12/08/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Episodi di discriminazione sistematica nei confronti dei malati di Aids
I loro genitori sono stati uccisi dall’Aids, quindi che i bambini stiano lontano da noi, non vogliamo correre rischi. Devono aver pensato questo i proprietari e i responsabili di circa quaranta tra alberghi, scuole e ospedali di Pechino, che hanno rifiutato di ospitare – con scuse “ridicole e tristi”, ha scritto il quotidiano China Daily – una settantina di orfani tra i nove e i tredici anni durante il loro soggiorno nella capitale cinese. I piccoli, che tra l’altro non sono malati, hanno alla fine trovato sistemazione presso un albergo di periferia. Ma la loro storia è l’ennesima conferma dell’ignoranza della popolazione cinese su un problema come l’Aids, nonché della tendenza – dai quadri del Partito alla gente comune – a isolare il malato, già vista l’anno scorso quando il Paese era stato colpito dal nuovo virus della Sars.
 
“Dovrebbero vergognarsi”, ha detto di quelli che hanno negato l’ospitalità ai piccoli orfani l’attore Roger Moore, ambasciatore dell’Unicef al momento in visita in Cina. I ragazzini – solo una parte dei 78mila orfani di Aids nel Paese – provengono dall’Henan, dallo Yunnan e dallo Shanxi, province interne duramente colpite dal virus Hiv. In queste aree rurali, nell’ultimo decennio, è andato in scena un massiccio traffico illegale di sangue, prelevato dai contadini e rivenduto agli ospedali, con trasfusioni senza il minimo controllo che hanno infettato migliaia di persone.
 
Secondo i dati ufficiali, in Cina ci sono 840mila casi accertati di infezione per Hiv e 80mila pazienti di Aids. Una cifra che molti osservatori credono sia da raddoppiare, per la reticenza del governo a fornire informazioni esatte sull’effettiva diffusione della malattia.
 
Con circa un cinese su mille contagiato, la conoscenza della malattia da parte della popolazione rimane però precaria, sia nelle grandi città sia – a livelli ancora peggiori – nello sconfinato entroterra. Un sondaggio pubblicato dal China Daily mostra la situazione. Solo l’8,7 per cento degli intervistati ha una “corretta conoscenza” dei modi di trasmissione della malattia: un risultato definito “spaventoso” da un medico che cura i malati di Aids a Pechino.
 
I dati sull’atteggiamento verso i malati rivelano una diffusa “paura dell’untore”. Solo il 33,9 per cento degli interpellati residenti nelle grandi città, e il 19 per cento di quelli che abitano nei piccoli centri, riconoscono che tratterebbero nello stesso modo i contagiati dal virus Hiv sul luogo di lavoro: percentuali rispettivamente più basse dello 7,1 e del 12 per cento rispetto allo scorso anno. Per quanto riguarda la disponibilità a prendersi cura dei familiari dei malati, il 57,2 per cento degli abitanti delle metropoli e il 45 per cento di quelli che vivono in città più piccole si dicono pronti a farlo. Un anno fa erano il 10,8 e il 18 per cento in più.
 
Come ha scritto il China Daily, “attualmente la maggior parte dei cinesi ha una scarsa conoscenza della malattia e questo porta direttamente a pregiudizi e discriminazioni contro i portatori di Hiv e i loro parenti, come quelli che si sono manifestati contro i bambini a Pechino”.
 
La risposta del governo all’emergenza Aids è stata ambivalente: ha cercato di nascondere il problema al pubblico fino a pochi mesi fa, poi ha lanciato un programma contro la malattia. Pechino ha però continuato a usare la mano pesante con i militanti di organizzazioni non governative impegnati nella lotta al virus Hiv, arrestando gli attivisti più irriducibili e critici nei confronti della linea del governo.
 
Un atteggiamento simile a quello visto l’anno scorso nel pieno dell’epidemia della polmonite atipica. In quel caso la Cina aveva prima fatto passare sotto silenzio per mesi l’emergere del virus sconosciuto e in seguito, dopo le pressioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, impose una rigida quarantena a ospedali e prigioni. Interi centri di cura furono sigillati con dentro tutti coloro che avevano avuto contatti con i malati, creando così dei veri e propri lazzaretti. Temendo una diffusione incontrollata del virus, gli abitanti di alcune città selezionate dal governo per creare centri di controllo della Sars si ribellarono.
 
E come oggi vengono presi di mira gli attivisti anti-Aids, così il medico che per primo aveva denunciato la portata dell’epidemia, Jiang Yanyong, venne spedito per sette settimane in un “centro di rieducazione” perché aveva osato chiedere di rivalutare il giudizio di condanna sul movimento studentesco che si ribellò in piazza Tian An Men nel 1989.
 
In qualche modo l’epidemia venne arginata e il virus fu debellato. Il prezzo dell’inerzia del governo, nella sola Cina, fu comunque di circa 650 morti e 7.000 contagiati. Numeri che, in confronto a quelli riguardanti l’Aids, sembrano insignificanti. Come hanno avvertito le Nazioni Unite, se l’epidemia non verrà trattata seriamente da Pechino, nei prossimi anni il numero degli infetti potrebbe schizzare fino a 10 milioni.
 
Alessandro Ursic
Categoria: Diritti, Salute
Luogo: Cina