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In uno stato moderno, laico, civile, attento ai diritti della persona, una visita del papa può provocare diffidenza, preoccupazione e quanto meno il sorgere di molte domande. Questo è quanto accade in Germania (in Italia, per carità, neanche a porselo il problema). Giovedì, papa Benedetto XVI sbarcherà a Berlino in visita ufficiale per poi proseguire, fino a domenica, in diverse tappe sul suolo tedesco.
Quella nella capitale tedesca è la sosta più insidiosa per il capo della Chiesa romana. Mentre le agenzie di stampa rilanciano decine di dichiarazioni da parte di politici che esprimono il proprio disappunto, l'opinione pubblica si interroga - forse anche in maniera divertita - sulle sensazioni che proverà Josef Ratzinger durante i suoi incontri ufficiali. A dargli il benvenuto sarà, infatti, il presidente della Germania Christian Wulff, cattolico praticante, divorziato, risposato. Nel pomeriggio si incontrerà con il borgomastro di Berlino, Klaus Wowereit, gay dichiarato che convive da molti anni con il suo compagno Jorn Kubicki (a proposito, sarà al suo fianco come spera la comunità lgbt e i promotori dei diritti civili?). A confronto, gli scambi che il papa avrà con la protestante Angela Merkel e con il ministro degli esteri Guido Westerwelle saranno una passeggiata (anche se lo stesso capo della diplomazia tedesca è gay).
Di certo, il momento clou della visita sarà il passaggio di Benedetto XVI al Bundestag, il parlamento federale, dove è stato invitato in qualità di capo di stato. Non ci sarà il pienone: più di cento deputati hanno deciso di boicattore, di disertare l'aula, ritenendo inopportuno l'invito fatto a Ratzinger. Ulla Burchardt, deputata socialdemocratica, ha dichiarato che "a un capo di stato che trascura i diritti dei lavoratori, quelli delle donne e che si oppone alla libera espressione della sessualità non deve essere permesso di rivolgersi al Bundestag", mentre Alexander Sussmair del Die Linke si chiede "quali insegnamenti possa apprendere la democratica Repubblica Federale di Germana dal rappresentante di una monarchia assoluta".
Nicola Sessa