27/09/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Pechino riluttante ad acquistare i bond europei. Una questione economico-politica, ma anche culturale

"Non salviamo nessuno, noi. Dobbiamo prima pensare a salvare noi stessi". Più chiaro di così, si muore. Gao Xiqing, presidente della China Investment Corporation, non sembra per nulla interessato a dare una mano alla vecchia Europa che stenta sotto il fardello del debito. Nei giorni scorsi si era diffusa la notizia che Pechino avrebbe potuto comprare quantità massicce di bond di Eurozona così come da anni fa con quelli statunitensi ma, durante un vertice del Fondo Monetario Internazionale, tutti i funzionari cinesi ivi presenti si sono affrettati a precisare che il problema non è in cima ai loro pensieri.

Gao si è parzialmente corretto poco dopo, quando ha dichiarato che sì, la Cina potrebbe comprare Eurobond - cioè debito garantito da tutti i membri di Eurolandia o dall'Europa come entità unica - ma solo se "il profilo di rischio è conforme ai nostri stanziamenti". Come a dire: dimostrateci che possiamo credervi e, soprattutto, non provate a rifilarci i buchi neri del debito greco o italiano.

Secondo alcuni analisti, la Cina potrebbe dare benefici all'asfittica Europa anche tenendo il piede ben schiacciato sull'acceleratore della crescita - chiamiamolo "effetto traino" - ma il problema di Pechino - che viaggia intorno al 9 per cento - è un altro: trovare un equilibrio tra la necessità di ampliare la ricchezza e l'eccessivo surriscaldamento dell'economia che, se produce inflazione (come in effetti sta succedendo), ottiene il risultato contrario: abbatte i salari reali e genera povertà di ritorno.

Come al solito, l'Occidente auspica anche che la Cina lasci fluttuare lo yuan/renminbi o, come minimo, lo rivaluti notevolmente. In tal modo, le nostre esportazioni potrebbero finalmente avere più accesso all'enorme mercato d'oltre Muraglia. Ma uno stretto controllo "politico" della propria valuta è per Pechino imprescindibile, soprattutto in un contesto internazionale in cui la moneta di scambio e riserva resta il dollaro - dei cui destini decide non la comunità internazionale bensì la Federal Reserve statunitense - e di fronte al pessimo e sempre più recente esempio della speculazione internazionale: nessuno potrà mai impoverire la Cina speculando sulla sua valuta.

Il debito europeo secondo Se il tema della crescita più o meno accelerata e quello della rivalutazione dello yuan sono degli evergreen nel rapporto Cina-Occidente, la questione dell'acquisto di debito europeo da parte di Pechino è la vera novità che promette di ritornare anche in futuro.
Perché, ci si chiede, la Cina compra bond statunitensi ed è riluttante a fare lo stesso con i nostri?
Esiste sicuramente un problema tutto economico, riassumibile così: evidentemente Washington offre più garanzie di solvibilità rispetto a Roma o Atene. E non fa una grinza.
C'è poi una questione politica: finché resta in piedi l'economia dei "galeotti incatenati", cioè il meccanismo per cui la Cina vende merci agli Usa e poi ricompra il loro indebitamento, Pechino ha una garanzia in più che Washington non possa tirare troppo la corda e promuovere anche oltre Muraglia "rivoluzioni del gelsomino" (o golpe) per interposta persona, come in Medio Oriente.
E infine sussiste una ragione tra il politico e il culturale. Quando parla con l'Europa, Pechino non sa con chi sta parlando: con un organismo che rappresenta tutti, con l'asse franco-tedesco o con la Banca Centrale? Quando il Dragone guarda a Bruxelles, è il mondo che ha perseguito e protetto (spesso a fatica) un'unità politico-amministrativa lungo i 5mila anni della sua storia che osserva, con sospetto, il mondo dei comuni, delle signorie, dei principati e degli stati-nazione.

Curioso che, quanto meno indirettamente, sia la Cina a indicare la via d'uscita all'Europa: un unità non solo monetaria ma soprattutto politica. O, se proprio non è cosa, dateci almeno "robusti" Eurobond.

 

Gabriele Battaglia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità