(...) Stiamo guidando lungo una delle principali arterie che
attraversano Bagdad. Dopo circa dieci minuti, sul lato
opposto della strada, vedo un'unità militare americana che lancia un
raid contro un edificio di appartamenti. Lo registro con la
videocamera mentre passiamo accanto. Li riprendo con lo zoom
attraverso il finestrino posteriore mentre abbattono a calci le porte e
resto fisso sulla scena finché le immagini diventano troppo piccole per
essere utili.
Sto per spegnere la
videocamera quando avverto una forte luce sulla mia spalla destra. Mantenendo
la videocamera sull'occhio inquadro sei soldati
iracheni armati accanto a una postazione fortificata. Uno
degli uomini armati grida qualcosa in arabo verso di me e punta il
fucile verso la videocamera. Improvvisamente siamo bloccati
nel traffico. Spengo la videocamera e la lascio cadere ai miei piedi
mentre fucili e voci si levano e si muovono verso di noi.
Veniamo circondati e tenuti sotto tiro da sei guardie
che ci tirano fuori dal taxi. Ci sono molte grida e il mio
autista è spaventato. Siamo spinti fuori dalla zona illuminata della
strada e adesso, in piedi in un vicolo scuro di Bagdad, braccia e gambe
allargate, sono circondato da sei iracheni in giubbotti di pelle, i
loro kalashnikov puntati su di me (...)
Aspetto il comandante di questa milizia ancora non
identificata. Quando arriva, vengo perquisito. Non è la
perquisizione casuale di dilettanti, ma piuttosto di persone convinte
che troveranno un'arma.
E alla fine il
comandante parla. Parla in inglese, controllando il passaporto e le
credenziali che ha sfilato dalla mia tasca. Parla in buon
inglese. Quest'uomo non è iracheno. Ma non riesco a identificare il suo
accento. Forse sudafricano. Quindi viene raggiunto da un
altro uomo vestito in quella che chiamerei tenuta militarizzata della
Cia: stivali militari con pantaloni mimetici infilati dentro, maglietta
civile con una targa di identificazione su una lunga catena attorno al
collo che non si riesce a leggere nel buio. Questo qui parla
texano.
Mi vengono chiesti i perché e i
percome della mia presenza e della videocamera. Chiedo con
innocente curiosità con chi ho a che fare. Il texano mi informa
stringato: «Lavoro per la DynCorp». Chiedo un biglietto da
visita. Altrettanto stringato, dice: «Non ho un biglietto»,
poi indica la targhetta allacciata al collo, «solo questo
identificativo».
Da allora ho fatto un po'
di ricerche, e questo è ciò che ho trovato: la DynCorp è una presenza
incombente a Bagdad. Società militare privata, la DynCorp
venne creata alla fine degli anni 40 e ricevette una grande spinta di
reclutamento dopo il licenziamento di migliaia di operativi della Cia
da parte del presidente Carter alla fine degli anni 70. Le
società militari private, e ce ne sono molte, tendono ad essere
composte e dirette da generali in pensione, funzionari della Cia,
professionisti dell'antiterrorismo, gente delle forze speciali e così
via.
Le forze della DynCorp sono
mercenarie. I loro contratti hanno incluso azioni segrete per conto
della Cia in Colombia, Perù, Kosovo, Albania e Afghanistan. Nel 1999, la compagnia
contava 25 mila impiegati. Personale
della DynCorp, sotto contratto per la polizia delle Nazioni Unite in
Bosnia, venne accusato di traffico di prostitute, incluse bambine di
dodici anni. Quando diversi impiegati della DynCorp vennero
anche accusati di aver videoregistrato lo stupro di una delle donne,
limpiegata Kathy Bolkovac lanciò lallarme e venne immediatamente
licenziata dalla compagnia. La DynCorp è uno dei primi 25 appaltatori
del governo americano, con proventi per 2,3 miliardi di dollari nel
2002. Sono impiegati della DynCorp che forniscono il servizio
di sicurezza per il presidente afghano Hamid Karzai. L'ex
direttore della Cia James Woolsey è uno dei principali azionisti.
Ci dirigiamo attraverso il parcheggio verso
la nostra macchina, quando BAM! Un colpo di fucile a circa 70
metri. E' come essere colpiti su un orecchio con una tavolata. Ali mi chiede se
sono infastidito dai costanti spari a
Bagdad. Rispondo «no, se non lo sei tu», ma noto che i miei passi si
affrettano mentre ci avviciniamo alla macchina.
E' lora di punta in una zona di guerra. Ci sono spari,
azioni militari, pale di elicotteri che ruotano e richiami alla
preghiera. Tutte queste facce nel traffico, che mi guardano,
un occidentale. Facce sospettose. O forse sono io che sono
sospettoso? Attraversato il ponte sul fiume Tigri, faccio scendere Ali
su un viale vicino a casa sua. Ci facciamo una foto assieme e
prometto di mandargli una copia. Mi scrive un indirizzo email
su Hotmail. Hotmail.com? Questo mondo sta diventando troppo
piccolo per la guerra.
Esco davanti
all'hotel per fumare una sigaretta. Ed eccoli qui, un'altra unità di
uomini di una società militare privata che lucidano i loro fucili,
vestiti di giubbotti antiproiettile mentre scaldano i motori dei loro
veicoli blindati. Dall'hotel esce il loro cliente. Anche lui
ha una catenella attorno al collo con una targhetta didentificazione,
mi vede e dice «Hey, non sei...?». «Sì», dico. «La tua targhetta dice
appaltatore. Cosa costruisci?». E con un sorriso, dice: «Elezioni».
«Come fai?» Sogghigna un po' e dice: «In qualunque modo». (Che questo
tizio venga dalla Florida?)
Seann Penn*