Si chiama Avi Biebier, ha 19 anni. E' il primo refusenick non
vicino al movimento degli israeliani che si oppongono all'occupazione.
Lui è il simbolo di un disagio nuovo che attraversa l'esercito
israeliano: quello di coloro che si oppongono allo sgombero dei coloni
dalla Striscia di Gaza.
Biebier è il primo che pagherà per essersi
rifiutato, domenica scorsa, di partecipare alla demolizione delle prime
case dei coloni e di disperdere i manifestanti. E' trattenuto in una
base militare in stato di fermo e soprattutto in attesa di giudizio. Il
caso Bibier rischia
di diventare molto frequente nei prossimi mesi, fino a creare un reale
problema nelle forze armate israeliane. Almeno così dice un libro.
Un libro pericoloso. Provate a immaginare: lo stato di
Israele, nato nel 1948 dopo tante sofferenze, che vive un guerra civile
devastante con la scissione dei coloni.
La nascita di una seconda repubblica
ebraica sulle ceneri causate da un conflitto. Coloni asserragliati nelle loro
abitazioni che fanno esplodere bombole di gas, erigono barricate nelle strade
e
si chiudono nelle sinagoghe per impedire lo sgombero delle colonie della
Striscia di Gaza ordinato dal governo di Tel Aviv.
Potrebbe sembrare il sogno
realizzato dei
gruppi terroristici che non vogliono la convivenza con Israele, ma anzi non
hanno mai del tutto rinunciato alla sua distruzione. Israele diviso e debole.
Invece
è lo scenario che disegna un libro che in questi giorni va a ruba in
attesa dello sgombero in più fasi degli insediamenti nella Striscia di
Gaza. Ventuno insediamenti abitati da circa 8mila persone saranno
smantellati a partire dal 17 agosto prossimo.
Il libro ha un titolo esplicito: Questa
estate ci sarà la guerra civile. Lo ha scritto Yossi Blum Halevy, storico
militare vicino ideologicamente alla destra oltranzista israeliana. Il tomo, di
circa 200 pagine, è ordinabile via internet sul sito Katif.net, quello dei coloni dell’insediamento di Gush Katif, nella
Striscia di Gaza.
Il libro non è niente più di una
provocazione, anche se il numero elevato di ordini ne hanno fatto quasi un caso
letterario. Pare difficile che tante persone credano che vada a finire così, ma
sicuramente il clima in Israele diventa sempre più arroventato.
Le prime operazioni
di sgombero, che peraltro riguardavano solo alcuni edifici abbandonati da
tempo, hanno causato nei giorni scorsi degli scontri a Shirat Hayam, a sud
della Striscia di Gaza. Su scala ridotta si sono viste tutte le possibili
tonalità del disimpegno: coloni che opponevano resistenza civile allo sgombero,
militari israeliani divisi di fronte all’idea di dover usare la forza contro
altri israeliani.
L’unico ad averci rimesso è stato un cronista di Yedioth Ahronot che nella calca si è
fratturato una gamba. Ma il disimpegno deve andare avanti.
Il disimpegno. La rinuncia per i coloni alla
terra che ormai consideravano casa loro è un passaggio traumatico, ma la scelta
del Governo Sharon pare irrevocabile.
Sul disimpegno il premier israeliano ha
messo in giuoco la sua stessa maggioranza e adesso non può tornare indietro. Le
incognite restano tante, anche perché un settore notevole delle forze armate,
riunitosi sotto la sigla Difensive Shield,
ha annunciato che molti militari si opporranno allo sgombero dei coloni.
Per le
strade di Gerusalemme sono migliaia le macchine con la bandierina arancione
che svolazza, scelta come simbolo da tutti quelli che considerano
una concessione inaccettabile la rinuncia a terre che, come la Striscia di
Gaza, loro considerano un diritto sancito dalle sacre scritture.
Un segno
positivo in questo senso è il fatto che i coloni dell’insediamento di Gush
Katif, il più grande con i suoi cinquemila coloni, abbia deciso di accettare
l’offerta del governo di trasferirsi a Netzarim in cambio di un indennizzo
economico.
Ma contemporaneamente continuano le manifestazioni contro il
disimpegno. Lunedì, sulle principale strade d’Israele, è andata in scena
l’operazione ‘Fermati e Rifletti’. La manifestazione, organizzata dallo Yesha Council, un’associazione di
coloni, chiedeva a tutti i sostenitori della causa dei coloni di parcheggiare
le auto sulle strade principali e di fermarsi a riflettere su quello che sta
accadendo. La manifestazione è riuscita e, stando ai calcoli della polizia, c’era
molta più gente di quei mille coloni irriducibili che secondo Sharon non
rappresentano la maggioranza della popolazione israeliana.
I sondaggi peraltro
sembrano dargli ragione e la maggioranza degli israeliani è favorevole al
disimpegno da Gaza. Ha’aretz, uno dei quotidiani israeliani più importanti, ha
sulla home page del suo sito un timer che tiene il conto alla rovescia dei
giorni che mancano al disimpegno.
La situazione non sarà apocalittica come la
descrive Halevy nel suo libro, ma la società israeliana è molto più divisa di
quanto dica Sharon nei sui discorsi.