29/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Il governo Usa costretto a trattare. Dal popolo americano.
L'Iraq rimane il fronte centrale della guerra al terrorismo, dice Bush ai "suoi" soldati a un anno dal passaggio di consegne dei poteri dalle truppe di occupazione agli uomini iracheni che da sempre lavoravano per il governo americano.
Non invieremo più truppe, ma non ce ne andremo. Perché il nostro è un sacrificio che stiamo facendo per il mondo intero e per la nostra patria, dice ancora Bush. Ma in pochi, e una volta sola, si scaldano alle parole del Presidente Usa. 
Chissà che cosa hanno pensato quei militari che ogni giorno rischiano la vita, che ogni giorno rischiano di cancellare più vite (ne hanno cancellate a decine di migliaia fino a oggi, vite di civili innocenti), e ogni giorno capiscono meno le ragioni della loro presenza in un paese straniero e ostile, ascoltando le parole di Bush a proposito del "nostro" sacrificio.
Dopo due anni di guerra e dopo la morte di tanti commilitoni (giustificata dal fatto che God bless America, ma non benedice altrettanto - nella testa dei patrioti Usa - il resto del mondo, quasi che gli statunitensi siano il nuovo popolo eletto), non dev'essere stato piacevole per le truppe scoprire che, mentre loro vanno al macello, i loro capi aprono oggi tavoli di trattativa con il nemico. In Iraq e in Afghanistan, dopo tante parole di millantata fermezza contro "il terrorismo", adesso con "il terrorismo" si tratta apertamente, sia che indossi i panni del nemico talebano sia quelli del resistente, insorto, terrorista iracheno.
Quel nemico che lo stesso Bush definisce "accecato dall'odio e capace di qualsiasi atrocità, che non indossa l'uniforme, non rispetta le leggi, non ha morale", è diventato invece per Rumsfeld un interlocutore possibile in una trattativa che porti gli Stati Uniti fuori dal pantano iracheno prima che anche i mezzi di informazione scoprano che l'opinione pubblica americana è oramai per la gran parte contraria a questa guerra.
E' la prima volta, lo ha notato lo storico statunitense Howard Zinn, che il popolo americano è più avanti dei mezzi di informazione, ancora tutti sdraiati sulla linea del consenso alla guerra di Bush e delle corporation Usa. Secondo la televisione Abc e il Washington Post, il 60 percento degli americani è contrario al ritiro immediato dall'Iraq. Però il 63 percento teme di essere in un pantano e il 56 percento critica comunque la strategia del Presidente.
Un sondaggio della Cnn e di Usa Today è ancora più negativo per Bush. Il 61 percento sospetta che il governo Usa non sappia come districarsi dall'Iraq, il 53 percento pensa che la guerra sia stata un errore, e il suo indice di popolarità è del 45 percento, il più basso di tutti i tempi.
Quaranta anni fa, dati analoghi furono l'inizio della contestazione, durissima, alla guerra del Vietnam. Ma quaranta anni fa, furono i mezzi di informazione a cominciare a mettere in discussione la politica estera Usa. 

Per la prima volta invece, solo l'altro ieri, un intervistatore della Cnn si è permesso di far notare a Rumsfeld l'insensatezza delle affermazioni ottimistiche sul futuro iracheno se confrontate con i dati delle perdite di militari e con il numero sempre crescente di azioni e attentati della guerriglia. Un segnale, questo sì, troppo importante per essere sottovalutato dall'amministrazione Usa.

Maso Notarianni

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