28/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un reportage racconta le reazioni della popolazione iraniana alle elezioni
scritto per noi da
Gianluca Iazzolino
 
 
Il signor Reza è raggiante. Davanti al suo negozio di elettrodomestici sulla Enqelab Avenue (Viale della Rivoluzione) distribuisce ai passanti bastani-e-sonnati, il gelato tradizionale iraniano al gusto di zafferano. Appena cinque giorni fa faceva lo stesso con i cd autoprodotti e i poster del suo candidato alle elezioni presidenziali: Mahmoud Ahmedinejad. Ha puntato sul cavallo vincente. Il televisore da 32 pollici che ha sistemato davanti all'entrata continua a trasmettere immagini del neopresidente iraniano, nei suoi abiti mesti, mentre incontra la gente, il mellat, il popolo. Khodemoni, e' il termine che tanti usano nei suoi confronti: uno di noi. "E' povero come noi", dice Abbas, che vive nella parte meridionale di Teheran, la piu' povera. "Puo' fare tanto per il suo popolo". I basiji, le milizie volontarie in camicia nera e dalla lunga barba che vigilano su eventuali comportamenti poco islamici dei giovani, dismettono per un giorno la loro aria austera e invocano il nome di Ahmedinejad suonando trombe da stadio. "E' l'unico che può restaurare lo spirito della rivoluzione", dice Ahmed, 19 anni.
 
ahmedinejad, il nuovo presidente dell'IranL’eroe degli ultimi. La rivoluzione, il mito tradito per una buona fetta di iraniani esclusi dalla distribuzione della ricchezza, e' un vento che per un giorno torna a scuotere le ampie vie della capitale della Repubblica islamica. Sono i figli orfani dell'Imam Khomeini, i Mostafazeem, i piedi scalzi, che hanno votato per Ahmedinejad, l'ex comandante dei Pasdaran ed ex sindaco di Teheran: gli oppressi, i diseredati, le masse che, come ha scoperto sgomento il mondo e parecchi iraniani, hanno più a cuore il nun, il pane, che l'azadi, la liberta'. Ahmedinejad ha bussato porta per porta nel suo feudo, il sud di Teheran attorno alla Piazza Hor, e piu' a sud, tra le distese di case basse  lambite dal deserto, più vicine al mausoleo di Khomeini che al profilo candito dei monti Elborz, alle cui pendici prospera la Teheran alto-borghese già con un piede in Occidente. Nei manifesti che tappezzano il sud di Teheran incontra vedove, parla con i vecchi, si rivolge affettuoso ai bambini. Legge il Corano con, alle sue spalle, l'ombra di Mohammad Ali Rajai, il secondo presidente della Repubblica Islamica, un radicale islamico che fece della sua immagine di povero la sua arma vincente. Abbina il suo nome  a quello di Mustafa Chamran, un Garibaldi islamico, eroe della guerra con l'Iraq e combattente per la libertà del popolo palestinese. Soprattutto, Ahmedinejad si e' fatto paladino del popolo contro un nemico che tutti avevano sottovalutato: i bazari.
 
rafsanjani, il grande sconfittoLontani dalla base. Erano il cavallo di battaglia del suo rivale, il nuovo Scià della politica iraniana: Hashemi Rafsanjani, ma sono stati la zavorra che ha trascinato in basso il vecchio mullah. "Alzano i prezzi a loro piacimento", dice Mahsa, una donna con quattro figli. "Quando era sindaco di Teheran, Ahmedinejad ha creato dei mercati per i poveri, dove i prezzi sono sotto controllo. Adesso farà lo stesso per il resto del Paese". Ma il Paese si e' svegliato, all'indomani del voto, più diviso che mai. Basta dirigersi verso il nord della citta' per avvertire un netto cambiamento di umore. Attorno a piazza Vanak, o lungo la Valiasr, su cui sorgono i nuovi centri commerciali e ragazzi e ragazze passeggiano mano nella mano, i poster di Rafsanjani sembrano ormai vecchi di secoli. Dopo la prima tornata elettorale di venerdi' 17 giugno, quando le speranze riformiste si erano sgretolate con l'uscita di scena del delfino di Mohammad Khatami, Mustafa Moin, molti studenti si erano aggrappati alle vesti dell'ex-simbolo del regime, il protagonista della Repubblica islamica rinato come conservatore moderato. "Sono andato a votare, persino io che non l'ho mai fatto", dice Foad, proprietario di un ristorante di lusso. "Mi arrivavano sms per dirmi di votare per il meno peggio, perchè altrimenti ci saremmo trovati un talebano al potere. E' la cosa peggiore che ci potesse capitare". A ben guardare, dice lui, era nell'aria.
 
