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Nuove ombre emergono sull'attività della Shell nel Delta del Niger, riguardanti non tanto i danni ambientali provocati dal gas flaring e dalle fuoriuscite di petrolio dalle sue pipelines quanto il suo ruolo nelle violenze interetniche e nelle pesanti violazioni dei diritti umani. La storia, in due capitoli, la racconta il Guardian, che sul suo sito ha pubblicato due articoli dedicati ai nuovi pesanti sospetti che vanno addensandosi sul colosso petrolifero. Secondo quanto rivelato dal quotidiano britannico, ci sarebbero documenti in grado di provare il rapporto controverso tra il vertice della corporation e gli apparati di sicurezza nigeriani. Si tratta di fax, testimonianze, ricevute, memo raccolti per un processo svoltosi davanti al tribunale di New York nel 2009, anno nel quale la compagnia accettò di pagare un indennizzo di 15 milioni di dollari; carte che non sono mai state portate allo scoperto ma che documentano il ruolo della Shell nella repressione delle proteste pacifiche degli Ogoni, la popolazione che da anni denuncia la devastazione dell'ecosistema del Delta ad opera delle multinazionali del petrolio. Ma c'è di più: c'è l'ombra della corporation anche dietro una serie di raid organizzati contro villaggi Ogoni.
Durante tutti gli anni Novanta le intimidazioni e le violenze subite da questa tribù sono state spavantose. Organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International hanno più volte denunciato "la tragedia dei diritti umani" nell'area. La Shell ha fatto pressioni perché Ken-Saro Wiwa, l'intellettuale che aveva dato voce agli Ogoni, e altri leader venissero condannati a morte e collaborò con esercito e reparti antisommossa per neutralizzare le manifestazioni e gli attivisti più scomodi. La compagnia ha sempre respinto queste accuse ma ha ammesso di aver pagato, in un paio di occasioni, i militari. Tanto le milizie private quanto le forze governative schierate a protezione degli impianti sono state protagoniste di omicidi sommari, atti di violenza gratuita e gravi violazioni dei diritti umani.
Ma, come emerge da un rapporto pubblicato da un'altra ong, Platform, la Shell contribuì al dilagare della violenza anche in un altro modo: armando e finanziando una serie di milizie che, nate per infliggere danni alle compagnie petrolifere che operano nell'area, ma che in realtà cominciarono a combattersi, contendendosi i ricchi contratti e i lauti finanziamenti che sulla carta servivano per progetti di riqualificazione. L'accusa di Platform, ripresa dal Guardian, è che il management locale della Shell negoziasse direttamente con delle gang armate, ai cui capi garantiva ruoli fittizi ma retribuiti come quello di rappresentante della comunità locale presso la Shell, o anche commissioni e appaltasse le riparazioni dei propri impianti. I fatti più inquietanti sono avvenuti nel villaggio di Rumuekpe, situato in una posizione strategica nello stato di Rivers, per la quale passa una delle principali pipeline della Shell, che da sola pompa il 10 per cento del petrolio estratto quotidianamente in Nigeria dalla company. Ad affrontarsi, due gruppi, uno facente capo a Friday Edu e l'altro ad un tale Sk Agala, un altro gang leader. La compagnia petrolifera firmava contratti per centinaia di migliaia di dollari con chiunque controllasse i territori di transito e quelli di estrazione del petrolio, accordendo la propria preferenza ora ad una banda ora all'altra. Le due gang intanto si combattevano per essere l'unico interlocutore della Shell. Tra il 2005 e il 2008 sono state uccise centinaia di persone, compresi donne e bambini. "La crisi di Rumuekpe era assolutamente evitabile", scrivono gli analisti di Platform. E i vertici nigeiani della Shell ne erano consapevoli. Un top manager lo ha confermato con candore: "Una delle cose buone della crisi è che loro (i guerriglieri) non hanno interrotto la nostra produzione nemmeno per un giorno".