Quando abbiamo incontrato i nostri contatti a Baghdad abbiamo
anche ragionato circa il percorso che i tre italiani avrebbero
preso una volta una volta che fossero stati liberati gli
ostaggi. Avevamo ben chiaro che la fase del rilascio è quella
più pericolosa perché si deve evitare qualsiasi imprevisto che metta a
repentaglio la vita degli ostaggi e nello stesso tempo, si devono
creare le condizioni di sicurezza richieste dai sequestratori. Una delle condizioni, poi , che avremmo dovuto rispettare,
era quella di non portare i ragazzi né all’Ambasciata né alla Croce
Rossa Italiana, né, tantomeno, alla Cpa. A Baghdad avevamo la
sensazione di essere osservati, avvertivamo segnali che il nostro
tentativo di ottenere la liberazione degli ostaggi non facesse piacere
a settori delle istituzioni italiane, e che prima o poi qualcuno
tentasse di far fallire la nostra “missione impossibile”.
Abbiamo ragionato e convenuto con i nostri
interlocutori iracheni che andasse premiato anche il tentativo della
Chiesa, del Vaticano, dei cattolici caldei di ottenere la liberazione
degli ostaggi. E non solo perché il Santo Padre
si era pronunciato contro l'invasione dell'Iraq, ma anche
perché, nelle settimane del sequestro aveva pubblicamente
invocato la liberazione dei nostri connazionali. Prima di lasciare
Baghdad, dunque, decidemmo che una volta liberati gli ostaggi,
il nostro punto di riferimento in Iraq li portasse da un importante
rappresentante della Chiesa irachena.
Secondo nostre fonti, proprio sabato 5 giugno, il gruppo dei
sequestratori aveva deciso il rilascio degli italiani e si aspettava un
ulteriore messaggio dal Santo Padre che il giorno prima, in Vaticano,
aveva ricevuto il presidente americano Bush. E infatti la
domenica, da Berna, il Santo Padre durante una celebrazione invocò “la
misericordia del Signore per ogni genere di oppressi”. In
particolare, implorò la misericordia “soprattutto per coloro che
patiscono l'umiliazione del carcere e l'oppressione della tortura”.
Ancora domenica, come un lancio di agenzia
(Adnkronos, 8 giugno) conferma, l'imam sunnita Ahmad El Shammari
(parente del nuovo presidente iracheno) contattò il vescovo caldeo
Shlimon Warduni chiedendogli di contattare il Nunzio
apostolico a Baghad, l'arcivescovo Fernando Filoni, per comunicare che
gli ostaggi sarebbero stati rilasciati e consegnati alla Chiesa.
In
una intervista a La Stampa, dell’8
maggio scorso, il Nunzio di Baghdad ricorda che nell'ultimo messaggio
video, registrato il 31 maggio e mandato in onda da Al Jazeera il 2
giugno, “Salvatore Stefio ha rassicurato sulle proprie condizioni di
salute e su quelle degli altri due. Rassicurazioni indirizzate, oltre
che ai propri familiari, al Pontefice e alla Chiesa Cattolica. Ciò ha
richiamato immediatamente alla memoria l'appello in nome dell'unico
Dio, che tutti ci giudicherà,
fatto da Giovanni Paolo II al termine della manifestazione del 29
aprile, quella convocata dai familiari dei tre italiani prigionieri.
Sembra essere stata tenuta presente,
quindi, l'esortazione che è stata formulata dal Papa affinché gli
ostaggi fossero trattati con umanità”. In quella stessa
intervista, rilasciata proprio il giorno dell’annuncio del bliz che ha
liberato gli ostaggi, l'arcivescovo Fernando Filoni abbia detto: “La
voce del Pontefice non è stata solo instancabile nel chiedere pace ma,
in un certo qual modo, ha determinato una svolta nella vicenda degli
ostaggi”.