09/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sono gli shuar, popolazione indios che vive in Ecuador
Sciamano shuarA est di Macas la strada è piana, appena oltre un ponte di metallo così stretto da fermare i bus carichi di gente. Si attraversa a piedi, lì. Dall’altra parte un altro bus aspetta. Sotto, marrone, potente, passa il Rio Pastaza. Finisce nell’ Amazonas passando fra la Cordigliera del Condor, un muro di pietra andina da sempre conteso fra Perù ed Ecuador. Abitano lì gli shuar, in quella zona.
 
Si entra nella foresta, per raggiungerli, camminando spesso in mezzo al pantano di strade umide. Sono ecuadoriani, formalmente, e sono stati loro, nel 1995, a sostenere lo sforzo dell’ultima guerra combattuta contro il Perù per il controllo dell’area. Hanno indossato le divise dell’esercito di Quito e sono andati a fermare i peruviani, che tentavano di impadronirsi di quello che – dal punto di vista strategico – è uno snodo fondamentale per collegare la regione andina all’ Amazonas e, quindi, al mare.
 
Dal 1932 alla fine degli anni ’90, da quelle parti si sono scatenate guerre periodiche. Lima ha sempre cercato di strappare all’Ecuador quella fetta di terra, per garantirsi uno sbocco sul bacino amazzonico. La prima guerra venne combattuta con le armi generosamente offerte da Benito Mussolini ai peruviani: tanti di loro erano nostri connazionali emigrati, il regime non voleva farli sentire soli. Così inviò moschetti e scatole di latta che chiamava “carri armati”. Ora fanno bella mostra di sè fuori dalle caserme peruviane. Le ultime guerre, invece, hanno avuto il suono delle armi americane, equamente divise fra i due contendenti. I morti, ogni volta, sono stati centinaia e ogni volta nulla si è risolto. Eppure, ostinatamente la guerra è scoppiata, come una malattia, a intervalli regolari. Troppo importante, per i due paesi, poter sfruttare come via di trasporto per uomini e merci il grande fiume sino al mare. Nessuno poteva rinunciarci.
 
Questione di mercato, insomma. Loro, gli shuar, del mercato se ne fregano. Hanno altri problemi da risolvere. Da anni combattono lotte dure contro le multinazionali petrolifere, pronte a strappare grosse fette di foresta agli indigeni pur di trivellare ed estrarre. Con Quito, la capitale, i rapporti sono spesso stati difficili, diffidenti. Eppure hanno preso la divisa e si sono battuti.
 
“Per forza – spiega Marcelo – qui, ora, abbiamo una forma di autonomia molto forte, comunque riconosciuta dal governo. Con i peruviani non sarebbe la stessa cosa e quindi li abbiamo ricacciati indietro”. Una scelta obbligata, insiste Marcelo. E’ una guida con tanto di diploma, porta i turisti a faticare sulle rive del Pastaia, nella selva, per vedere le meraviglie dell’Amazonas le grotte dei pipistrelli. Nel’94 era sergente, capo di una pattuglia di shuar, come lui. “Avevo i figli piccoli – racconta – ed ero preoccupato. Abbiamo combattuto qui, nella foresta e per i peruviani è stata dura. Abbiamo avuto morti, certo e ne abbiamo uccisi molti, ma almeno le popolazioni civili non sono state colpite”. Passati i peruviani, gli shuar si sono rimessi a combattere i petrolieri. Resistono come possono – facendo accordi o denunciando fatti alla corte di giustizia – alle pressioni e ai trucchi messi in campo per strappar loro la foresta.
 
“Qui ci viviamo da sempre, non andremo certo via adesso”, dice Ricardo, bevendo “chicca” da una zucca svuotata. E’ uno dei leader, qui. Vive con la famiglia ai margini della selva. Ha messo in piedi una specie di “villaggio turistico”, ricostruendo le capanne shuar e ospitando i viaggiatori che vogliono esplorare la foresta. Organizza le passeggiate, dà loro da mangiare e fa provare le emozioni del tiro con la cerbottana. Funziona, dice, la gente viene ed è contenta. Quando non lavora si occupa della sua gente, sparsa nella foresta in tanti accampamenti familiari e divisa in clan spesso in guerra fra di loro.
 
“Adesso è tutto più tranquillo – spiega – ma fino a cinquant’anni fa, le lotte fra noi erano feroci. Noi siamo i riduttori di teste e tagliare la testa di un nemico era onorevole. Così, ci massacravamo fra noi. Ora è tutto più tranquillo”. Si alza e da una borsa a tracolla, di rete sottile, estrae un biglietto da visita. Sopra, in caratteri neri sono stampati il nome di un consigliere regionale italiano, di lingua slovena. Dieci anni fa, è venuto in Europa, membro di una delegazione indigena “che studiava come voi europei avete risolto la questione delle minoranze. Siamo stati in giro un mese ed è stato utile”.
 
Oggi, gli shuar e gli altri indigeni la loro autonomia l’hanno trasformata nella capacità di eleggere rappresentanti in Parlamento, determinanti negli ultimi anni nella scelta dei presidenti della repubblica. Fanno alleanze, tentano di resistere così all’invasione dei “mestizos”, dei discendenti degli spagnoli.
 
“In parte ci riusciamo – continua Ricardo -, la nostra situazione è migliorata negli ultimi decenni, anche se siamo chiaramente lontani dal poter affermare che siamo davvero rispettati. Manteniamo il nostro modo di vivere, le famiglie sono sempre sparse nella foresta e conserviamo le tradizioni. Insomma, siamo un popolo”. Lo dice mentre guarda una testa rimpicciolita. “Niente paura – sorride guardando l’espressione perplessa di chi gli siede di fronte – questa è di una scimmia. Da anni non tagliamo le teste ai nemici e anche le nostre guerre di clan le risolviamo in modo diverso”.
 
Raffaele Crocco
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Ecuador