Quattro milioni di dollari per gli ostaggi. Lo rivela il Sunday Times
Ieri il quotidiano britannico Sunday
Times pubblicava un articolo della sua inviata in Iraq, Hala
Jaber, che rivela nuovi particolari sul pagamento di
un riscatto mirato a riportare a casa i tre ostaggi italiani
Agliana, Stefio e Cupertino. La donna, di origini libanesi, si
è incontrata vicino a Baghdad con Abu Yussuf, il terrorista che
filmò l'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. E che ha
raccontato le ultime ore della vittima, svelando
informazioni sulla rete internazionale di
combattenti che costituiscono l'ossatura della resistenza
irachena
Il
racconto della Jaber comincia nei pressi della capitale,
Baghdad, dove ha appuntamento con il miliziano
La settimana scorsa, in una piccola casa
spoglia a ovest di Baghdad, un miliziano arabo, istruito, colto e
dotato di una conoscenza alquanto inusuale di tecniche multimediali e
lingue europee, stava impacchettando il suo bottino di guerra in alcune
scatole di cartone, preparandosi al combattimento che la sua cellula di
resistenza avrebbe intrapreso nella capitale irachena.
Aveva tolto alcune
fotografie aeree dai muri, dicendo di averle ottenute saccheggiando un
database militare statunitense in Iraq e da alcuni computer portatili
che erano stati presi da veicoli di americani morti. Dovevano essere
controllati dall’intelligence.
Ha dato un’occhiata con nonchalanche attraverso i
documenti di Fabrizio Quattrocchi, l’ostaggio italiano di 36 anni che
era stato costretto a inginocchiarsi, ammanettato e bendato, di fronte
a una buca, poco prima che gli sparassero a bruciapelo alla
nuca.
Il
miliziano svela: per il corpo di Quattrocchi sono stati pagati
200mila dollari. Ma chi li ha riscossi si è
dileguato
“Vuoi
sapere cosa gli è successo?” chiede il militante sunnita con un sorriso
educato. “L’ho filmato mentre lo uccidevano”.
Il sorriso svanisce, mentre il combattente,
che dice di chiamarsi Abu Yussuf, comincia la sua storia cruenta con
un’altra notizia: quella dell’atto di tradimento di un membro del
gruppo che uccise Quattrocchi.
Secondo Abu Yussuf, il “traditore” si è dileguato
con i 200mila dollari che aveva guadagnato “vendendo” il corpo agli
italiani. “Lo troveremo e ci occuperemo anche di lui”, dice Yussuf.
Il miliziano mi aveva
contattata telefonicamente prima dell’alba. Sapevamo poco di lui,
tranne che faceva parte della cellula che aveva rapito Quattrocchi e
altri tre ostaggi italiani in aprile.
I rischi erano evidenti. Già tre stranieri erano
stati decapitati nelle ultime settimane. Avevo visto il video
dell’esecuzione del primo, il giovane imprenditore americano Nick Berg.
Quelle immagini mi hanno seguito nei miei incubi.
Anche Kim Sun-Il, un traduttore sudcoreano,
era stato filmato mentre implorava per la sua vita prima di essere
ucciso, la settimana scorsa.
Tra questi due omicidi c’era stato quello di
Hussein Olayyan, che lavorava per una compagnia di telecomunicazioni.
Come me, era libanese, arabo e musulmano.
Le mie origini non sono una garanzia per
la mia sicurezza. Solo la mia fiducia in un intermediario secondo il
quale non mi verrà fatto alcun male finché sono sotto la sua
protezione....
Vestita
modestamente, con un foulard sulla testa, sono andata all’incontro.
Sono agitata. Non so se sto per incontrare un seguace di Abu Musab
al-Zarqawi – leader brutale del gruppo legato ad al-Qaeda – oppure se
troverò un membro della resistenza irachena.
E’ stato un sollievo scoprire che Abu Yussuf
fa parte della seconda categoria. Quando l’intermediario ci ha
presentati, ci scambiamo cortesie verbali accompagnate da molte tazze
di tè forte e dolcissimo. Poi, la vera ragione del nostro incontro
diventa chiara.
Abu
Yussuf è disposto a raccontare di come Quattrocchi fosse stato scelto
per l’esecuzione da un gruppo di guardie di sicurezza italiane. Di come
aveva informato la vittima che di lì a breve sarebbe stato uccisa. Di
come si era discusso se la sua esecuzione avrebbe indotto il governo di
Silvio Berlusconi a ritirare le truppe dall’Iraq. E di come il
condannato aveva coraggiosamente chiesto che gli togliessero la benda
in modo da guardare negli occhi il suo assassino.
Ma prima di tutto questo, Abu Yussuf vuole
spiegare perché attacca le truppe della coalizione in Iraq. Ci tiene
inoltre a dimostrare le tecniche sempre più sofisticate utilizzate
dalla resistenza nella corsa al passaggio di poteri a un governo
iracheno.
