesso è tutto più tranquillo – spiega –
ma fino a cinquant’anni fa, le lotte fra noi erano feroci. Noi siamo i
riduttori di teste e tagliare la testa di un nemico era onorevole.
Così, ci massacravamo fra noi. Ora è tutto più tranquillo”. Si alza e
da una borsa a tracolla, di rete sottile, estrae un biglietto da
visita. Sopra, in caratteri neri sono stampati il nome di un
consigliere regionale italiano, di lingua slovena. Dieci anni fa, è
venuto in Europa, membro di una delegazione indigena “che studiava come
voi europei avete risolto la questione delle minoranze. Siamo stati in
giro un mese ed è stato utile”.
Oggi, gli
shuar e gli altri indigeni la loro autonomia l’hanno trasformata nella
capacità di eleggere rappresentanti in Parlamento, determinanti negli
ultimi anni nella scelta dei presidenti della repubblica. Fanno
alleanze, tentano di resistere così all’invasione dei “mestizos”, dei
discendenti degli spagnoli.
“In parte ci
riusciamo – continua Ricardo -, la nostra situazione è migliorata negli
ultimi decenni, anche se siamo chiaramente lontani dal poter affermare
che siamo davvero rispettati. Manteniamo il nostro modo di vivere, le
famiglie sono sempre sparse nella foresta e conserviamo le tradizioni.
Insomma, siamo un popolo”. Lo dice mentre guarda una testa
rimpicciolita. “Niente paura – sorride guardando l’espressione
perplessa di chi gli siede di fronte – questa è di una scimmia. Da anni
non tagliamo le teste ai nemici e anche le nostre guerre di clan le
risolviamo in modo diverso”.