28/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Quattro milioni di dollari per gli ostaggi. Lo rivela il Sunday Times
DollariIeri il quotidiano britannico Sunday Times pubblicava un articolo della sua inviata in Iraq, Hala Jaber, che rivela nuovi particolari sul pagamento di un riscatto mirato a riportare a casa i tre ostaggi italiani Agliana, Stefio e Cupertino. La donna, di origini libanesi, si è incontrata vicino a Baghdad con Abu Yussuf, il terrorista che filmò l'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi. E che ha raccontato le ultime ore della vittima, svelando informazioni sulla rete internazionale di combattenti che costituiscono l'ossatura della resistenza irachena
 
Il racconto della Jaber comincia nei pressi della capitale, Baghdad, dove ha appuntamento con il miliziano
 
La settimana scorsa, in una piccola casa spoglia a ovest di Baghdad, un miliziano arabo, istruito, colto e dotato di una conoscenza alquanto inusuale di tecniche multimediali e lingue europee, stava impacchettando il suo bottino di guerra in alcune scatole di cartone, preparandosi al combattimento che la sua cellula di resistenza avrebbe intrapreso nella capitale irachena.
 
Aveva tolto alcune fotografie aeree dai muri, dicendo di averle ottenute saccheggiando un database militare statunitense in Iraq e da alcuni computer portatili che erano stati presi da veicoli di americani morti. Dovevano essere controllati dall’intelligence.
 
Ha dato un’occhiata con nonchalanche attraverso i documenti di Fabrizio Quattrocchi, l’ostaggio italiano di 36 anni che era stato costretto a inginocchiarsi, ammanettato e bendato, di fronte a una buca, poco prima che gli sparassero a bruciapelo alla nuca.
 
Il miliziano svela: per il corpo di Quattrocchi sono stati pagati 200mila dollari. Ma chi li ha riscossi si è dileguato
 
“Vuoi sapere cosa gli è successo?” chiede il militante sunnita con un sorriso educato. “L’ho filmato mentre lo uccidevano”.
 
Il sorriso svanisce, mentre il combattente, che dice di chiamarsi Abu Yussuf, comincia la sua storia cruenta con un’altra notizia: quella dell’atto di tradimento di un membro del gruppo che uccise Quattrocchi.
 
Secondo Abu Yussuf, il “traditore” si è dileguato con i 200mila dollari che aveva guadagnato “vendendo” il corpo agli italiani. “Lo troveremo e ci occuperemo anche di lui”, dice Yussuf.
 
Il miliziano mi aveva contattata telefonicamente prima dell’alba. Sapevamo poco di lui, tranne che faceva parte della cellula che aveva rapito Quattrocchi e altri tre ostaggi italiani in aprile.
 
I rischi erano evidenti. Già tre stranieri erano stati decapitati nelle ultime settimane. Avevo visto il video dell’esecuzione del primo, il giovane imprenditore americano Nick Berg. Quelle immagini mi hanno seguito nei miei incubi.
 
Anche Kim Sun-Il, un traduttore sudcoreano, era stato filmato mentre implorava per la sua vita prima di essere ucciso, la settimana scorsa.
 
Tra questi due omicidi c’era stato quello di Hussein Olayyan, che lavorava per una compagnia di telecomunicazioni. Come me, era libanese, arabo e musulmano.
 
Le mie origini non sono una garanzia per la mia sicurezza. Solo la mia fiducia in un intermediario secondo il quale non mi verrà fatto alcun male finché sono sotto la sua protezione....
 
Vestita modestamente, con un foulard sulla testa, sono andata all’incontro. Sono agitata. Non so se sto per incontrare un seguace di Abu Musab al-Zarqawi – leader brutale del gruppo legato ad al-Qaeda – oppure se troverò un membro della resistenza irachena.
 
E’ stato un sollievo scoprire che Abu Yussuf fa parte della seconda categoria. Quando l’intermediario ci ha presentati, ci scambiamo cortesie verbali accompagnate da molte tazze di tè forte e dolcissimo. Poi, la vera ragione del nostro incontro diventa chiara.
 
Abu Yussuf è disposto a raccontare di come Quattrocchi fosse stato scelto per l’esecuzione da un gruppo di guardie di sicurezza italiane. Di come aveva informato la vittima che di lì a breve sarebbe stato uccisa. Di come si era discusso se la sua esecuzione avrebbe indotto il governo di Silvio Berlusconi a ritirare le truppe dall’Iraq. E di come il condannato aveva coraggiosamente chiesto che gli togliessero la benda in modo da guardare negli occhi il suo assassino.
 
Ma prima di tutto questo, Abu Yussuf vuole spiegare perché attacca le truppe della coalizione in Iraq. Ci tiene inoltre a dimostrare le tecniche sempre più sofisticate utilizzate dalla resistenza nella corsa al passaggio di poteri a un governo iracheno.
 
Yussuf racconta sè stesso e il suo passato, quando ancora non era un combattente.
 
