Le coste colpite
dallo tsunami e le zone in cui la povertà è da sempre endemica: “In entrambe –
ci dice Maleec Calyaneratne, portavoce di
Save the children in Sri Lanka – operiamo
per la tutela dei bambini e delle loro famiglie. Il nostro intervento dura da trent’anni,
perché il maremoto è andato a colpire un Paese già afflitto dalla guerra e
dalla miseria”.
In questi sei mesi
dopo lo tsunami quali sono state le maggiori difficoltà che avete dovuto
affrontare?
Innanzitutto la vastità del disastro. Il maremoto ha colpito
tutte le coste del Paese e decine di migliaia di persone ne sono rimaste
vittime. In fretta abbiamo dovuto diventare operativi in molte zone e con lo
stesso tipo di impegno. E’ stato importante il supporto degli aiuti
internazionali, perché anche le ong locali sono state terribilmente coinvolte.
Nel nostro staff almeno cinquanta persone hanno perso i loro famigliari. Poi
c’è il problema dell’assegnazione delle terre dove ricostruire. Il governo ha
imposto il divieto di costruzione fino a 100 metri dalla spiaggia, ma non ha ancora
definito
quali altri terreni sono edificabili.
Un futuro incerto…
Sì e dovremo affrontare altre due sfide. Finora sono
arrivati molti aiuti, ma si deve essere flessibili nella loro gestione. Si deve
cogliere l’occasione per aiutare con questi soldi non solo le vittime dello
tsunami, ma anche i poveri in generale. E poi è importante coinvolgere le
comunità nella ricostruzione e nel processo di sviluppo. Le vittime dello
tsunami non devono assumere un comportamento passivo, ma partecipare
attivamente al lavoro umanitario internazionale. Ciò è fondamentale per
aiutarli a superare la cosiddetta sindrome del terremotato: la rassegnazione
per il trauma subito. Adesso, per esempio, stiamo pagando gli abitanti dei
villaggi per ripulire edifici pubblici, scuole, strade, spiagge, piantagioni…Così
li responsabilizziamo e li aiutiamo a ricominciare.
Voi vi occupate
soprattutto dei bambini. In quali condizioni vivono al momento le piccole
vittime del maremoto?
Una delle nostre priorità dopo lo tsunami è stata
ricongiungere i bambini con le loro famiglie. La gran parte degli orfani adesso
vivono con i nonni o i loro parenti. Qui sono diffuse le famiglie allargate che
hanno accolto molti bambini e fatto in modo che non dovessero andare in
orfanotrofio e trasferirsi in altre zone del Paese. Noi ci occupiamo di loro e
anche di quei bambini che sono rimasti con un solo genitore. Per fare ciò
collaboriamo con i funzionari del governo, arrivando
laddove il governo da solo non riesce.
Avete contatti anche
con le organizzazioni tamil, nel Nord e nell’Est del Paese?
Noi siamo dove ci sono dei bambini da aiutare. Da
trent’anni siamo in Sri Lanka e operiamo anche nelle zone controllate dai
ribelli delle Tigri tamil. Operiamo in modo indipendente e arriviamo anche dove
il governo non può accedere.
Il conflitto in
queste zone sta creando dei problemi all’intervento umanitario?
Ci sono stati alcuni incidenti e alcune aree sono state
chiuse al traffico. Ciò ha rallentato i soccorsi.
Si è parlato del
rischio di abusi e traffici a danno dei bambini vittime dello tsunami. Voi come
cercate di combatterlo?
All’inizio avevamo molta paura che i bambini potessero
essere rapiti o addirittura venduti nei campi per sfollati. Abbiamo perciò
formato i gestori dei campi in “Child protection” (protezione dei bambini) per
evitare ogni tipo di abuso. Anche l’Unicef e la polizia locale hanno
collaborato con noi e adesso la situazione è sotto controllo.
Quanto durerà il
vostro intervento?
In Sri Lanka continueremo ad operare in tutte le aree dove
c’è bisogno, anche in quelle non colpite dallo tsunami. In queste resteremo
fino al prossimo aprile. Dobbiamo assistere le persone nei campi e nei
prefabbricati temporanei. Aiutarle a trovare nuovi impieghi o a tornare ai
vecchi lavori. L’importante comunque è non dimenticare che tutto il Paese ha
bisogno del nostro aiuto ancora per molto tempo.