13/10/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Voci dalla tendopoli dei manifestanti che da due settimane resiste nel cuore della capitale del Massachusetts

Occupy Wall Street è sbarcata da quasi due settimane nel cuore della cittadella finanziaria di Boston, in un giardino pubblico a due passi da South Station e dai grattacieli che ospitano banche e società finanziarie. E non accenna a smobilitare, forte anche dell'appoggio di una decina di sindacati e degli studenti universitari.

Eppure Boston non è New York. Qualche macchina suona il clacson in segno di solidarietà, ma per molti, fuori dalla piccola tendopoli, il tran tran continua indisturbato: ai chioschi a pochi metri di distanza c'è la fila per la pausa pranzo e alla fermata della metro tutto fila liscio come in un giorno qualsiasi. I rapporti con la polizia e il sindaco democratico Thomas M. Menino sono stati idillici fino all'arresto - e successivo rilascio - martedì notte di 129 persone che avevano occupato un giardino pubblico adiacente all'accampamento originario.

Ci sono le tende - un centinaio circa - le spillette "Siamo il 99%", l'università popolare, i cartelli - "Se non vi potete permettere di perdere un giorno di lavoro per essere qui, allora siete nel posto giusto", "Il sogno americano è una piramide" - un ufficio stampa che gestisce un prolifico account Twitter , uno spazio per la meditazione e una mensa gratuita. C'è chi suona "Redemption Song" nella piazza della tendopoli davanti a un murales fatto di fogli di carta e chi sul marciapiede discute di New Deal e crisi globale.

Zachary Violette è un dottorando di 28 anni ma da un paio di anni è senza borsa e ora si mantiene grazie a prestiti bancari. E' a Dewey Square perché l'America di oggi proprio non gli va giù -- "Dobbiamo riprenderci questo Paese". La risposta alla crisi non può che venire dai più giovani: "I nostri genitori hanno preso tutto e ci hanno lasciato un gran casino". Questo "casino", per Violette, è un mix di deficit insostenibile, consumismo rapace e stile di vita egoista.

Anche Tim Howe, videomaker freelance di 24 anni seduto sul marciapiede accanto a Violette, è un figlio arrabbiato. Non con i suoi, però. Anzi, ha deciso di unirsi alla protesta proprio in omaggio a loro, piccoli imprenditori nel settore dell'arredo risucchiati dalla crisi finanziaria. E' deluso: i costi della crisi, dice, li hanno pagati i piccoli contribuenti come i suoi, non i grandi gruppi finanziari e chi, come lui, si è svenato per andare all'università e ora si trova con le tasche vuote. Ma non ci sono solo giovani.

Hazel Arnette, ex giornalista e ora scrittrice, designer e nonna part-time, è in piazza dai tempi della guerra in Vietnam. E' contro la guerra e l'outsourcing nei paesi in via di sviluppo. "Aspetto questo momento da una vita. Finalmente si stanno svegliando".

Tutti hanno un motivo per essere qui, eppure il futuro del movimento ha contorni ancora indefiniti. Michael Monroe, 35enne con figlioletta al seguito e impiegato felicemente in un'azienda di traslochi, spera di fare pressione sui politici democratici e sensibilizzarli sul tema dei diritti sociali. "Obama si è dimenticato di un sacco di gente", dice.

Anche Suzette Abbott, originaria del Sud Africa e attivista fin dagli anni Sessanta, è in piazza per "costringere i politici a seguire la volontà della gente", ma vuole soprattutto la fine della guerra in Afghanistan.

Per altri, come Zachary Violette, per il momento è meglio non avere leader né obiettivi a breve termine: "Non so di preciso che cosa succederà, ma spero che la protesta non finisca". Per un po' non finirà: il 15 ottobre è in programma una grande manifestazione per le vie della città.

Giulia Lasagni

Parole chiave: Boston
Categoria: Politica
Luogo: Stati Uniti