Ventisette anni, laureato e con una conoscenza perfetta della lingua francese e italiana, è giunto in Iraq da un altro Paese arabo – si è rifiutato di specificare quale – con l’intenzione di combattere. E’ arrivato prima della guerra, per andarsene dopo la caduta di Baghdad, tornando diversi mesi dopo per entrare nella resistenza.
 
Fino all’11 settembre, racconta, era stato un normale studente che beveva alcool e andava con le donne. Aveva persino fatto qualche soldo spacciando droga. Si è unito alla jihad dopo aver sentito un’intervista di Osama bin Laden. Non dice di essere un membro di al-Qaeda, ma parla di ripulire il Medio Oriente dagli “infedeli” usando una terminologia e una dialettica che ricordano la retorica di bin Laden.
 
I suoi genitori sono contrari ad un suo coinvolgimento nella jihad ed è venuto in Iraq a loro insaputa. Appena arrivato, ha scoperto che la maggior parte della resistenza è formata da cellule di cui fanno parte uno o due stranieri, provenienti dalla vicina Siria fino al nord Africa.
 
La rete del terrore Ogni cellula, che può contare dai 20 ai 50 combattenti, fa capo ad un ‘emiro’ o comandante in capo ed è diretta da una ‘shura’, o consiglio di tre ‘anziani’. Ognuno coordina le sue azioni e non vi è un leader supremo a dirigerli.
 
Accovacciato su un divano sul pavimento, Abu Yussuf spiega con un sorriso di essere considerato un esperto di computer e di essere fortemente richiesto da diverse cellule. Le foto aeree delle città irachene, che lui stesso dice di aver ottenuto, sono girate tra gli insorti – racconta – per identificare posizioni e basi statunitensi.
 
Nello scorso aprile, dopo un attacco americano su Falluja provocato dall’uccisione di quattro impresari americani, la cellula di Abu Yussuf si apposta nelle vicinanze, colpendo non solo convogli militari statunitensi, ma anche civili europei.
 
Tra le vittime ci sono due tedeschi, Tobias Ritrath di 25 anni e Thomas Haffenker di 38, uccisi a colpi di arma da fuoco mentre scortano alcuni diplomatici dalla Giordania.
 
Le guardie di sicurezza italiane sono rapite nella stessa area e ad Abu Yussuf viene chiesto di aiutare ad interrogarle perché parla la loro lingua: “Dicevano (gli ostaggi) di lavorare per una compagnia di sicurezza privata, ma dalle carte che abbiamo trovato su di loro e dalle informazioni che abbiamo raccolto dai loro computer portatili abbiamo scoperto che non erano semplici guardie di sicurezza”.
 
Gli ostaggi italiani Yussuf racconta di aver avuto conferma sul loro “lavoro e addestramento con gli israeliani”.
 
Gli ostaggi non erano ammanettati e nemmeno bendati. La porta della loro stanza era aperta. “Fuggire sarebbe stato difficile per loro. L’unica nostra preoccupazione era l’autista iracheno che avevano portato con loro”. L’uomo veniva strettamente osservato. Gli ostaggi continuavano a chiedere se sarebbero stati uccisi o liberati. “Insh’Allah (se Dio vuole), tornerete a casa dalle vostre famiglie”, ha detto loro Yussuf. Uno di loro, Salvatore Stefio, avrebbe risposto: “Non dipende da Dio. Dipende da voi. Se lo vorrete, torneremo a casa.”
 
Gli ostaggi gli chiedono perché sta combattendo e dove andrà. “Ho risposto che combattevo per la jihad di Dio e che se avessi potuto decidere sarei andato in Cecenia o in Palestina”.
 
Quattrocchi sapeva di essere la vittima designata Poco dopo viene ordinato a Yussuf di portare Quattrocchi altrove. Il combattente capisce che può significare solo una cosa e consiglia di risparmiarlo: la vittima predestinata ha passato più tempo degli altri in Iraq e può avere informazioni più utili e dettagliate.
 
Ma il suo comandante è inflessibile: sostiene che Quattrocchi ha lavorato in Bosnia e Nigeria, Paesi dove i musulmani avevano sofferto. “L’ho fatto sedere sul sedile anteriore vicino all’autista e mi sono appostato dietro di lui, puntandogli il mio kalashnikov alla schiena”, racconta.
 
“Gli ho detto che poteva aprire gli occhi e quando mi ha chiesto se lo stavamo per uccidere gli ho risposto che stavamo soltanto cambiando il posto dove avremmo tenuto gli ostaggi”.
 
Ma Quattrocchi sembra aver intuito diversamente e continua a chiedere se verrà ucciso. Finché il suo rapitore gli conferma il peggio.
 
Abu Yussuf, un giovane snello con un velo di barba sul viso, assume un tono indifferente, con diversi intercalari coranici e religiosi, quasi a giustificare con la fede le sue azioni.
 
