07/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Don Renzo Rossi, il missionario che aiutò i prigionieri politici della dittatura
dal nostro inviato
Stella Spinelli
Salvador da Bahia
 
Pelorinho, Salvador, Bahia“Il valore del Brasile? E’ la speranza”. E’ con queste parole che è iniziata la lunga conversazione con don Renzo Rossi. L’angelo delle carceri è stato soprannominato, perché col suo fare energico e scanzonato ha visitato per anni uno per uno, tutti i prigionieri politici della dittatura brasiliana. E per tanti di loro ha rappresentato un'ancora di salvezza.

Lo incontriamo in una favelas di Salvador, capitale dello stato di Bahia. È in questa parrocchia che ha prestato servizio per anni, lavorando per i poveri e con i poveri. Piccolo e magro, capelli bianchi, occhi neri e lucenti, ha il sorriso perenne e una risata contagiosa. È il tipico ‘fiorentinaccio’, schietto e ironico.
“E cosa dovrei raccontare di me? – esordisce – Sono l’ultimo dei bischeri io”. Eppure su quel prete “malucco” (matto) - come era definito da quei guerriglieri della resistenza, rossi e anticlericali ma innamorati di quell’ometto coraggioso – è stato appena scritto un libro, in portoghese e ora tradotto anche in italiano: Don Renzo Rossi, un prete fiorentino nelle carceri brasiliane di Emiliano Josè.

Ci sediamo attorno ad un tavolo, su una terrazza che domina buona parte della città bahiana, culla dell’affascinante cultura afro-brasiliana, e da lassù il contrasto fra chi possiede e chi no appare ancora più sconcertante. La distesa delle umili casette in nudi mattoni, alternate a capanne di legno e fango (taipa), si perde a dismisura. “Tutta questa è la Fazenda Grande – spiega guardando verso l’orizzonte – E’ terra di invasioes (occupazioni). Sono sei barrios che confinano con altri sei chiamati San Gaetano. Ci vivono 130mila persone. È la più povera della città. Sono arrivato qui nel lontano gennaio del ’66 e da allora la condizione di questa gente sembra essersi fermata nel tempo. In quegli anni ero io ad aiutare i padri di famiglia a costruirsi le case; adesso lo fa un altro prete. Niente è cambiato. Il 95 per cento della popolazione è ancora costretto a vivere in case di taipa. Che povertà... ”. Ma poi don Renzo sorride: “Eppure qua in mezzo la gente spera ancora e apre il cuore alla gioia. È questa la grandezza del popolo brasiliano”.

Favelas di SalvadorEd è da qui che la sua eccezionale storia è cominciata. “Negli anni Sessanta il Brasile era in mano a una violenta dittatura militare, repressiva, asfissiante –  racconta, passandosi continuamente la mano sulla fronte come per ritrovare la giusta strada tra i ricordi -. Si formarono due falangi di resistenti: una che abbracciò la strategia delle armi e l’altra che preferì l’azione politica, la strategia del pensiero. Entrambe erano naturalmente clandestine e i loro esponenti erano i più ricercati da esercito e polizia. Ad aiutarli in quella dura vita fuori legge, votata alla lotta per la libertà, si impegnarono molti esponenti della Chiesa cattolica, in particolare i domenicani. Fu proprio l’incontro con uno di loro, Giorgio Callegari, di San Paolo, a cambiare la mia vita. Radicalmente”.È concentrato don Renzo, seduto a capotavola in una calda giornata dell’inverno di Bahia. “Il 4 novembre del ’69 la polizia riuscì a uccidere uno dei capi storici della resistenza, Marighella. Questi era molto legato ad alcuni domenicani di San Paolo, che vennero arrestati in massa. Tra loro frei Betto, attuale esponente del governo Lula, e appunto l’amico Callegari. Come potevo restare inerme?”.
Gesticola il parroco, raccontando le tante difficoltà per ottenere il permesso di far visita a quel frate "dissidente e così pericoloso per la sicurezza del Paese. Ma io sono testardo e ce la feci. E quel giorno mi sconvolse. Mi travolse. Ho ancora la data ben impressa nella memoria: era il 12 marzo 1970. Incontrai tutti i capi storici della guerriglia. Vidi i gravi segni delle disumane torture subite. Unghie strappate via, bruciature in ogni dove. Parlai con loro. Mi commossi con loro. Eppure erano talmente lontani dal mio mondo. Comunisti, marxisti, stalinisti, gente che non crede nella Chiesa e che certo non vede di buon occhio i preti. Eppure mi sentii accettato. Mi videro come un semplice uomo deciso ad aiutarli. Al di là di ogni religione, di ogni ideologia. Si aprirono. Ci aprimmo. E in loro, proprio in quei comunisti atei, ho incontrato così tanta cristianità, che molti praticanti cattolici se la sognano”.

