20/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La testimonianza di Sean Penn sulla DynCorp
Sean Penn(...) Stiamo guidando lungo una delle principali arterie che attraversano Bagdad. Dopo circa dieci minuti, sul lato opposto della strada, vedo un'unità militare americana che lancia un raid contro un edificio di appartamenti. Lo registro con la videocamera mentre passiamo accanto. Li riprendo con lo zoom attraverso il finestrino posteriore mentre abbattono a calci le porte e resto fisso sulla scena finché le immagini diventano troppo piccole per essere utili.
 
Sto per spegnere la videocamera quando avverto una forte luce sulla mia spalla destra. Mantenendo la videocamera sull'occhio inquadro sei soldati iracheni armati accanto a una postazione fortificata. Uno degli uomini armati grida qualcosa in arabo verso di me e punta il fucile verso la videocamera. Improvvisamente siamo bloccati nel traffico. Spengo la videocamera e la lascio cadere ai miei piedi mentre fucili e voci si levano e si muovono verso di noi.
 
Veniamo circondati e tenuti sotto tiro da sei guardie che ci tirano fuori dal taxi. Ci sono molte grida e il mio autista è spaventato. Siamo spinti fuori dalla zona illuminata della strada e adesso, in piedi in un vicolo scuro di Bagdad, braccia e gambe allargate, sono circondato da sei iracheni in giubbotti di pelle, i loro kalashnikov puntati su di me (...)
 
Aspetto il comandante di questa milizia ancora non identificata. Quando arriva, vengo perquisito. Non è la perquisizione casuale di dilettanti, ma piuttosto di persone convinte che troveranno un'arma.
 
E alla fine il comandante parla. Parla in inglese, controllando il passaporto e le credenziali che ha sfilato dalla mia tasca. Parla in buon inglese. Quest'uomo non è iracheno. Ma non riesco a identificare il suo accento. Forse sudafricano. Quindi viene raggiunto da un altro uomo vestito in quella che chiamerei tenuta militarizzata della Cia: stivali militari con pantaloni mimetici infilati dentro, maglietta civile con una targa di identificazione su una lunga catena attorno al collo che non si riesce a leggere nel buio. Questo qui parla texano.
 
Mi vengono chiesti i perché e i percome della mia presenza e della videocamera. Chiedo con innocente curiosità con chi ho a che fare. Il texano mi informa stringato: «Lavoro per la DynCorp». Chiedo un biglietto da visita. Altrettanto stringato, dice: «Non ho un biglietto», poi indica la targhetta allacciata al collo, «solo questo identificativo».
 
Da allora ho fatto un po' di ricerche, e questo è ciò che ho trovato: la DynCorp è una presenza incombente a Bagdad. Società militare privata, la DynCorp venne creata alla fine degli anni 40 e ricevette una grande spinta di reclutamento dopo il licenziamento di migliaia di operativi della Cia da parte del presidente Carter alla fine degli anni 70. Le società militari private, e ce ne sono molte, tendono ad essere composte e dirette da generali in pensione, funzionari della Cia, professionisti dell'antiterrorismo, gente delle forze speciali e così via.
 
Le forze della DynCorp sono mercenarie. I loro contratti hanno incluso azioni segrete per conto della Cia in Colombia, Perù, Kosovo, Albania e Afghanistan. Nel 1999, la compagnia contava 25 mila impiegati. Personale della DynCorp, sotto contratto per la polizia delle Nazioni Unite in Bosnia, venne accusato di traffico di prostitute, incluse bambine di dodici anni. Quando diversi impiegati della DynCorp vennero anche accusati di aver videoregistrato lo stupro di una delle donne, limpiegata Kathy Bolkovac lanciò lallarme e venne immediatamente licenziata dalla compagnia. La DynCorp è uno dei primi 25 appaltatori del governo americano, con proventi per 2,3 miliardi di dollari nel 2002. Sono impiegati della DynCorp che forniscono il servizio di sicurezza per il presidente afghano Hamid Karzai. L'ex direttore della Cia James Woolsey è uno dei principali azionisti.
 
Ci dirigiamo attraverso il parcheggio verso la nostra macchina, quando BAM! Un colpo di fucile a circa 70 metri. E' come essere colpiti su un orecchio con una tavolata. Ali mi chiede se sono infastidito dai costanti spari a Bagdad. Rispondo «no, se non lo sei tu», ma noto che i miei passi si affrettano mentre ci avviciniamo alla macchina.
 
E' lora di punta in una zona di guerra. Ci sono spari, azioni militari, pale di elicotteri che ruotano e richiami alla preghiera. Tutte queste facce nel traffico, che mi guardano, un occidentale. Facce sospettose. O forse sono io che sono sospettoso? Attraversato il ponte sul fiume Tigri, faccio scendere Ali su un viale vicino a casa sua. Ci facciamo una foto assieme e prometto di mandargli una copia. Mi scrive un indirizzo email su Hotmail. Hotmail.com? Questo mondo sta diventando troppo piccolo per la guerra.
 
Esco davanti all'hotel per fumare una sigaretta. Ed eccoli qui, un'altra unità di uomini di una società militare privata che lucidano i loro fucili, vestiti di giubbotti antiproiettile mentre scaldano i motori dei loro veicoli blindati. Dall'hotel esce il loro cliente. Anche lui ha una catenella attorno al collo con una targhetta didentificazione, mi vede e dice «Hey, non sei...?». «Sì», dico. «La tua targhetta dice appaltatore. Cosa costruisci?». E con un sorriso, dice: «Elezioni». «Come fai?» Sogghigna un po' e dice: «In qualunque modo». (Che questo tizio venga dalla Florida?)
 
Seann Penn*
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq
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