09/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio sono stati liberati
LiberiSono passati circa due mesi da quando, con una  intervista di PeaceReporter a Abdul Jabbar al-Kubaysi, si erano aperti dei canali diplomatici tra Emergency, PeaceReporter e la guerriglia irachena che teneva prigionieri i tre italiani. Ci avevano fatto sapere che il gruppo che gestiva gli ostaggi aveva deciso di liberarli. Ma non al governo italiano, o a istituzioni ad esso legate, come la Croce Rossa Italiana. Li avrebbero consegnati ad una rappresentanza del “popolo della pace”.
 
Il 28 di aprile è una giornata frenetica: oltre alle telefonate tra la redazione di PR e Jabbar al-Kubaysi, si decide di mandare un segnale, e per tutto il pomeriggio si cerca di produrre, con la necessaria riservatezza, un videomessaggio che racconti alla guerriglia irachena la paradossale situazione italiana. La maggioranza di cittadini è del tutto contraria alla guerra e all’occupazione irachena, ma il governo, violando costituzione e buonsenso, preferisce mantenere stretti i rapporti con l’amministrazione Usa. “Con il ritiro degli spagnoli – arriva a dire il Presidente del Consiglio – siamo diventati i migliori alleati degli Usa”, frase che certamente non aiuta la possibile trattativa tra governo, servizi segreti e guerriglia irachena.
 
Il 29 di aprile, il video prodotto durante la notte precedente (poi in molti se ne assumeranno la paternità) viene inviato alle televisioni arabe e da loro diffuso durante i telegiornali che danno notizia anche della manifestazione organizzata dai parenti dei prigionieri a Roma. E’ la prima volta che piazza San Pietro viene aperta a una manifestazione. Anche dal Vaticano arrivano appelli per la liberazione dei tre italiani. E continuano le prese di posizione del Santo Padre contro l’occupazione dell’Iraq.
 
Il 30 di aprile, da Milano parte un pezzo della delegazione italiana, raggiunta il giorno successivo ad Amman da Gino Strada. Ad Amman si intensificano i contatti con i possibili mediatori, e si concretizza quella che prima era solo una vaga possibilità: riuscire a ottenere un contatto diretto con chi ha in mano Cupertino, Agliana e Stefio. Ma ad Amman ci si rende conto che la situazione è davvero difficile. Dalla redazione di Milano ci raccontano delle improvvise difficoltà a telefonare: invece dei proprietari dei cellulari italiani che si cerca di chiamare, rispondono direttamente gli Stati Uniti d’America. Diventa sempre più evidente che alla missione impossibile della nostra delegazione si interessano, e da vicino, anche i servizi italiani.
 
La riservatezza viene infatti rotta da una telefonata che riceviamo la sera del 4 maggio. È un giornalista italiano, chiama da Roma, ma sa perfettamente dove siamo, chi siamo e cosa siamo a fare ad Amman, e nonostante le nostre preghiere di tenere il tutto riservato, decide di pubblicare la notizia il giorno successivo. A Baghdad, ovviamente i contatti si intensificano, anche grazie all’aiuto del fratello di Jabbar, medico che lavora tra Baghdad e Falluja, molto conosciuto nella zona e rispettato dalle autorità locali come dalla popolazione. Attraverso la sua mediazione, riusciamo ad avvicinarci sempre di più all’ultimo anello della nostra catena. È lui a rassicurarci sulla salute e sulla sorte degli italiani.
 
La questione, com’era prevedibile, è molto intricata. Ci sono diversi livelli di gestione degli ostaggi, dal militare al politico. Il gruppo che ha sequestrato gli ostaggi, lo stesso che aveva sequestrato e poi rilasciato (dietro il pagamento di un riscatto) un gruppo di giapponesi, aveva deciso di uccidere gli italiani. E si erano dunque mostrati loro a viso scoperto. Solo dopo è intervenuto un livello superiore, politico, che ha cercato di prendere in mano la vicenda. Ed è a questo livello che i nostri interlocutori appartengono.
 
A complicare ulteriormente la situazione, c’è anche un personaggio, ci dicono, tale Salih Mutlak, che va e viene dall’Italia all’Iraq per trattare una liberazione dietro pagamento di riscatto. Ed è lui lo stesso che avrebbe fatto da tramite anche nella vicenda degli ostaggi giapponesi.
 
Passano le ore, i giorni, sembra che la vicenda stia per concludersi, e nel migliore dei modi. Prevale forse la gestione “politica”.
 
Poi, di nuovo, la richiesta di altro tempo da parte del nostro contatto. Non ci spiega il perché del rinvio, ma guardandoci attorno nella capitale irachena, e guardando le immagini delle torture ai prigionieri di Abu Grahib che scorrono sulla televisione dell’albergo non si fatica a capire perché la richiesta di un semplice gesto umanitario stenti ad essere accettata, almeno finchè la situazione non migliora un poco. Decidiamo di spostarci. Baghdad non è una città sicura, e soprattutto noi diamo troppo nell’occhio. Per quanto l’albergo sia defilato, le voci in città girano, e la nostra presenza lì, con un sempre più probabile seguito di giornalisti e osservatori vari complicherebbe solo la situazione.
 
Ci spostiamo nel nord del paese, là dove la presenza di Emergency e di Gino Strada è più normale. Dopo qualche giorno, una nuova telefonata ci conferma che i tempi si allungano, ma ci conferma anche il buono stato di salute dei tre prigionieri e l’intenzione di risolvere in modo positivo la vicenda.
 
Torniamo in Italia, certi di aver fatto comunque un buon lavoro e di lasciare nelle ottime mani del personale iracheno di Emergency la possibilità di far tornare in Italia i tre ostaggi. E infatti, domenica 23 maggio ci telefonano da Emergency-Iraq. L’intermediario ha dato appuntamento per il giorno successivo. “Ci vediamo, e andiamo insieme in un posto che non ti posso dire al telefono”. Proseguono le discussioni, tra gli uomini di Emergency in Iraq e i mediatori. E a noi vengono riportati gli echi di una discussione interna ai gruppi sulla scelta da fare. Fare un gesto politico o privilegiare la trattativa con il governo italiano e i suoi intermediari?
 
Maso Notarianni
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Iraq