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Aggiornamento. Martedì 11 ottobre 14.53.
Il blitz delle forze speciali britanniche è riuscito, la nave Montecristo è stata liberata. I militari sono riusciti a prendere possesso del mercantile sequestrato ieri al largo delle coste della Somalia, i pirati si sono arresi.
La Montecristo dopo la Savina Caylyn, un'altra nave italiana nelle mani dei pirati somali. Se è vero che quasi sempre queste vicende si risolvono bene per i marittimi sotto sequestro, di recente si assiste a un imbarbarimento. Vediamo perché.
I tempi
Da quando il fenomeno della pirateria somala si è acuito (all'incirca dal 2005), la maggior parte dei casi si è risolta nel giro di 60 giorni. A una verifica, emerge tuttavia che negli ultimi due anni sono aumentati i casi di natanti liberati (dietro pagamento di riscatto, con operazioni militari o altro) dopo periodi di otto mesi e più. Ricordiamo solo quellii più recenti: la petroliera panamense-liberiana Mv Polar (30 ottobre 2010-26 agosto 2011); la nave cargo liberiana-statunitense Mv Panama (10 dicembre 2010-13 settembre 2011); la nave cargo mongolo-vietnamita Mu Hoang Son Sun (21 gennaio 2011-15 settembre 2011). La Savina Caylyn è nelle mani dei pirati dall'8 febbraio 2011: più di otto mesi.
Le condizioni dei marittimi
Il caso della Savina Caylyn è esemplare in questo senso. Più i tempi si allungano e maggiori sono le sofferenze di chi sta, da prigioniero, a bordo della nave. Oltre al "normale" deterioramento delle condizioni materiali (riduzione delle scorte alimentari, razionamento delle scorte d'acqua, ridotte o mancate cure in caso di malattia), si registra un atteggiamento più violento da parte dei rapitori. In questo senso, le telefonate a casa concesse dai pirati ai marittimi possono anche peggiorare la situazione: da un lato confermano alle famiglie che il proprio congiunto è in vita, ma dall'altro sono precedute da maltrattamenti (se non torture) per rendere la situazione più drammatica e forzare la mano in direzione del riscatto. Quanto questi maltrattamenti siano effettivi e quanto invece siano una messa in scena, non è possibile verificarlo. Di sicuro, i familiari dei rapiti percepiscono un progressivo, spesso drammatico, deterioramento fisico dei marinai a bordo.
Il riscatto
Ufficialmente nessun governo, compreso quello italiano, scende a patti con i pirati. Si sa tuttavia che i riscatti sono stati pagati. A inizio 2011 si aggiravano ancora su una cifra compresa tra uno e cinque milioni di dollari, per la Savina Caylyn ne sono stati chiesti 16. Le maggiori richieste da parte dei rapitori possono essere dovute al pattugliamento del golfo di Aden che rende più difficili gli assalti e di conseguenza induce i pirati a operare più al largo e a dotarsi di una maggiore organizzazione. La Montecristo aveva attraversato il golfo di Aden sotto scorta militare internazionale come previsto dalle normative. È stata attaccata, fuori della zona in cui la scorta è prevista, alle coordinate geografiche 12° 34.67N 061° 48.86E, a circa 620 miglia ad est dalle coste della Somalia.
La trasparenza
Ad aumentare l'angoscia dei familiari c'è spesso la scarsa trasparenza da parte della Farnesina e degli armatori nella gestione dell'emergenza. Certo, la riservatezza è dovuta per ragioni intuibili, ma nella vicenda della Savina Caylyn, dopo sei mesi di silenzio stampa, a inizio agosto, le famiglie hanno deciso di rivolgersi ai media per richiamare l'attenzione su quello che appariva ormai come un caso dimenticato (ora sono di nuovo in silenzio stampa). Perché? Era troppo forte la sensazione che il ministero degli Esteri e l'armatore d'Amato non stessero facendo tutto quanto fosse in loro potere per giungere a una soluzione della vicenda. Ad acuire i sospetti, contribuisce la poca chiarezza sulla natura delle assicurazioni che coprono le navi. La formula che va per la maggiore è la P&I club, cioè una polizza "Protection & Indemnity" garantita da uno dei cosiddetti "P&I club", associazioni cooperative di armatori che creano mutue assicurazioni di copertura reciproca per tutte quelle fattispecie che le normali assicurazioni di solito non tutelano: danni alle persone a bordo e al carico, collisione, rimozione del relitto in caso di affondamento, inquinamento delle acque, multe varie che scaturiscono dal funzionamento o dalla gestione della nave. Dietro alle formule, non è però chiaro se le P&I coprono anche gli atti di pirateria, il che aggiunge un elemento di incertezza: è interesse dell'armatore recuperare la nave? È suo interesse farlo subito o lasciato trascorrere un certo tempo? Ogni storia è un caso a sé, ma la mancanza di informazioni non fa che acuire l'angoscia di chi aspetta di rivedere i propri congiunti sani e salvi.
Gabriele Battaglia
Parole chiave: Montecristo, Savina Caylyn, pirateria, Somalia