12/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ottanta ragazzi di tutto il mondo discutono in questi giorni a Firenze
dal nostro inviato
Francesca Lancini
 
Bambino kurdo al lavoroIl microfono è troppo alto per lei, ma Fatima, piccola bimba del Nicaragua, riesce lo stesso a incantare la platea con la sua voce forte e chiara: “Basta con il lavoro minorile. Noi bambini non abbiamo colpa per questa sofferenza. Nel mio Paese vedi ovunque ragazzini con la zappa. Aiutano i genitori nei campi”.
 
In tutto il Centro America lavorano circa 3 milioni di piccoli. E’ Hasegawa Rei, 17 anni, a ricordare che l’Asia detiene il triste primato dei minori al lavoro: il 61 per cento del totale mondiale.
 
“Sono un attivista per i diritti dei bambini”, dice serio Hasegawa, aggiustando il kimono nero indossato per il primo Congresso Mondiale sul lavoro infantile (Firenze, 10 - 13 maggio). “Vengo dal Giappone, ma vorrei parlarvi del Nepal, dove i miei coetanei lavorano per le strade, nelle fabbriche o in casa. Siamo tutti responsabili per questo. Nel mio Paese – come in tutto l’Occidente – compriamo i prodotti confezionati da bimbi operai di luoghi lontani”.
 
Sono più di 80 i piccoli delegati venuti da ogni continente per chiedere la fine dello sfruttamento minorile. Accompagnati da operatori di ong, avvocati o sindacalisti, discutono per ore. Ricordano agli adulti che nel Sud del Mondo i bimbi lavoratori sono 246 milioni. I ragazzi dei Paesi in via di sviluppo raccontano terribili esperienze ai coetanei di Europa e Nord America. Non sono mai stati più vicini.
 
“ Anche da noi esiste lo sfruttamento minorile., soprattutto a danno dei piccoli immigrati”, denunciano i ragazzi dei Paesi più fortunati. In Belgio migliaia di bambini sono sfruttati sul mercato sessuale; in Sicilia sono reclutati dalla mafia. In Romania lavorano almeno 60mila bambini, gran parete nell’agricoltura. Intanto Suresh, ex schiavo di 13 anni, adesso dice di sentirsi meno solo: “Ho scoperto che tanti altri bambini sono stati costretti a lavorare. Non solo in India, ma in tutto il mondo. Sono felice di essere qui. Adesso ho dei nuovi amici”.
 
Tra questi ci sono Rafana, 17enne cambogiana: “Lavoravo su una barca dalle cinque del mattino alle sei di sera. Stavo seduta per ore a recuperare i pesci nelle reti. Con me lavoravano altri bambini. Quando eravamo stanchi, ci drogavano. Ho saputo che esistevano delle leggi contro il lavoro minorile, ma che il governo non le faceva rispettare. A volte pensavo che gli adulti ci avrebbero sfruttati per sempre. Molti di noi erano impiegati anche nello spaccio di droga”.
 
Accanto a lei c’è ZamZama, 14 anni dello Yemen. Tre settimane fa ha perso la madre. Adesso è orfana, ha iniziato a lavorare dopo la morte del padre. Agli adulti chiede:”Fate il possibile per lasciarci con le nostre famiglie. Non vogliamo finire più in strada. Aiutateci a studiare”.
 
“Education” (educazione), scrivono su di un telo bianco, a caratteri cubitali, dieci ragazzi di ogni parte del globo. “La causa principale del lavoro minorile è la povertà”, spiegano. “Solo offrendo lavoro ai grandi e consentendo loro di mandarci a scuola, possiamo combatterlo”. Hanno dai 10 ai 19 anni, ma l’incontro con coetanei dal passato impossibile li ha resi più grandi. “Se boicottiamo le multinazionali – dice un ragazzino francese – molti bambini del Sud del Mondo perderanno il lavoro e finiranno per strada. Dobbiamo agire con prudenza. Una soluzione potrebbe essere quella di sviluppare gradualmente un commercio alternativo, equo-solidale per esempio. Questo garantirebbe a tutti i produttori uno stipendio giusto ed eviterebbe alle famiglie di mandare i figli a lavorare”.
 
L’appello dei ragazzi è rivolto soprattutto ai governi: “Mettete da parte un budget per i bambini. Finanziate la riabilitazione fisica e psicologica degli ex lavoratori”, dice il delegato giapponese.
 
La pressione sulle autorità è una delle principali azioni mosse dai gruppi che aderiscono alla Global March Against Child Labour, un movimento fondato nel ’98 da Kailash Satyarthi, attivista per i diritti umani indiano.
 
Dal ’93 Satyarthi ha promosso in tutta l’India la yatra (“marcia” in hindi), nella tradizione delle grandi dimostrazioni pacifiche di Gandhi. Da allora centinaia di persone hanno camminato verso i villaggi più remoti per sensibilizzare le comunità e chiedere azioni concrete contro lo sfruttamento minorile. Attualmente aderiscono alla  Global March migliaia di associazioni di 140 Paesi, come l’italiana Mani Tese tra i promotori del Congresso e che dal ’64 realizza progetti di sviluppo nei Paesi più poveri.
Categoria: Bambini, Diritti
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