Il governo della Bolivia ha fatto sapere che effettuerà al più presto un controllo
sulle imprese petrolifere che lavorano nel paese e che ha intenzione di fissare
una nuova tassa, molto più alta della precedente, per lo sfruttamento delle risorse
minerarie in applicazione delle nuova legge sugli idrocarburi promulgata lo scorso
18 maggio.
La proposta di nazionalizzazione dell’industria petrolifera ha creato delle
polemiche negli ultimi anni e l’annuncio dell’introduzione di tasse maggiorate
per le compagnie petrolifere, che è stato dato lunedì scorso da Ivan Aviles, è
stato accolto con molta soddisfazione da parte della popolazione.
Il comunicato diramato dalla presidenza della Bolivia fa sapere che le azioni
del governo “puntano sostanzialmente a migliorare la produzione di idrocarburi
e considerano in modo strutturale i fattori volumetrici e di qualità”.
Tre, il numero perfetto. Sono tre i decreti che dal 18 maggio hanno iniziato il cambiamento della Bolivia.
Il primo fa in modo che le imposte per le aziende che operano nel settore degli
idrocarburi passino dal 10 al 32 per cento.
Il secondo conferma il mantenimento delle royalties del 18 per cento e il terzo,
ma non ultimo per importanza, il mantenimento totale del controllo dei giacimenti
da parte dello Stato boliviano. In un comunicato diffuso nella giornata di ieri
il governo boliviano ha anche fatto sapere che con la nuova legislazione “le entrate
aumenteranno del 106 per cento”.
Le risorse, discordia boliviana. La forma di sfruttamento delle risorse energetiche è stato motivo di controversie
in Bolivia negli ultimi anni e, soprattutto, è stato il detonante per lo scoppio
delle rivolte sociali che hanno dapprima causato la caduta (nel 2003), con conseguente
fuga, dell’ex presidente Gonzalo Sanchez de Losada e, successivamente, la cacciata
del (ormai anche egli ex) presidente Carlos Mesa.
In Bolivia lavorano attualmente dodici compagnie petrolifere straniere, sono
i settantadue contratti che i vari governi che si sono susseguiti in Bolivia hanno
firmato negli ultimi 10 anni.
Questi accordi riconoscono la proprietà dei pozzi per l’estrazione delle riserve
in cambio di investimenti su territorio boliviano che, alla fine, andrebbero a
moltiplicare per dieci le riserve naturali del paese facendole diventare seconde
solo alle riserve di gas venezuelane.
Diversi settori sociali , fra cui il famosissimo e importante Mas, il Movimento al Socialismo, hanno accusato il governo boliviano di fare finta
di non conoscere quello che realmente accade all’interno dell’industria petrolifera.
Evo Morales ha fatto sapere che “Lo stato non conosce assolutamente quello che
succede all’interno dell’industria petrolifera”.
Reazioni indigene. Il leader del Mas, così come tutte le organizzazioni indigene che lo appoggiano, hanno chiesto
a gran voce la totale nazionalizzazione delle risorse minerarie. Questa richiesta
ha fatto in modo che, durante l’ondata di proteste dei mesi scorsi, il presidente
Mesa lasciasse l’incarico (proprio per la situazione ingestibile che si era venuta
a creare) a favore del presidente della corte costituzionale Rodriguez.
La nazionalizzazione programmata da Evo Morales, che lui stesso ha spiegato in
una lunga intervista alla Reuters, consiste semplicemente nella gestione totale
del controllo delle installazioni industriali e del controllo totale della produzione
del petrolio e del gas naturale (di cui la Bolivia è molto ricca).
La legge sugli idrocarburi, come detto, è stata la goccia che ha fatto traboccare
il vaso. Una serie di scioperi hanno paralizzato la nazione, creato malcontento
popolare, feriti fra i manifestanti e una situazione sociale davvero insostenibile.
Adesso, questi nuovi decreti permetteranno un grande incremento di utili da parte
dello stato.