dal nostro inviato
Maso
Notarianni
C’è un unico ponte che dalla città di Falluja
porta all'ospedale, il General Hospital of
Falluja. Quel ponte, che attraversa l'Eufrate, è stato
presidiato e chiuso dalle truppe americane dall'inizio delle operazioni
militari sulla città fino a ieri. Quattro settimane.
Per quattro settimane i feriti, mille e
settecento, sono stati curati per le strade. Oggi, a Falluja, si muore
così. Per una infezione presa mentre un dottore ti opera sulla strada.
Perché quell'unico ponte è presidiato dalle truppe di occupazione.
Trecento ventuno morti e millesettecento
feriti, venticinque palazzi rasi al suolo, l'ottanta per cento dei 650
mila abitanti in fuga dai bombardamenti, fuori da questa città che è
diventata un inferno. Nemmeno i bambini sono stati risparmiati.
Le autorità sanitarie della città ci
raccontano che almeno il 10 per cento delle vittime erano bambini.
Nemmeno le ambulanze sono state risparmiate. Distrutte mentre correvano
cariche di feriti e a sirene spiegate verso un posto di soccorso.
Distrutte dai colpi sparati dai portatori
della democrazia e della libertà in Iraq. O colpite dai cecchini giusto
all’altezza del guidatore o del passeggero. Su una ambulanza ha trovato
la morte il dottor Ahmed Mohamed Iawi, colpito da un cecchino. Falluja
è senz'acqua potabile da dieci giorni. Anche per questo si muore.
Chi
l'ha vissuta ce la racconta come una battaglia
terribile. Bombardamenti continui, cecchini, tiri di mortaio
indiscriminati. Dall'altra parte, almeno cinquecento soldati Usa uccisi
o
feriti, e quattordici elicotteri abbattuti.
E, ancora, prigionieri. Un soldato Usa e un civile che
lavorava per l'esercito sarebbero stati catturati negli scorsi giorni.
Stanno bene, la strategia verso gli ostaggi sarebbe cambiata.
“Sono ospiti, e noi con gli ospiti facciamo
del nostro meglio affinché stiano bene”, ci racconta un abitante della
città. E'cambiata anche la strategia degli Statunitensi nei confronti
della guerriglia. E ricorda quella tristemente nota della rappresaglia.
“Adesso, quando un mezzo militare viene
attaccato dalla resistenza armata – ci racconta un medico - i militari
non rispondono direttamente al fuoco nemico. Tirano il grilletto delle
loro mitragliatrici pesanti montate sulle torrette degli humvee e sparano a 360° compiendo più volte un
giro completo. Lo fanno deliberatamente, per colpire tutti coloro che
si trovano nel raggio di centocinquanta metri. Poco importa che siano
civili: serve da lezione. Voi ci attaccate? E noi spariamo sulla gente
che vi sta intorno”.
Si fa sempre più
spietata anche la repressione. Nella famigerata prigione di Abu Grahibì, sempre
secondo il nostro medico,
sarebbero detenute migliaia di persone. Ventun mila
iracheni sarebbero nella mani delle forze della coalizione. Tra loro
almeno cento sarebbero donne. Cifre altissime.
Cifre che possono apparire assurde, se confrontate con i
bollettini della coalizione. Ma, francamente, appare difficile credere
anche alle cifre fornite dagli occupanti, che ci raccontano che nelle
carceri della tortura, tra Iraq e Afghanistan, su solo 35 casi di
tortura ci sarebbero stati 25 morti.
Ma se
sulle cifre fornite dalle parti belligeranti è necessario fare come
sempre tutte le tare possibili, una cosa invece è certa. Una città sta
morendo, nel paese delle mille e una notte.