Sono passati
circa due mesi da quando, con una intervista di PeaceReporter a Abdul Jabbar
al-Kubaysi, si erano aperti dei canali diplomatici tra Emergency,
PeaceReporter e la guerriglia irachena che teneva prigionieri i tre
italiani. Ci avevano fatto sapere che il gruppo che gestiva gli ostaggi
aveva deciso di liberarli. Ma non al governo italiano, o a istituzioni
ad esso legate, come la Croce Rossa Italiana. Li avrebbero consegnati
ad una rappresentanza del “popolo della pace”.
Il 28 di aprile è una giornata frenetica: oltre alle
telefonate tra la redazione di PR e Jabbar al-Kubaysi, si decide di
mandare un segnale, e per tutto il pomeriggio si cerca di produrre, con
la necessaria riservatezza, un videomessaggio che racconti alla
guerriglia irachena la paradossale situazione italiana. La maggioranza di
cittadini è del tutto contraria alla guerra e all’occupazione irachena,
ma il governo, violando costituzione e buonsenso, preferisce mantenere
stretti i rapporti con l’amministrazione Usa. “Con il ritiro degli
spagnoli – arriva a dire il Presidente del Consiglio – siamo diventati
i migliori alleati degli Usa”, frase che certamente non aiuta la
possibile trattativa tra governo, servizi segreti e guerriglia
irachena.
Il 29 di aprile, il video prodotto durante la notte precedente (poi in molti
se ne assumeranno la
paternità) viene inviato alle televisioni arabe e da loro diffuso
durante i telegiornali che danno notizia anche della manifestazione organizzata
dai parenti dei
prigionieri a Roma. E’ la prima volta che piazza San Pietro viene
aperta a una manifestazione. Anche dal Vaticano arrivano appelli per la
liberazione dei tre italiani. E continuano le prese di posizione del
Santo Padre contro l’occupazione dell’Iraq.
Il 30 di aprile, da Milano parte un pezzo della delegazione
italiana, raggiunta il giorno successivo ad Amman da Gino Strada. Ad Amman si
intensificano i contatti con i possibili
mediatori, e si concretizza quella che prima era solo una vaga
possibilità: riuscire a ottenere un contatto diretto con chi ha in mano
Cupertino, Agliana e Stefio. Ma ad Amman ci si rende conto che la situazione è
davvero difficile. Dalla redazione di Milano ci raccontano delle
improvvise difficoltà a telefonare: invece dei proprietari dei
cellulari italiani che si cerca di chiamare, rispondono direttamente
gli Stati Uniti d’America. Diventa sempre più evidente che
alla missione impossibile della nostra delegazione si interessano, e da
vicino, anche i servizi italiani.
La
riservatezza viene infatti rotta da una telefonata che riceviamo la
sera del 4 maggio. È un giornalista italiano, chiama da Roma, ma sa
perfettamente dove siamo, chi siamo e cosa siamo a fare ad Amman, e
nonostante le nostre preghiere di tenere il tutto riservato,
decide di pubblicare la notizia il giorno successivo. A Baghdad,
ovviamente i contatti si intensificano, anche grazie all’aiuto del
fratello di Jabbar, medico che lavora tra Baghdad e Falluja, molto conosciuto
nella zona e
rispettato dalle autorità locali come dalla popolazione. Attraverso la sua mediazione,
riusciamo ad avvicinarci sempre
di più all’ultimo anello della nostra catena. È lui a rassicurarci
sulla salute e sulla sorte degli italiani.
La questione, com’era prevedibile, è molto intricata. Ci
sono diversi livelli di gestione degli ostaggi, dal militare al
politico. Il gruppo che ha sequestrato gli ostaggi, lo stesso che aveva
sequestrato e poi rilasciato (dietro il pagamento di un riscatto) un
gruppo di giapponesi, aveva deciso di uccidere gli italiani. E si erano
dunque mostrati loro a viso scoperto. Solo dopo è intervenuto un
livello superiore, politico, che ha cercato di prendere in mano la
vicenda. Ed è a questo livello che i nostri interlocutori appartengono.
A complicare ulteriormente la situazione,
c’è anche un personaggio, ci dicono, tale Salih Mutlak, che va e viene
dall’Italia all’Iraq per trattare una liberazione dietro pagamento di
riscatto. Ed è lui lo stesso che avrebbe fatto da tramite anche nella
vicenda degli ostaggi giapponesi.
Passano le
ore, i giorni, sembra che la vicenda stia per concludersi, e nel
migliore dei modi. Prevale forse la gestione “politica”.
Poi,
di nuovo, la richiesta di altro tempo da parte del nostro contatto. Non
ci spiega il perché del rinvio, ma guardandoci attorno nella capitale
irachena, e guardando le immagini delle torture ai prigionieri di Abu
Grahib che scorrono sulla televisione dell’albergo non si fatica a
capire perché la richiesta di un semplice gesto umanitario stenti ad
essere accettata, almeno finchè la situazione non migliora un poco. Decidiamo
di spostarci. Baghdad non è una città sicura, e
soprattutto noi diamo troppo nell’occhio. Per quanto l’albergo sia
defilato, le voci in città girano, e la nostra presenza lì, con un
sempre più probabile seguito di giornalisti e osservatori vari
complicherebbe solo la situazione.
Ci spostiamo nel nord del paese, là dove la
presenza di Emergency e di Gino Strada è più normale. Dopo
qualche giorno, una nuova telefonata ci conferma che i tempi si
allungano, ma ci conferma anche il buono stato di salute dei tre
prigionieri e l’intenzione di risolvere in modo positivo la vicenda.
Torniamo
in Italia, certi di aver fatto comunque un buon lavoro e di
lasciare nelle ottime mani del personale iracheno di Emergency la
possibilità di far tornare in Italia i tre ostaggi. E
infatti, domenica 23 maggio ci telefonano da Emergency-Iraq.
L’intermediario ha dato appuntamento per il giorno successivo. “Ci
vediamo, e andiamo insieme in un posto che non ti posso dire al
telefono”. Proseguono le discussioni, tra gli uomini di
Emergency in Iraq e i mediatori. E a noi vengono riportati gli echi di
una discussione interna ai gruppi sulla scelta da fare. Fare un gesto
politico o privilegiare la trattativa con il governo italiano e i suoi
intermediari?