Da allora questo ‘pretino’ divenne un vero e proprio punto di riferimento per ogni prigioniero politico dell’immenso Brasile. I carcerati si scrissero lunghe lettere in cui si raccontavano di un sacerdote mezzo matto che dispensava schiaffi a destra e a manca in segno di affetto, e che non pretendeva di dir messa bensì ascoltava in rigoroso silenzio le confidenze di tutti, al di là del credo e del partito. La voce si sparse da un capo all’altro del Paese.

Uomo fruga tra i rifiuti, favela di Salvador da Bahia“Iniziai a girare come una trottola – riprende, illuminandosi -. San Paolo, Rio de Janeiro, Recife, Fortaleza, Brasilia. Sistematicamente visitavo donne e uomini, viaggiando di notte, in pullman, macinando migliaia di chilometri. Poi Amnesty International cominciò a interessarsi a me, a noi, e con loro la rete di solidarietà italiana Radiè Resch e quei lunghi viaggi iniziai a farli in aereo. E continuai imperterrito fino al 1982, fino a che l’ultimo di quei prigionieri non tornò a piede libero. Che esperienza! Ho avuto tanto da quegli anni, da quella gente. Alcune storie, in particolare, le ricordo con un trasporto speciale. Aurora, per esempio, torturata a morte perché si rifiutò di tradire i compagni. Venne ritrovata con il cranio spezzato da una corona di spine. Aveva 20 anni.
Un’altra adolescente, invece, fu catturata mentre andava a trovare la madre. Nemmeno lei parlò, e venne violentata ripetutamente da sei uomini. Poi imprigionata per due anni”.
C’era un accordo ben chiaro tra i resistenti: in caso di cattura resistere alle torture per almeno 48 ore, il tempo minimo necessario per permettere al gruppo di combattenti di fuggire. “Ma quanto era dura – riprende don Renzo -. Le donne resistevano di più al dolore rispetto ai loro compagni. Ma poi riuscivano più difficilmente a superare lo shock”.

Girovagando per il Brasile, don Rossi ha sostenuto i carcerati e le loro famiglie, ha promosso la creazione del gruppo per la richiesta dell’amnistia e, aiutato da organismi umanitari internazionali, ha ingaggiato gli avvocati e seguito con passione le cause legali.
“Avvolte ho anche rischiato un po’ troppo – ammette scuotendo la testa, ma tradendo uno sguardo soddisfatto -. Coordinavo gli scioperi della fame da carcere a carcere. Di nascosto comunicavo date e orario di inizio e li tenevo informati sui risultati conseguiti. Era importante che agissero tutti insieme, perché si sa, l’unione fa la forza. Anche in galera”. Poi la dittatura è finita, l’amnistia è arrivata e il prete malucco è tornato fra la sua gente, i poveri del barrio. Adesso porta avanti la sua missione con lo stesso entusiasmo di quando è arrivato a Salvador, e anche adesso è destinato a continuare a correre da una parte all’altra del Brasile per sostituire i sacerdoti che mancano o per aiutare coloro che hanno più bisogno. E di tanto in tanto torna a Firenze. “Che dire, almeno non mi annoio”, dice scherzando.

Ronaldo, bambino bahianoStiamo per congedarci. La mattinata è trascorsa in un soffio e don Renzo ha mille persone da incontrare, mille progetti da seguire. Ma prima di andare è come se non potesse tralasciare almeno due parole sul Brasile di Lula e dell’amico frei Betto: “Lula lo conosco personalmente. È un uomo coraggioso, pieno di carisma. Ha vinto le elezioni perché è il simbolo dei poveri. Ma purtroppo, nell’attuale governo, è un libero in spazi troppo stretti. Non ha la possibilità di guidare il Paese come vorrebbe e potrebbe. Ma è un uomo che vale. Ha superato indenne quattro processi che lo accusavano ingiustamente, ha fondato un partito e creato dal nulla un sindacato, non soccomberà certo per l’impazienza dell’estrema sinistra o per le dure critiche di destra. Io credo in lui e nei suoi uomini. E i brasiliani spero faranno altrettanto. Comunque sia – conclude – il Brasile ce la farà. È un popolo speciale, questo”. Poi si alza. Si guarda intorno e salutandoci con i suoi proverbiali schiaffi aggiunge: “Ma l’avete guardata questa gente negli occhi?. E' proprio qui che si coglie il segreto del Brasile: nelle favelas, nelle invasioes, gli uomini, le donne, i bambini non hanno una semplice luce nello sguardo, bensì un intenso e abbagliante arcobaleno. Irresistibile".

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