moin, il delfino dei riformisti non ha raggiunto neanche il ballottaggioIl fallimento riformista. Da quando, nel 2004, i conservatori hanno espugnato il Majlis, il Parlamento, le libertà che con Khatami sembravano ormai consolidate hanno mostrato le prime crepe. Solo un mese fa, la polizia, accompagnata da alcuni basiji che probabilmente avevano sporto denuncia, sono andati a trovarlo nel suo locale, il Gilac, chiedendogli perchè la scritta in caratteri latini era più grande di quella in farsi. Ha pagato e per un po' ha sedato i dubbi. ma sa che torneranno. "Mi conviene provvedere da me. Ormai c'e' da fare attenzione", racconta Foad.
La censura implicita agisce a pochi giorni dalla vittoria di Ahmedinejad, prima ancora del suo insediamento ufficiale, che avverrà ad agosto. Nella redazione di 40 Chercheragh, la principale rivista giovanile iraniana,
l'atmosfera e' plumbea. "Chi vuole sopravvivere dovra' adeguarsi", dice Mehdi, un giornalista che si occupa di musica e che collaborava anche con Eqbal, il quoditiano riformista chiuso due giorni prima del voto per avere pubblicato la lettera di un candidato escluso, l'Ayatollah Mehdi Karroubi, nella quale si insinuava la parzialità della Guida Suprema Ali Khamenei. "Alcuni argomenti torneranno ad essere tabu". Mahbube, giovane consulente nella campagna di Moin, e' sicura che il movimento per i diritti delle donne tornerà sommerso. "Pochi giorni fa ho visto una gonna in una vetrina. Fortunatamente non l'ho comprata. Non so se avrei potuto indossarla". Ancora più a nord, dalle parti di Niavaran, dove il boom dell'edilizia ha prodotto un'oligarchia che sperava di rafforzarsi nel caso della vittoria di Rafsanjani, tira aria di esilio. "La situazione e' nera" dice Siuvash, architetto con un ufficio a Dubai. "Il Paese perderà credibilità internazionale. La fatica fatta per attirare gli investimenti e' sfumata". Guardando il suo mobile bar con le bottiglie di Martini ancora sigillate viene il sospetto che quassù, dove l'aria e' più limpida che nel centro città gravato dallo smog, una linea sottile separi il concetto di libertà da quello di privilegio. Finora bastava allungare una busta rigonfia sotto la porta d'ingresso per i basiji che accorrevano richiamati dagli schiamazzi e dalla musica ad alto volume, in certe notti di festa. In tanti si chiedono se sarà ancora così, o se, semplicemente, la busta sarà più voluminosa.
 
logo della voice of americaAndare avanti. Tra i due schieramenti si colloca poi quello dei tanto peggio tanto meglio, e non sono pochi. Amir Abbas Fakravar la pensa cosi'. Ha 29 anni e ha scritto tre libri. Sta scontando una condanna ad otto anni nel carcere di Evin, 222 giorni di isolamento, una gamba e i polsi spezzati. Ha una libera uscita di pochi giorni concessa dal direttore del carcere. Noin no ha votato ne' al primo ne' al secondo turno. "Il bubbone e' maturo: sta per scoppiare", dice. Secondo lui, Moin non avrebbe mai potuto vincere. Se l'avesse fatto, l'avrebbero tolto di mezzo in poco tempo. Si va sempre più verso il muro contro muro. Ma qualcosa, lascia intendere misterioso, potrebbe accadere presto. Gli chiedo cosa glielo faccia pensare. Mi risponde: "Conosce Richard Perle? E Michael Ledeen?". Si: neocon duri e puri, gli architetti per la politica della Casa Bianca nel Grande Medio Oriente. "Alcuni miei amici americani hanno passato loro il mio numero di cellulare. Mi hanno contattato e ho parlato più volte su Voice of America (la radio dei dissidenti iraniani finanziata dalla Cia). Mi hanno detto di non preoccuparmi". Non risponde alla domanda se altri dissidenti in Iran siano stati contattati da Washington, ne' a quella se la Casa Bianca avesse già un piano nel caso dell'elezione di Ahmedinejad. Non ha paura che un intervento americano possa creare una situazione simile, se non peggiore, a quella irachena? "Ripeto: il bubbone e' pronto a esplodere. Quel che deve accadere accadrà".
Categoria: Elezioni, Politica, Popoli
Luogo: Iran
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