Il governo Usa costretto a trattare. Dal popolo americano.
L'Iraq rimane il fronte centrale della guerra al terrorismo, dice
Bush ai "suoi" soldati a un anno dal passaggio di consegne dei poteri dalle truppe
di
occupazione agli uomini iracheni che da sempre lavoravano per il governo
americano.
Non invieremo più truppe, ma non ce ne andremo. Perché
il nostro è un sacrificio che stiamo facendo per il mondo intero e
per la nostra patria, dice ancora Bush. Ma in pochi, e una volta
sola, si scaldano alle parole del Presidente Usa.
Chissà
che cosa hanno pensato quei militari che ogni giorno rischiano la
vita, che ogni giorno rischiano di cancellare più vite (ne hanno
cancellate a decine di migliaia fino a oggi, vite di civili
innocenti), e ogni giorno
capiscono meno le ragioni della loro presenza in un paese straniero e
ostile, ascoltando le parole di Bush a proposito del "nostro"
sacrificio.
Dopo due anni di guerra e dopo
la morte di tanti commilitoni (giustificata dal fatto che God bless
America,
ma non benedice altrettanto - nella testa dei
patrioti Usa - il resto del mondo, quasi che gli statunitensi siano
il nuovo popolo eletto), non dev'essere stato piacevole per le truppe
scoprire che, mentre loro vanno al macello, i loro capi aprono oggi
tavoli di trattativa con il nemico. In Iraq e in Afghanistan, dopo
tante parole di millantata fermezza contro "il terrorismo", adesso con
"il terrorismo" si tratta apertamente, sia che indossi i panni del
nemico
talebano sia quelli del resistente, insorto, terrorista iracheno.
Quel nemico che lo stesso Bush definisce "accecato dall'odio
e capace di qualsiasi atrocità, che non indossa l'uniforme, non
rispetta le leggi, non ha morale", è diventato invece per Rumsfeld un
interlocutore possibile in una trattativa che porti gli Stati Uniti fuori dal
pantano iracheno prima che anche i mezzi di informazione scoprano che
l'opinione pubblica americana è oramai per la gran parte contraria a
questa guerra.
E' la prima volta, lo ha notato lo storico statunitense Howard Zinn,
che il popolo americano è più avanti dei mezzi di informazione, ancora
tutti sdraiati sulla linea del consenso alla guerra di Bush e delle
corporation Usa. Secondo la televisione Abc e il Washington Post, il 60
percento degli americani è
contrario al ritiro immediato dall'Iraq. Però il 63 percento teme di essere in
un
pantano e il 56 percento critica comunque la strategia del Presidente.
Un sondaggio
della Cnn e di Usa Today è ancora più negativo per Bush. Il 61 percento
sospetta che il governo Usa non sappia come districarsi dall'Iraq, il 53 percento
pensa che
la
guerra sia stata un errore, e il suo indice di popolarità è del 45 percento, il
più basso di tutti i tempi.
Quaranta
anni fa, dati analoghi furono l'inizio della contestazione, durissima,
alla guerra del Vietnam. Ma quaranta anni fa, furono i mezzi di
informazione a cominciare a mettere in discussione la politica estera
Usa.
Per la prima volta invece, solo l'altro ieri,
un intervistatore della Cnn si è permesso di far notare a Rumsfeld
l'insensatezza delle affermazioni ottimistiche sul futuro iracheno se
confrontate con i dati delle perdite di militari e con il numero sempre
crescente di azioni e attentati della guerriglia. Un segnale, questo sì, troppo
importante per essere sottovalutato dall'amministrazione Usa.