Forse cerchiamo di farci coraggio, ma
vogliamo credere che qualcosa si stia muovendo. Nonostante il
martellare delle immagini delle torture sui prigionieri su ogni
giornale e su ogni canale televisivo ricevibile qui in Iraq, a cui
rispondono le immagini del civile statunitense decapitato. I diversi
intermediari contattati dalla delegazione di Emergency sembrano
emettere dei segnali. I tre italiani stanno bene, ci si fa sapere.
Forse si confermano le impressioni avute nei primi colloqui con gli
intermediari. La resistenza irachena, o almeno parte di essa, ha ben
compreso che ci sono due piani distinti, e da tener ben distinti:
quello militare e quello politico.
Il
gruppo che ha oggi in consegna i prigionieri italiani avrebbe deciso di
dire qualche cosa non al Governo italiano, con il quale ogni
comunicazione pare interrotta, ma al popolo della pace, qui in qualche
modo rappresentato da Gino Strada. Così, in un angolo nascosto di una
capitale irachena sempre più insicura e sempre più nemica degli occidentali, dopo
innumerevoli sigarette e
innumerevoli caffè turchi, un intermediario lascia cadere parole
significative nel mezzo di discorsi vaghi e che spaziano dalla
situazione generale del Paese ai racconti della vita nelle città
assediate o sotto le bombe.
Non cambia la
faccia del nostro interlocutore, sempre tesa, quando dice che i nostri
connazionali stanno bene e che a meno di drammatici ed imprevisti
accadimenti, hanno la vita assicurata. La discussione è interrotta ogni
volta che arriva il cameriere a portare il caffè, ovviamente. Ma è
interrotta anche ogni volta che un nuovo cliente entra nel bar, o ogni
volta che, sulla strada, qualcuno passando indugia appena poco più del
normale nei pressi del tavolo dove si discute. Ci vogliono altri lunghi
minuti perché dal nostro interlocutore vengano pronunciate nuove parole
di speranza. «Chi detiene gli ostaggi ha detto loro che voi siete qui.
Che state facendo il possibile per loro». E’ stanco e teso. Dopo una
notte passata in bianco a portare messaggi, questo nostro interlocutore
iracheno.
Certamente non abituato a farsi
trasportare in macchina, bendato, da un posto all’altro. Ma nonostante
la stanchezza e l’enorme tensione che gli fa tremare una gamba, si dice
ottimista, e dal sorriso franco che per un momento gli illumina gli
occhi vogliamo capire che non sta mentendo. Ci chiede di pazientare, ci
dice che ancora qualche tempo è necessario perché chi ha in carico «i
prigionieri» – così sono chiamati Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e
Salvatore Stefio – prenda decisioni definitive. Ha capito le parole di
Gino: “Vi chiediamo un gesto umanitario. Un gesto dall’alto valore
umano. Un gesto che possa dire parole forti a chi pensa che con la
guerra si possano risolvere i problemi del vostro popolo”. Riparte per
la sua missione difficile, e noi rimaniamo in attesa che qualche cosa
succeda, e sperando che le nuove iniziative dei liberatori dell’Iraq
non buttino all’aria la decisione, che ci pare già presa, di giocare
sul piano politico questa partita.