dal nostro inviato
Francesca
Lancini
Il microfono è
troppo alto per lei, ma Fatima, piccola bimba del Nicaragua, riesce lo
stesso a incantare la platea con la sua voce forte e chiara: “Basta con il
lavoro minorile. Noi bambini non abbiamo colpa per questa sofferenza.
Nel mio Paese vedi ovunque ragazzini con la zappa. Aiutano i genitori
nei campi”.
In tutto il Centro America
lavorano circa 3 milioni di piccoli. E’ Hasegawa Rei, 17 anni, a
ricordare che l’Asia detiene il triste primato dei minori al lavoro: il
61 per cento del totale mondiale.
“Sono un
attivista per i diritti dei bambini”, dice serio Hasegawa, aggiustando
il kimono nero indossato per il primo Congresso Mondiale sul
lavoro infantile (Firenze, 10 - 13 maggio). “Vengo dal
Giappone, ma vorrei parlarvi del Nepal, dove i miei coetanei lavorano
per le strade, nelle fabbriche o in casa. Siamo tutti responsabili per
questo. Nel mio Paese – come in tutto l’Occidente – compriamo i
prodotti confezionati da bimbi operai di luoghi lontani”.
Sono più di 80 i piccoli delegati venuti da ogni
continente per chiedere la fine dello sfruttamento minorile.
Accompagnati da operatori di ong, avvocati o sindacalisti, discutono
per ore. Ricordano agli adulti che nel Sud del Mondo i bimbi
lavoratori sono 246 milioni. I ragazzi dei Paesi in via di sviluppo
raccontano terribili esperienze ai coetanei di Europa e Nord America.
Non sono mai stati più vicini.
“ Anche da
noi esiste lo sfruttamento minorile., soprattutto a danno dei piccoli
immigrati”, denunciano i ragazzi dei Paesi più fortunati. In
Belgio migliaia di bambini sono sfruttati sul mercato sessuale; in
Sicilia sono reclutati dalla mafia. In Romania lavorano almeno 60mila
bambini, gran parete nell’agricoltura. Intanto Suresh, ex schiavo di 13
anni, adesso dice di sentirsi meno solo: “Ho scoperto che tanti altri
bambini sono stati costretti a lavorare. Non solo in India, ma in tutto
il mondo. Sono felice di essere qui. Adesso ho dei nuovi amici”.
Tra questi ci sono Rafana, 17enne
cambogiana: “Lavoravo su una barca dalle cinque del mattino alle sei di sera.
Stavo seduta per
ore a recuperare i pesci nelle reti. Con me lavoravano altri bambini.
Quando eravamo stanchi, ci drogavano. Ho saputo che esistevano delle
leggi contro il lavoro minorile, ma che il governo non le faceva
rispettare. A volte pensavo che gli adulti ci avrebbero sfruttati per
sempre. Molti di noi erano impiegati anche nello spaccio di droga”.
Accanto a lei c’è ZamZama, 14 anni dello
Yemen. Tre settimane fa ha perso la madre. Adesso è orfana, ha iniziato
a lavorare dopo la morte del padre. Agli adulti chiede:”Fate il
possibile per lasciarci con le nostre famiglie. Non vogliamo finire più
in strada. Aiutateci a studiare”.
“Education” (educazione), scrivono su di un telo bianco, a
caratteri cubitali, dieci ragazzi di ogni parte del globo. “La causa
principale del lavoro minorile è la povertà”, spiegano. “Solo offrendo
lavoro ai grandi e consentendo loro di mandarci a scuola, possiamo
combatterlo”. Hanno dai 10 ai 19 anni, ma l’incontro con coetanei dal
passato impossibile li ha resi più grandi. “Se boicottiamo le
multinazionali – dice un ragazzino francese – molti bambini del Sud del
Mondo perderanno il lavoro e finiranno per strada. Dobbiamo agire con prudenza.
Una soluzione potrebbe
essere quella di sviluppare gradualmente un commercio alternativo,
equo-solidale per esempio. Questo garantirebbe a tutti i produttori uno
stipendio giusto ed eviterebbe alle famiglie di mandare i figli a
lavorare”.
L’appello dei ragazzi è rivolto
soprattutto ai governi: “Mettete da parte un budget per i bambini.
Finanziate la riabilitazione fisica e psicologica degli ex lavoratori”,
dice il delegato giapponese.
La pressione
sulle autorità è una delle principali azioni mosse dai gruppi che
aderiscono alla Global March Against Child Labour,
un movimento fondato nel ’98 da Kailash Satyarthi, attivista per i
diritti umani indiano.
Dal ’93
Satyarthi ha promosso in tutta l’India la yatra (“marcia” in hindi), nella tradizione
delle grandi dimostrazioni
pacifiche di Gandhi. Da allora centinaia di persone hanno camminato
verso i villaggi più remoti per sensibilizzare le comunità e chiedere
azioni concrete contro lo sfruttamento minorile. Attualmente aderiscono
alla Global March migliaia di associazioni di 140
Paesi, come l’italiana Mani Tese tra i promotori
del Congresso e che dal ’64 realizza progetti di sviluppo nei Paesi più
poveri.