Le Farc uccidono 25 soldati e scatta la controffensiva. Uribe sposta il governo in una base militare

Le Forze armate
rivoluzionarie della Colombia (Farc) fanno strage di militari e il presidente
Alvaro
Uribe decide di prendere in mano le redini della controffensiva, trasferendo il
governo in una base militare.
L'ira di Uribe. La crisi colombiana, che
va avanti ormai da oltre quarant’anni e che vede da un lato i guerriglieri
marxisti di Farc ed Eln (Esercito di liberazione nazionale) e dall’altro i
paramilitari di estrema destra coadiuvati dall’esercito, sta precipitando.
L’ultima azione dei guerriglieri ha lasciato sul campo 25 soldati, scatenando
così le ire di Alvaro Uribe, deciso a salvare in estremis il suo Plan
Patriota, la massiccia offensiva antiribelle lanciata ormai 18 mesi fa e mai
veramente decollata.
La sconfitta del Plan Patriota. Gli scontri a fuoco sono avvenuti sabato, sia nel sud del
Paese che nel nord est. Nella regione di Putumayo, al confine con l’Ecuador, i
guerriglieri hanno assaltato la base militare di Puerto Asís, uccidendo 19
militari. Quasi contemporaneamente, dalla parte opposta della Colombia altri 6
soldati rimanevano uccisi, portando quindi il bilancio a 25 militari morti: il
più alto degli ultimi tre anni. Per Puerto Asís si tratta del secondo attacco
in pochi mesi. Una vera e propria sconfitta, dunque, per il governo e i suoi
18mila soldati disseminati in queste zone, armati fino ai denti, in possesso di
strumentazioni ad alta tecnologia e
supportati dagli Stati Uniti, Stato amico
di Uribe che, attraverso il
Plan Colombia, sborsa valanghe di dollari, armi e
consigli strategici.
Contro il terrorismo? Scegliendo di concentrare
la sua controffensiva nel sud, nella regione del Patumayo appunto - una delle
zone a più alta concentrazione di guerriglieri - il presidente ha spedito
all’inseguimento della colonna delle Farc, colpevole dell’attacco, mille
effettivi, appoggiati da elicotteri. Poi ha scelto di spostare il centro del
governo nella vicina base militare di Tresesquinas, per comandare personalmente
l’operazione. Ha infatti messo in piedi un consiglio di sicurezza con le
autorità dell’esercito e quelle civili di Puerto Asís, che si trova precisamente
a 550 chilometri a sudest di Bogotà. “Mi spiace immensamente per la morte dei
soldati – ha precisato, durante la visita nella base colpita dalle Farc – ma
zoppicare di fronte al terrorismo significa offendere la democrazia”.
“Distruggerò il terrorismo come lo farebbe qualsiasi democrazia europea”, ha
concluso, cercando in ogni modo di tirare su il morale alle truppe.
Le reazioni. La dura presa di
posizione del governo colombiano è stata immediatamente criticata dalle
organizzazioni dei diritti umani, mentre l’ulteriore inasprimento delle
violenze, che dall’inizio di questa lunga guerra hanno già causato centinaia di
migliaia di vittime e costretto milioni di persone a sfollare, ha preoccupato
le Nazioni Unite in allarme per la crisi umanitaria.
A farne le spese infatti saranno
come sempre i civili, i contadini, i molti villaggi della zona, che verranno
letteralmente travolti dalla controffensiva.
L'opinione. “A tre anni di governo
Uribe, questo rovescio militare è un ulteriore segnale del fallimento della sua
politica di sicurezza democratica – spiega Delia Innocenti, fondatrice
dell’Osservatorio internazionale della Pace (Ipo) di Bogotà – Se a questi si
aggiungono gli altri registrati nei mesi scorsi nell’Urabà, nel Narino e in
Arauca ogni dubbio si dipana. La Colombia è in guerra e lo Stato è ben lungi
dal venirne a capo. E pensare che solo un paio di settimane fa, attraverso un
memorandum diffuso dal ufficio del commissariato per la Pace, il Governo
colombiano aveva ribadito la tesi che in Colombia non è in corso nessun
conflitto armato. Da tempo ormai Uribe vuole farci pensare alla situazione
colombiana come a un problema di ‘disordine pubblico’, mettendo tra parentesi
tutte le componenti politiche della questione in nome della lotta al
terrorismo. In questo senso, quanto è successo lo scorso fine settimana nel
Putumayo è la prova di un divario preoccupante tra le dichiarazioni ufficiali
del Governo di fronte agli organismi internazionali e la realtà brutale del
conflitto colombiano, realtà che sia i contadini delle aree rurali che noi osservatori
internazionali conosciamo fin troppo bene”.
Le verità. La Colombia è in guerra
eppure tutto quello che il governo sta facendo non è altro che propaganda. Le
voci ufficiali hanno sempre tenuto ben nascosta la verità agli organi di stampa
internazionali, non riuscendo però a soffocarla. Da altre fonti, infatti, si
apprende la paura dei contadini del Chaqueta, zona nel sud brulicante di
soldati a caccia di guerriglieri e di loro simpatizzanti; il terrore degli
sfollati, dei
desplazados, dell’Amazzonia, in fuga per non morire nel
fuoco incrociato degli attori in lotta; la rabbia dei contadini costretti a
sopportare continue pressioni e minacce solo perché contrari alla violenza, di
ogni tipo, di ogni colore.
Parlando con chi vive in quel Paese, con chi lo consoce,
con chi lo studia e lo ama, si capisce che una vita normale per quella gente è
impossibile. I villaggi rurali sono oppressi, soffocati. I militari controllano
ogni via di transito, fluviale o terrestre che sia. Gli alimenti, le medicine,
le scarpe, gli utensili sono razionati. In molte zone si rasenta un vero e
proprio embargo.
“E’ solo la popolazione
civile che sta subendo le conseguenze della guerra”, ha concluso Delia
Innocenti, da due anni e mezzo impegnata in Colombia a sostenere e aiutare le
cause dei campesinos, “il governo agisce solo militarmente, facendo
mancare una vera e propria politica sociale a sostegno dei civili. E il
risultato è che l’odio per lo Stato sale e i guerriglieri invece di diminuire
aumentano. Questo ultimo episodio non ne è che una dimostrazione”.