I loro genitori sono stati uccisi dall’Aids, quindi
che i bambini stiano lontano da noi, non vogliamo correre rischi.
Devono aver pensato questo i proprietari e i responsabili di circa
quaranta tra alberghi, scuole e ospedali di Pechino, che hanno
rifiutato di ospitare – con scuse “ridicole e tristi”, ha scritto il
quotidiano China Daily – una settantina di orfani tra i nove e i
tredici anni durante il loro soggiorno nella capitale cinese. I
piccoli, che tra l’altro non sono malati, hanno alla fine trovato
sistemazione presso un albergo di periferia. Ma la loro storia è
l’ennesima conferma dell’ignoranza della popolazione cinese su un
problema come l’Aids, nonché della tendenza – dai quadri del Partito
alla gente comune – a isolare il malato, già vista l’anno scorso quando
il Paese era stato colpito dal nuovo virus della Sars.
“Dovrebbero vergognarsi”, ha detto di quelli che hanno
negato l’ospitalità ai piccoli orfani l’attore Roger Moore,
ambasciatore dell’Unicef al momento in visita in Cina. I ragazzini –
solo una parte dei 78mila orfani di Aids nel Paese – provengono
dall’Henan, dallo Yunnan e dallo Shanxi, province interne duramente
colpite dal virus Hiv. In queste aree rurali, nell’ultimo decennio, è
andato in scena un massiccio traffico illegale di sangue, prelevato dai
contadini e rivenduto agli ospedali, con trasfusioni senza il minimo
controllo che hanno infettato migliaia di persone.
Secondo i dati ufficiali, in Cina ci sono 840mila casi
accertati di infezione per Hiv e 80mila pazienti di Aids. Una cifra che
molti osservatori credono sia da raddoppiare, per la reticenza del
governo a fornire informazioni esatte sull’effettiva diffusione della
malattia.
Con circa
un cinese su mille contagiato, la conoscenza della malattia da parte
della popolazione rimane però precaria, sia nelle grandi città sia – a
livelli ancora peggiori – nello sconfinato entroterra. Un sondaggio
pubblicato dal China Daily mostra la situazione. Solo l’8,7 per cento
degli intervistati ha una “corretta conoscenza” dei modi di
trasmissione della malattia: un risultato definito “spaventoso” da un
medico che cura i malati di Aids a Pechino.
I dati sull’atteggiamento verso i malati rivelano una
diffusa “paura dell’untore”. Solo il 33,9 per cento degli interpellati
residenti nelle grandi città, e il 19 per cento di quelli che abitano
nei piccoli centri, riconoscono che tratterebbero nello stesso modo i
contagiati dal virus Hiv sul luogo di lavoro: percentuali
rispettivamente più basse dello 7,1 e del 12 per cento rispetto allo
scorso anno. Per quanto riguarda la disponibilità a prendersi cura dei
familiari dei malati, il 57,2 per cento degli abitanti delle metropoli
e il 45 per cento di quelli che vivono in città più piccole si dicono
pronti a farlo. Un anno fa erano il 10,8 e il 18 per cento in
più.
Come ha scritto il China Daily,
“attualmente la maggior parte dei cinesi ha una scarsa conoscenza della
malattia e questo porta direttamente a pregiudizi e discriminazioni
contro i portatori di Hiv e i loro parenti, come quelli che si sono
manifestati contro i bambini a Pechino”.
La
risposta del governo all’emergenza Aids è stata ambivalente: ha cercato
di nascondere il problema al pubblico fino a pochi mesi fa, poi ha
lanciato un programma contro la malattia. Pechino ha però continuato a
usare la mano pesante con i militanti di organizzazioni non governative
impegnati nella lotta al virus Hiv, arrestando gli attivisti più
irriducibili e critici nei confronti della linea del governo.
Un
atteggiamento simile a quello visto l’anno scorso nel pieno
dell’epidemia della polmonite atipica. In quel caso la Cina aveva prima
fatto passare sotto silenzio per mesi l’emergere del virus sconosciuto
e in seguito, dopo le pressioni dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità, impose una rigida quarantena a ospedali e prigioni. Interi
centri di cura furono sigillati con dentro tutti coloro che avevano
avuto contatti con i malati, creando così dei veri e propri lazzaretti.
Temendo una diffusione incontrollata del virus, gli abitanti di alcune
città selezionate dal governo per creare centri di controllo della Sars
si ribellarono.
E come oggi vengono presi di
mira gli attivisti anti-Aids, così il medico che per primo aveva
denunciato la portata dell’epidemia, Jiang Yanyong, venne spedito per
sette settimane in un “centro di rieducazione” perché aveva osato
chiedere di rivalutare il giudizio di condanna sul movimento
studentesco che si ribellò in piazza Tian An Men nel 1989.
In qualche modo l’epidemia venne arginata e il virus
fu debellato. Il prezzo dell’inerzia del governo, nella sola Cina, fu
comunque di circa 650 morti e 7.000 contagiati. Numeri che, in
confronto a quelli riguardanti l’Aids, sembrano insignificanti. Come
hanno avvertito le Nazioni Unite, se l’epidemia non verrà trattata
seriamente da Pechino, nei prossimi anni il numero degli infetti
potrebbe schizzare fino a 10 milioni.