Commenti e sensazioni raccolti tra i palestinesi per le strade di Gerusalemme Est
Dalla nostra corrispondente Leila Tamimi
Gerusalemme (Israele-Palestina) - Non è la tristezza pesante e riconoscibile dei funerali, quella che si percepisce
nelle parole e sui volti dei palestinesi. La morte del presidente Arafat ormai
è quasi una certezza, eppure sembra che ci sia un generale senso di attesa per
un responso più certo, come se ancora fosse troppo presto per lasciarsi andare
alle emozioni.
“Certo, la gente è triste e dispiaciuta per quello che è successo ad Arafat”,
mi ha detto il mio vicino di casa di Abu Dis, a pochi chilometri da Gerusalemme, “ma non così tanto, come se fosse successo
qualche anno fa”. Non ci sono dubbi che con Arafat non se ne vada solo un uomo
politico, ma anche un simbolo della lotta del popolo palestinese contro l’occupazione
israeliana. Eppure, la stanchezza della gente e la perdita di fiducia verso i
propri leader, sono sentimenti che ormai tanti palestinesi non nascondono.
“Sono dieci anni che Arafat è a capo dell’Autorità Palestinese e che cosa è cambiato?
Niente!”, mi ha detto un negoziante di Gerusalemme est, dopo avermi risposto che
lui non si sentiva triste per Arafat e che “in fondo la morte è un fatto naturale,
arriva per tutti prima o poi”.
Parlando con la gente per le strade di Gerusalemme, ho visto volti più addolorati
di altri, ho trovato persone sinceramente affezionate ad Arafat, ma non disperazione.
A volte, semmai ho trovato la rabbia, rabbia contro tutti i politici che non
sono stati in grado di fare niente per il popolo palestinese.
Oppure qualcosa di simile all’indifferenza, come se la vita quotidiana della
gente fosse distante anni luce dai meccanismi della politica e come se neppure
Arafat rappresentasse più una guida effettiva, di fronte alle difficoltà dell’occupazione.
“Insomma, se Arafat non potrà più essere presidente, troveremo qualcun altro”,
mi ha detto con il sorriso sulle labbra un venditore di succo di carruba e tamarindo,
appena fuori dalle mura della città vecchia.
“Arafat o qualcun altro che differenza fa?”, ha aggiunto rassegnato un altro
signore che stava facendo compere sulla via Salah Ed-Din, “più che per Arafat è per l’occupazione che soffriamo ogni giorno, quante persone
sono morte mentre lui stava seduto sulla sua poltrona?”.
Ma se questa è una reazione diffusa alla perdita di Arafat come presidente, dall’altra
parte nessuno sembra avere le idee troppo chiare su cosa potrebbe succedere in
futuro e su chi potrebbe prendere il suo posto.
“Il problema è che non riesco a vedere nessun altro leader in questo momento
per i palestinesi”, mi ha detto un giornalaio che ha un negozietto appena fuori
dalla Porta di Damasco. La sensazione è che in generale nessuno riponga particolare
fiducia in quelli che sono stati ipotizzati come suoi possibili successori, Abu
Ala e Abu Mazen. Se ad Arafat, nonostante le critiche, viene in generale riconosciuta
una certa coerenza e onestà, la stessa cosa non vale per l’attuale e per l’ex
primo ministro, accusati di corruzione e di essere capaci solo di arricchirsi
senza preoccuparsi delle sofferenze del proprio popolo. Ma nella generale incertezza
verso il futuro, c’è anche qualcuno che mantiene un pò di speranza.
“Certo non sarà facile”, mi ha detto uno studente universitario di Abu Dis, “ma
forse l’uscita di scena di Arafat, sarà l’occasione per innescare il cambiamento
di cui abbiamo bisogno, l’occasione per eleggere noi stessi un nuovo presidente”.
Non so dire se si tratti di un giudizio troppo ottimista, ma speriamo che possa
davvero essere un buon auspicio per il futuro.
Intanto stamani Gerusalemme si è svegliata come in un qualsiasi altro venerdì
di Ramadan. Dai dintorni della città centinaia di persone hanno cercato di raggiungere
la moschea di Al Aqsa per la preghiera di mezzogiorno. Come ogni venerdì tanti
sono stati respinti prima di arrivarci, a causa dei blocchi e dei controlli dei
soldati, che autorizzano solo chi ha la carta d’identità valida per Gerusalemme
ad arrivare in città.
La moschea di Al Aqsa ormai è solo un ricordo per la maggior parte dei palestinesi,
o un desiderio. Chissà se quello espresso da Arafat, di essere seppellito sulla
Spianata delle Moschee, rimarrà tale.
“Non sarà né la volontà di Arafat, né quella dei palestinesi a decidere dove
il suo corpo sarà seppellito”, mi ha detto un altro signore incontrato per strada,
“tutto dipende da Israele”. A giudicare dalle dichiarazioni del primo ministro
israeliano Sharon, che ha escluso categoricamente che la volontà di Arafat possa
essere rispettata, tutto sembra davvero dipendere da Israele. Purtroppo, in una
città come Gerusalemme, anche il rispetto per la volontà dei morti può diventare
un argomento troppo politico.