“Come ti sei sentito a consegnare quest’uomo in mano ai suoi esecutori?”, gli chiedo.
 
“Stava andando all’inferno a incontrare il peggiore dei destini”, replica lui mandando a memoria una parte del Corano che ha a che fare con la condanna dei peccatori.
 
L’italiano chiede come verrà annunciata la sua esecuzione. “Gli ho detto che avremmo chiesto al governo italiano di ritirare le truppe dall’Iraq”, replica Yussuf.
 
“Non penso che accadrà”, risponde Quattrocchi. “Noi (gli ostaggi) non significhiamo nulla per il nostro governo in un contesto come questo. Non valiamo così tanto da indurli a ritirare le truppe.”
 
Abu Yussuf ammette che una morte non sarebbe bastata. Ma è convinto che già due o tre esecuzioni avrebbero messo in ginocchio Berlusconi. Racconta che Quattrocchi è molto spaventato, quando esce dalla macchina. “Lo abbiamo bendato e gli abbiamo legato le mani - continua - poi lo abbiamo condotto a breve distanza da una buca che era stata scavata apposta”.
 
Quattrocchi chiede ripetutamente che gli venga tolta la benda: “Tu che parli italiano, per favore esaudisci il mio ultimo desiderio – grida a Yussuf – . Levami le bende e fammi morire da italiano.”
 
Abu Yussuf traduce la sua richiesta ai compagni, che rifiutano. Attimi dopo, uno dei tre combattenti uccide Quattrocchi con un singolo colpo gridando “Allah u akbar” (Dio è grande). Yussuf filma tutto con la telecamera.
 
Yussuf si inginocchia davanti a me per riprodurre la scena, mostrando come Quattrocchi avesse tentato di togliersi le bende con le mani legate appena prima di morire. “Lo abbiamo girato e gli hanno tolto le bende. Ho inquadrato il foro di entrata e quello di uscita del proiettile”.
 
Gli chiedo come avesse fatto a guardare un uomo indifeso venire ucciso in quel modo. “Per me era la prima volta”, risponde. “Ma poi ho cominciato anch’io a dire ‘Allah u akbar’ e mi sono ricordato della mia missione”.
 
Abu Yussuf sorride mentre lo racconta: “E’ stato ucciso con la sua pistola, ma con un proiettile iracheno”.
 
Il corpo viene gettato nella buca e il video mandato all’emittente di al-Jazeera. Non è mai stato messo in onda.
 
Poi la sua versione dei fatti: per gli altri italiani fu pagato un riscatto di 4 milioni di dollari Gli altri ostaggi italiani – Salvatore Stefio, Umberto Cupertino e Maurizio Agliana – non sapevano della morte dell’amico e Abu Yussuf non li incontra che una settimana dopo, quando vengono trasferiti a Baghdad in un camion-frigorifero.
 
Il giorno in cui sono stati consegnati ad un altro gruppo presso la moschea, per ognuno di loro era stata fissata una precisa data di esecuzione. Poi, tutti e tre sono tornati a Roma il 10 di giugno nonostante le diverse teorie riguardo al loro rilascio. Il corpo di Quattrocchi è stato consegnato alla Croce Rossa Italiana a Baghdad.
 
Berlusconi ha in qualche modo risolto la negoziazione e un video americano mostra alcuni soldati che saltano giù da un elicottero per salvare gli ostaggi.
 
Yussuf racconta che i rapitori sono stati pagati 4 milioni di dollari per non ucciderli.
 
Il miliziano rivela: nuovi attacchi per il cambio di governo di fine giugno ...riguardo al futuro, Abu Yussuf sa di dover andare altrove. I comandanti della resistenza hanno ordinato a molti combattenti di lasciare il triangolo sunnita - focolaio della resistenza a ovest di Baghdad – nella capitale durante il cambio di governo.
 
Yussuf mi mostra un marchingegno che ha rubato agli italiani. Grazie ad esso si possono calcolare con precisione distanze e angolature per lanciare i missili. Su un computer portatile appare la faccia di alcuni soldati americani, abbracciati l’un l’altro nella sala da pranzo di uno dei palazzi di Saddam Hussein.
 
Il soldato a cui apparteneva questo computer e la cui faccia appariva nella maggior parte delle foto è morto. Yussuf aggiunge che ci saranno ancora più attacchi, dopo il passaggio di poteri.
 
Su un altro schermo si vedono le foto aeree dell’aeroporto internazionale di Baghdad e il miliziano parla di un piano per abbattere aerei laggiù.
 
Faccio una battuta nervosa, chiedendo se può assicurarmi che non ci sarà alcun attacco, il giorno del mio volo per uscire dal Paese.
 
“Non te lo posso promettere - risponde serio - . La decisione non spetta a me e non posso chiedere ai miei compagni di non attaccare se sono pronti a farlo. In ogni caso, la vita è in mano ad Allah. E’ in lui che devi credere”.
 
Pablo Trincia
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq