06/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La situazione della città dopo che non c'è più il cordone sanitario statunitense
dal nostro inviato
Maso Notarianni
 
Ospedale a FallujaC’è un unico ponte che dalla città di Falluja porta all'ospedale, il General Hospital of Falluja. Quel ponte, che attraversa l'Eufrate, è stato presidiato e chiuso dalle truppe americane dall'inizio delle operazioni militari sulla città fino a ieri. Quattro settimane.
 
Per quattro settimane i feriti, mille e settecento, sono stati curati per le strade. Oggi, a Falluja, si muore così. Per una infezione presa mentre un dottore ti opera sulla strada. Perché quell'unico ponte è presidiato dalle truppe di occupazione.
 
Trecento ventuno morti e millesettecento feriti, venticinque palazzi rasi al suolo, l'ottanta per cento dei 650 mila abitanti in fuga dai bombardamenti, fuori da questa città che è diventata un inferno. Nemmeno i bambini sono stati risparmiati.
 
Le autorità sanitarie della città ci raccontano che almeno il 10 per cento delle vittime erano bambini. Nemmeno le ambulanze sono state risparmiate. Distrutte mentre correvano cariche di feriti e a sirene spiegate verso un posto di soccorso.
 
Ambulanza a FallujaDistrutte dai colpi sparati dai portatori della democrazia e della libertà in Iraq. O colpite dai cecchini giusto all’altezza del guidatore o del passeggero. Su una ambulanza ha trovato la morte il dottor Ahmed Mohamed Iawi, colpito da un cecchino. Falluja è senz'acqua potabile da dieci giorni. Anche per questo si muore.
 
Chi l'ha vissuta ce la racconta come una battaglia terribile. Bombardamenti continui, cecchini, tiri di mortaio indiscriminati. Dall'altra parte, almeno cinquecento soldati Usa uccisi o feriti, e quattordici elicotteri abbattuti.
 
E, ancora, prigionieri. Un soldato Usa e un civile che lavorava per l'esercito sarebbero stati catturati negli scorsi giorni. Stanno bene, la strategia verso gli ostaggi sarebbe cambiata.
 
“Sono ospiti, e noi con gli ospiti facciamo del nostro meglio affinché stiano bene”, ci racconta un abitante della città. E'cambiata anche la strategia degli Statunitensi nei confronti della guerriglia. E ricorda quella tristemente nota della rappresaglia.
 
“Adesso, quando un mezzo militare viene attaccato dalla resistenza armata – ci racconta un medico - i militari non rispondono direttamente al fuoco nemico. Tirano il grilletto delle loro mitragliatrici pesanti montate sulle torrette degli humvee  e sparano a 360° compiendo più volte un giro completo. Lo fanno deliberatamente, per colpire tutti coloro che si trovano nel raggio di centocinquanta metri. Poco importa che siano civili: serve da lezione. Voi ci attaccate? E noi spariamo sulla gente che vi sta intorno”.
 
Si fa sempre più spietata anche la repressione. Nella famigerata prigione di Abu Grahibì, sempre secondo il nostro medico, sarebbero detenute migliaia di persone. Ventun mila iracheni sarebbero nella mani delle forze della coalizione. Tra loro almeno cento sarebbero donne. Cifre altissime.
 
Cifre che possono apparire assurde, se confrontate con i bollettini della coalizione. Ma, francamente, appare difficile credere anche alle cifre fornite dagli occupanti, che ci raccontano che nelle carceri della tortura, tra Iraq e Afghanistan, su solo 35 casi di tortura ci sarebbero stati 25 morti.
 
Ma se sulle cifre fornite dalle parti belligeranti è necessario fare come sempre tutte le tare possibili, una cosa invece è certa. Una città sta morendo, nel paese delle mille e una notte. 
Categoria: Guerra, Salute
Luogo: Iraq
Articoli correlati:

Non ci sono articoli correlati.
Visualizza gli articoli da quest'area : Iraq

Conflitto in quest'area: La scheda paese: Gli argomenti più discussi: Le parole chiave più ricorrenti:
Pubblicità