Yussuf
racconta sè stesso e il suo passato, quando ancora non era un
combattente.
Ventisette anni, laureato e con una conoscenza
perfetta della lingua francese e italiana, è giunto in Iraq da un altro
Paese arabo – si è rifiutato di specificare quale – con l’intenzione di
combattere. E’ arrivato prima della guerra, per andarsene dopo la
caduta di Baghdad, tornando diversi mesi dopo per entrare nella
resistenza.
Fino
all’11 settembre, racconta, era stato un normale studente che beveva
alcool e andava con le donne. Aveva persino fatto qualche soldo
spacciando droga. Si è unito alla jihad dopo aver sentito un’intervista
di Osama bin Laden. Non dice di
essere un membro di al-Qaeda, ma parla di ripulire il Medio
Oriente dagli “infedeli” usando una terminologia e una dialettica che
ricordano la retorica di bin Laden.
I suoi genitori sono contrari ad un suo
coinvolgimento nella jihad ed è venuto in Iraq a loro insaputa. Appena arrivato,
ha scoperto che la maggior parte della
resistenza è formata da cellule di cui fanno parte uno o due
stranieri, provenienti dalla vicina Siria fino al nord
Africa.
La rete del
terrore Ogni
cellula, che può contare dai 20 ai 50 combattenti, fa capo ad un
‘emiro’ o comandante in capo ed è diretta da una ‘shura’, o consiglio
di tre ‘anziani’. Ognuno coordina le sue azioni e non vi è un leader
supremo a dirigerli.
Accovacciato su un divano sul pavimento, Abu
Yussuf spiega con un sorriso di essere considerato un esperto di
computer e di essere fortemente richiesto da diverse cellule. Le foto
aeree delle città irachene, che lui stesso dice di aver ottenuto, sono
girate tra gli insorti – racconta – per identificare posizioni e basi
statunitensi.
Nello
scorso aprile, dopo un attacco americano su Falluja provocato
dall’uccisione di quattro impresari americani, la cellula di Abu Yussuf
si apposta nelle vicinanze, colpendo non solo convogli militari
statunitensi, ma anche civili europei.
Tra le vittime ci sono due tedeschi, Tobias
Ritrath di 25 anni e Thomas Haffenker di 38, uccisi a colpi di arma da
fuoco mentre scortano alcuni diplomatici dalla Giordania.
Le guardie di
sicurezza italiane sono rapite nella stessa area e ad Abu Yussuf viene
chiesto di aiutare ad interrogarle perché parla la loro lingua:
“Dicevano (gli ostaggi) di lavorare per una compagnia di sicurezza
privata, ma dalle carte che abbiamo trovato su di loro e dalle
informazioni che abbiamo raccolto dai loro computer portatili abbiamo
scoperto che non erano semplici guardie di sicurezza”.
Gli ostaggi
italiani Yussuf
racconta di aver avuto conferma sul loro “lavoro e addestramento con
gli israeliani”.
Gli
ostaggi non erano ammanettati e nemmeno bendati. La porta della loro
stanza era aperta. “Fuggire sarebbe stato difficile per loro. L’unica
nostra preoccupazione era l’autista iracheno che avevano portato con
loro”. L’uomo veniva strettamente osservato. Gli ostaggi continuavano a
chiedere se sarebbero stati uccisi o liberati. “Insh’Allah (se Dio
vuole), tornerete a casa dalle vostre famiglie”, ha detto loro Yussuf. Uno di
loro, Salvatore Stefio, avrebbe
risposto: “Non dipende da Dio. Dipende da voi. Se lo vorrete, torneremo
a casa.”
Gli
ostaggi gli chiedono perché sta combattendo e dove
andrà. “Ho risposto che combattevo per la jihad di Dio e che
se avessi potuto decidere sarei andato in Cecenia o in
Palestina”.
Quattrocchi sapeva di essere la vittima
designata Poco dopo
viene ordinato a Yussuf di portare Quattrocchi altrove. Il
combattente capisce che può significare solo una cosa e consiglia di
risparmiarlo: la vittima predestinata ha passato più tempo degli altri
in Iraq e può avere informazioni più utili e dettagliate.
Ma il suo comandante è
inflessibile: sostiene che Quattrocchi ha lavorato in Bosnia e Nigeria,
Paesi dove i musulmani avevano sofferto. “L’ho fatto sedere sul sedile
anteriore vicino all’autista e mi sono appostato dietro di lui,
puntandogli il mio kalashnikov alla schiena”, racconta.
“Gli ho detto che
poteva aprire gli occhi e quando mi ha chiesto se lo stavamo per
uccidere gli ho risposto che stavamo soltanto cambiando il posto dove
avremmo tenuto gli ostaggi”.
Ma Quattrocchi sembra aver intuito diversamente e
continua a chiedere se verrà ucciso. Finché il suo rapitore gli
conferma il peggio.
Abu Yussuf, un giovane snello con un velo di barba
sul viso, assume un tono indifferente, con diversi intercalari coranici
e religiosi, quasi a giustificare con la fede le sue azioni.
“Come ti sei sentito a
consegnare quest’uomo in mano ai suoi esecutori?”, gli chiedo.
“Stava andando
all’inferno a incontrare il peggiore dei destini”, replica lui mandando
a memoria una parte del Corano che ha a che fare con la condanna dei
peccatori.
L’italiano
chiede come verrà annunciata la sua esecuzione. “Gli ho detto che
avremmo chiesto al governo italiano di ritirare le truppe dall’Iraq”,
replica Yussuf.
“Non
penso che accadrà”, risponde Quattrocchi. “Noi (gli ostaggi) non
significhiamo nulla per il nostro governo in un contesto come questo.
Non valiamo così tanto da indurli a ritirare le truppe.”
Abu Yussuf ammette che
una morte non sarebbe bastata. Ma è convinto che già due o tre
esecuzioni avrebbero messo in ginocchio
Berlusconi. Racconta che Quattrocchi è molto
spaventato, quando esce dalla macchina. “Lo abbiamo bendato e gli
abbiamo legato le mani - continua - poi lo
abbiamo condotto a breve distanza da una buca che era stata scavata
apposta”.
Quattrocchi
chiede ripetutamente che gli venga tolta la benda: “Tu che parli
italiano, per favore esaudisci il mio ultimo desiderio – grida a Yussuf
– . Levami le bende e fammi morire da italiano.”
Abu Yussuf traduce la sua richiesta ai
compagni, che rifiutano. Attimi dopo, uno dei tre combattenti uccide
Quattrocchi con un singolo colpo gridando “Allah u akbar” (Dio è
grande). Yussuf filma tutto con la telecamera.
Yussuf si inginocchia davanti a me per
riprodurre la scena, mostrando come Quattrocchi avesse tentato di
togliersi le bende con le mani legate appena prima di morire. “Lo
abbiamo girato e gli hanno tolto le bende. Ho inquadrato il
foro di entrata e quello di uscita del proiettile”.
Gli chiedo come avesse
fatto a guardare un uomo indifeso venire ucciso in quel modo. “Per me
era la prima volta”, risponde. “Ma poi ho cominciato anch’io a dire
‘Allah u akbar’ e mi sono ricordato della mia missione”.
Abu Yussuf sorride
mentre lo racconta: “E’ stato ucciso con la sua pistola, ma con un
proiettile iracheno”.
Il corpo viene gettato nella buca e il video
mandato all’emittente di al-Jazeera. Non è mai stato messo in
onda.
Poi la sua
versione dei fatti: per gli altri italiani fu pagato
un riscatto di 4 milioni di
dollari Gli altri ostaggi
italiani – Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana – non
sapevano della morte dell’amico e Abu Yussuf non li incontra che una
settimana dopo, quando vengono trasferiti a Baghdad in un
camion-frigorifero.
Il giorno in cui sono stati consegnati ad un altro
gruppo presso la moschea, per ognuno di loro era stata fissata una
precisa data di esecuzione. Poi, tutti e tre sono tornati a Roma il 10
di giugno nonostante le diverse teorie riguardo al loro rilascio. Il
corpo di Quattrocchi è stato consegnato alla Croce Rossa Italiana a
Baghdad.
Berlusconi ha
in qualche modo risolto la negoziazione e un video americano mostra
alcuni soldati che saltano giù da un elicottero per salvare gli
ostaggi.
Yussuf
racconta che i rapitori sono stati pagati 4 milioni di dollari per non
ucciderli.
Il
miliziano rivela: nuovi attacchi per il cambio di governo di fine
giugno ...riguardo
al futuro, Abu Yussuf sa di dover andare altrove. I comandanti della
resistenza hanno ordinato a molti combattenti di lasciare il triangolo
sunnita - focolaio della resistenza a ovest di Baghdad – nella capitale
durante il cambio di governo.
Yussuf mi mostra un marchingegno che ha rubato
agli italiani. Grazie ad esso si possono calcolare con precisione
distanze e angolature per lanciare i missili. Su un computer portatile
appare la faccia di alcuni soldati americani, abbracciati l’un l’altro
nella sala da pranzo di uno dei palazzi di Saddam Hussein.
Il soldato a cui
apparteneva questo computer e la cui faccia appariva nella maggior
parte delle foto è morto. Yussuf aggiunge che ci saranno ancora più
attacchi, dopo il passaggio di poteri.
Su un altro schermo si vedono le foto aeree
dell’aeroporto internazionale di Baghdad e il miliziano parla di un
piano per abbattere aerei laggiù.
Faccio una battuta nervosa, chiedendo se
può assicurarmi che non ci sarà alcun attacco, il giorno del mio volo
per uscire dal Paese.
“Non te lo posso promettere - risponde serio - .
La decisione non spetta a me e non posso chiedere ai miei compagni di
non attaccare se sono pronti a farlo. In ogni caso, la vita è in mano
ad Allah. E’ in lui che devi credere”.