12/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Le ultime notizie sugli ostaggi italiani in Iraq
I tre ostaggi italiani in Iraq Forse cerchiamo di farci coraggio, ma vogliamo credere che qualcosa si stia muovendo. Nonostante il martellare delle immagini delle torture sui prigionieri su ogni giornale e su ogni canale televisivo ricevibile qui in Iraq, a cui rispondono le immagini del civile statunitense decapitato. I diversi intermediari contattati dalla delegazione di Emergency sembrano emettere dei segnali. I tre italiani stanno bene, ci si fa sapere. Forse si confermano le impressioni avute nei primi colloqui con gli intermediari. La resistenza irachena, o almeno parte di essa, ha ben compreso che ci sono due piani distinti, e da tener ben distinti: quello militare e quello politico.
 
Il gruppo che ha oggi in consegna i prigionieri italiani avrebbe deciso di dire qualche cosa non al Governo italiano, con il quale ogni comunicazione pare interrotta, ma al popolo della pace, qui in qualche modo rappresentato da Gino Strada. Così, in un angolo nascosto di una capitale irachena sempre più insicura e sempre più nemica degli occidentali, dopo innumerevoli sigarette e innumerevoli caffè turchi, un intermediario lascia cadere parole significative nel mezzo di discorsi vaghi e che spaziano dalla situazione generale del Paese ai racconti della vita nelle città assediate o sotto le bombe.
 
Non cambia la faccia del nostro interlocutore, sempre tesa, quando dice che i nostri connazionali stanno bene e che a meno di drammatici ed imprevisti accadimenti, hanno la vita assicurata. La discussione è interrotta ogni volta che arriva il cameriere a portare il caffè, ovviamente. Ma è interrotta anche ogni volta che un nuovo cliente entra nel bar, o ogni volta che, sulla strada, qualcuno passando indugia appena poco più del normale nei pressi del tavolo dove si discute. Ci vogliono altri lunghi minuti perché dal nostro interlocutore vengano pronunciate nuove parole di speranza. «Chi detiene gli ostaggi ha detto loro che voi siete qui. Che state facendo il possibile per loro». E’ stanco e teso. Dopo una notte passata in bianco a portare messaggi, questo nostro interlocutore iracheno.
 
Certamente non abituato a farsi trasportare in macchina, bendato, da un posto all’altro. Ma nonostante la stanchezza e l’enorme tensione che gli fa tremare una gamba, si dice ottimista, e dal sorriso franco che per un momento gli illumina gli occhi vogliamo capire che non sta mentendo. Ci chiede di pazientare, ci dice che ancora qualche tempo è necessario perché chi ha in carico «i prigionieri» – così sono chiamati Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio – prenda decisioni definitive. Ha capito le parole di Gino: “Vi chiediamo un gesto umanitario. Un gesto dall’alto valore umano. Un gesto che possa dire parole forti a chi pensa che con la guerra si possano risolvere i problemi del vostro popolo”. Riparte per la sua missione difficile, e noi rimaniamo in attesa che qualche cosa succeda, e sperando che le nuove iniziative dei liberatori dell’Iraq non buttino all’aria la decisione, che ci pare già presa, di giocare sul piano politico questa partita.
 
Maso Notarianni
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq