scritto per noi da
Gianluca Iazzolino
Il signor
Reza è raggiante. Davanti al suo negozio di elettrodomestici sulla Enqelab
Avenue (Viale della Rivoluzione) distribuisce ai passanti bastani-e-sonnati, il gelato tradizionale iraniano al gusto di
zafferano. Appena cinque giorni fa faceva lo stesso con i cd autoprodotti e i
poster del suo candidato alle elezioni presidenziali: Mahmoud Ahmedinejad. Ha
puntato sul cavallo vincente. Il televisore da 32 pollici che ha sistemato davanti
all'entrata continua a trasmettere immagini del neopresidente iraniano, nei
suoi abiti mesti, mentre incontra la gente, il mellat, il popolo. Khodemoni,
e' il termine che tanti usano nei suoi confronti: uno di noi. "E' povero
come noi", dice Abbas, che vive nella parte meridionale di Teheran, la
piu' povera. "Puo' fare tanto per il suo popolo". I basiji, le milizie volontarie in camicia
nera e dalla lunga barba che vigilano su eventuali comportamenti poco islamici
dei giovani, dismettono per un giorno la loro aria austera e invocano il nome
di Ahmedinejad suonando trombe da stadio. "E' l'unico che può restaurare
lo spirito della rivoluzione", dice Ahmed, 19 anni.
L’eroe degli ultimi. La rivoluzione, il mito tradito per
una buona fetta di iraniani esclusi dalla distribuzione della ricchezza, e' un
vento che per un giorno torna a scuotere le ampie vie della capitale della
Repubblica islamica. Sono i figli orfani dell'Imam Khomeini, i
Mostafazeem, i piedi scalzi, che hanno
votato per Ahmedinejad, l'ex comandante dei
Pasdaran
ed ex sindaco di Teheran: gli oppressi, i diseredati, le masse che, come ha
scoperto sgomento il mondo e parecchi iraniani, hanno più a cuore il
nun, il pane, che l'
azadi, la liberta'. Ahmedinejad ha bussato porta per porta nel suo
feudo, il sud di Teheran attorno alla Piazza Hor, e piu' a sud, tra le distese
di case basse lambite dal deserto, più vicine
al mausoleo di Khomeini che al profilo candito dei monti Elborz, alle cui
pendici prospera la Teheran alto-borghese già con un piede in Occidente. Nei
manifesti che tappezzano il sud di Teheran incontra vedove, parla con i vecchi,
si rivolge affettuoso ai bambini. Legge il Corano con, alle sue spalle, l'ombra
di Mohammad Ali Rajai, il secondo presidente della Repubblica Islamica, un
radicale islamico che fece della sua immagine di povero la sua arma vincente.
Abbina il suo nome a quello di Mustafa
Chamran, un Garibaldi islamico, eroe della guerra con l'Iraq e combattente per
la libertà del popolo palestinese. Soprattutto, Ahmedinejad si e' fatto
paladino del popolo contro un nemico che tutti avevano sottovalutato: i
bazari.
Lontani dalla base. Erano il cavallo di battaglia del
suo rivale, il nuovo Scià della politica iraniana: Hashemi Rafsanjani, ma sono
stati la zavorra che ha trascinato in basso il vecchio mullah. "Alzano i
prezzi a loro piacimento", dice Mahsa, una donna con quattro figli.
"Quando era sindaco di Teheran, Ahmedinejad ha creato dei mercati per i
poveri, dove i prezzi sono sotto controllo. Adesso farà lo stesso per il resto
del Paese". Ma il Paese si e' svegliato, all'indomani del voto, più diviso
che mai. Basta dirigersi verso il nord della citta' per avvertire un netto
cambiamento di umore. Attorno a piazza Vanak, o lungo la Valiasr, su cui
sorgono i nuovi centri commerciali e ragazzi e ragazze passeggiano mano nella
mano,
i poster di Rafsanjani sembrano ormai vecchi di secoli. Dopo la prima tornata
elettorale di venerdi' 17 giugno, quando le speranze riformiste si erano
sgretolate con l'uscita di scena del delfino di Mohammad Khatami, Mustafa Moin,
molti studenti si erano aggrappati alle vesti dell'ex-simbolo del regime, il protagonista
della Repubblica islamica rinato come conservatore moderato. "Sono andato
a votare, persino io che non l'ho mai fatto", dice Foad, proprietario di
un ristorante di lusso. "Mi arrivavano sms per dirmi di votare per il meno
peggio, perchè altrimenti ci saremmo trovati un talebano al potere. E' la cosa
peggiore che ci potesse capitare". A ben guardare, dice lui, era
nell'aria.
Il fallimento riformista. Da quando, nel 2004, i conservatori
hanno espugnato il
Majlis, il
Parlamento, le libertà che con Khatami sembravano ormai consolidate hanno
mostrato le prime crepe. Solo un mese fa, la polizia, accompagnata da alcuni
basiji che probabilmente avevano sporto
denuncia, sono andati a trovarlo nel suo locale, il
Gilac, chiedendogli perchè la scritta in caratteri latini era più
grande di quella in farsi. Ha pagato e per un po' ha sedato i dubbi. ma sa che
torneranno. "Mi conviene provvedere da me. Ormai c'e' da fare
attenzione", racconta Foad.
La censura implicita agisce a pochi giorni dalla vittoria di Ahmedinejad, prima
ancora del suo insediamento ufficiale, che avverrà ad agosto. Nella redazione
di
40 Chercheragh, la principale
rivista giovanile iraniana,
l'atmosfera
e' plumbea. "Chi vuole sopravvivere dovra' adeguarsi", dice Mehdi, un
giornalista che si occupa di musica e che collaborava anche con Eqbal, il quoditiano riformista chiuso
due giorni prima del voto per avere pubblicato la lettera di un candidato
escluso, l'Ayatollah Mehdi Karroubi, nella quale si insinuava la parzialità
della Guida Suprema Ali Khamenei. "Alcuni argomenti torneranno ad essere
tabu". Mahbube, giovane consulente nella campagna di Moin, e' sicura che
il movimento per i diritti delle donne tornerà sommerso. "Pochi giorni fa
ho visto una gonna in una vetrina. Fortunatamente non l'ho comprata. Non so se
avrei potuto indossarla". Ancora più a nord, dalle parti di Niavaran, dove
il boom dell'edilizia ha prodotto un'oligarchia che sperava di rafforzarsi nel
caso della vittoria di Rafsanjani, tira aria di esilio. "La situazione e'
nera" dice Siuvash, architetto con un ufficio a Dubai. "Il Paese
perderà credibilità internazionale. La fatica fatta per attirare gli
investimenti e' sfumata". Guardando il suo mobile bar con le bottiglie di
Martini ancora sigillate viene il sospetto che quassù, dove l'aria e' più
limpida che nel centro città gravato dallo smog, una linea sottile separi il
concetto di libertà da quello di privilegio. Finora bastava allungare una busta
rigonfia sotto la porta d'ingresso per i
basiji che accorrevano richiamati dagli schiamazzi e dalla musica ad alto
volume, in certe notti di festa. In tanti si chiedono se sarà ancora così, o
se, semplicemente, la busta sarà più voluminosa.
Andare avanti. Tra i
due schieramenti si colloca poi quello dei tanto peggio tanto meglio, e non
sono pochi. Amir Abbas Fakravar la pensa cosi'. Ha 29 anni e ha scritto tre
libri. Sta scontando una condanna ad otto anni nel carcere di Evin, 222 giorni
di isolamento, una gamba e i polsi spezzati. Ha una libera uscita di pochi
giorni concessa dal direttore del carcere. Noin no ha votato ne' al primo ne'
al secondo turno. "Il bubbone e' maturo: sta per scoppiare", dice.
Secondo lui, Moin non avrebbe mai potuto vincere. Se l'avesse fatto, l'avrebbero
tolto di mezzo in poco tempo. Si va sempre più verso il muro contro muro. Ma
qualcosa, lascia intendere misterioso, potrebbe accadere presto. Gli chiedo
cosa glielo faccia pensare. Mi risponde: "Conosce Richard Perle? E Michael
Ledeen?". Si: neocon duri e puri, gli architetti per la politica della
Casa Bianca nel Grande Medio Oriente. "Alcuni miei amici americani hanno
passato loro il mio numero di cellulare. Mi hanno contattato e ho parlato più
volte su
Voice of America (la radio
dei dissidenti iraniani finanziata dalla Cia). Mi hanno detto di non
preoccuparmi". Non risponde alla domanda se altri dissidenti in Iran siano
stati contattati da Washington, ne' a quella se la Casa Bianca avesse già un
piano nel caso dell'elezione di Ahmedinejad. Non ha paura che un intervento
americano possa creare una situazione simile, se non peggiore, a quella
irachena? "Ripeto: il bubbone e' pronto a esplodere. Quel che deve
accadere accadrà".