27/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Human Rights Watch comincia un'inchiesta in Algeria, dove sembra che tutto vada bene.
In una conferenza stampa ad Algeri, il 22 giugno scorso, Human Rights Watch, una delle più importanti organizzazioni non governative che si occupa del rispetto dei diritti umani, ha presentato la sua inchiesta che, per 11 giorni, porterà in giro per l’Algeria il capomissione Eric Goldstein e quattro collaboratori. Scopo della ricerca, richiesta da Hrw al governo algerino fin dal novembre del 2002, sarà fare un punto della situazione del rispetto dei diritti umani nel Paese.
 
una fossa comune in algeria risalente alla guerra civileIn attesa della giustizia. “Se il governo algerino vuole una reale riconciliazione nazionale”, ha spiegato Goldstein parlando con i giornalisti, “deve investigare sui crimini e gli abusi commessi durante e dopo la guerra civile che ha sconvolto il Paese. E deve punire i colpevoli. Omicidi, sparizioni e torture avevano assunto una forma sistematica e i familiari delle vittime hanno diritto alla verità e a un risarcimento”.
Goldstein si riferisce alle violenze che, tra il 1992 e il 1999, causarono la morte di più di centiomila persone.
Hrw chiede anche che sia fatta definitivamente chiarezza sulla sorte dei 6146 desaparecidos algerini dei quali non si hanno più notizie dalla fine del conflitto che vide contrapposti l’esercito regolare algerino e le milizie fondamentaliste del Gruppo Islamico Armato, in lotta per il potere in Algeria.
L’inchiesta parte da un presupposto: l’amnistia generale per le persone, militari o fondamentalisti, che si macchiarono di crimini terribili durante la guerra decisa dal Presidente algerino Bouteflika nel novembre del 2004.
Come ha spiegato Goldstein ai giornalisti, “nessun poliziotto è stato incriminato per i reati commessi durante la guerra e troppi miliziani islamici hanno ottenuto l’impunità. Per ottenere una reale riconciliazione non basta un colpo di spugna. Ci vuole giustizia”.
Nel mirino di Hrw, che incontrerà testimoni e vittime della furia della guerra civile, c’è anche quella Commissione ad hoc istituita l’anno scorso da Bouteflika per chiarire la sorte dei desaparecidos algerini che, fino a oggi, non ha risolto neanche un caso. Perché quindi si abbia giustizia, secondo Goldstein, “è necessaria una riforma del sistema giudiziario algerino, fino a ora troppo compiacente e disposto all’oblio, e l’apertura di un dibattito nazionale che permetta una profonda rielaborazione del dramma della guerra civile in Algeria. Perché questo accada è necessario il contributo di una stampa libera”.
 
mohamed benchicou, direttore di le matin, in carcere da due anniLiberi di tacere. Il riferimento alla stampa libera di Goldstein non è casuale. Il Rapporto 2005 di Reporter sans Frontiere (l’ong che difende la libertà di stampa) sull’Algeria esprime un giudizio molto negativo sul governo di Bouteflika. I casi di ‘penne scomode’ che hanno conosciuto le carceri algerine sono tanti. Due su tutti: Ahmed Benaoum, direttore del gruppo editoriale che pubblica il quotidiano Er Ra’i, condannato a 11 mesi di carcere per reati fiscali non troppo chiari e Mohammed Benchicou, direttore del quotidiano Le Matin, che sconta il secondo dei due anni di carcere a cui è stato condannato.
Benchicou è sempre stato uno dei censori più duri di Bouteflika e della sua politica di riconciliazione nazionale che non ha dato i frutti sperati. Rsf segnala in particolare una legge liberticida introdotta qualche tempo fa dal governo algerino. La norma sotto accusa è quella dell’emendamento all’articolo 144 del codice penale algerino che rende molto dure le pene per coloro i quali ‘offendano’ la più alta carica dello Stato, Bouteflika appunto.
L’ong francese sottolinea il pericolo dell’autocensura che si diffonde tra i giornalisti quando, come è accaduto in Algeria nel 2004, quattro di loro vengono incarcerati, due sono agli arresti domiciliari, sei sono stati arrestati almeno una volta, oltre a tutta una serie di accrediti stampa negati e permessi di lavoro revocati.
 
uno degli attentati che sconvolgono quotidianamente l'algeriaIl fine giustifica i mezzi. Finire in carcere in Algeria, come è stato sottolineato dal Rapporto 2005 di Amnesty International sul Paese, non è salutare né per i giornalisti né per nessun altro. Amnesty ha infatti denunciato il ricorso sistematico alla tortura, alla carcerazione preventiva illimitata e a ogni sorta di abuso rispetto ai diritti degli arrestati.
Ma tutto questo non sembra interessare la comunità internazionale che anzi vede in Bouteflika un baluardo contro il fondamentalismo arabo.
L’Italia per esempio, ritiene l’Algeria un partner commerciale di rilevanza assoluta, sulla direttrice che porta armi leggere ad Algeri e gas verso l’Italia. Senza troppa attenzione ai diritti umani.
La risposta più frequente rispetto alle proteste dei gruppi di attivisti per il rispetto dei diritti umani è quella che lo stesso Bouteflika utilizza spesso: erano necessari dei sacrifici per ottenere la pacificazione di un Paese devastato dalla guerra civile. Dove per sacrificio s’intende il rispetto delle libertà fondamentali. Ma la situazione in Algeria, pur con qualche sacrificio, è risanata?
Non si direbbe. Ogni giorno le agenzie stampa battono notizie di violenze in Algeria. Restando solo agli ultimi giorni: il 29 maggio scorso tre poliziotti sono stati uccisi da fondamentalisti. Il 9 giugno 13 militari algerini muoiono per l’esplosione di una mina piazzata al bordo della strada. Il 25 giugno un poliziotto viene ucciso e altri 5 feriti in un attentato e così via, in uno stillicidio che nel 2004 ha causato la morte di 500 persone tra civili, militari e fondamentalisti.
I guerriglieri del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento infatti non hanno mai deposto le armi e non vogliono sentir parlare di amnistia. Se manca la sicurezza militare sarà garantita almeno quella sociale. Non la pensa così l’Organizzazione Internazionale del Lavoro che, in un inchiesta del 2004 compiuta in 12 regioni algerine, ha denunciato che più di un quarto dei bambini tra i 6 e i 15 anni in Algeria è costretto a lavorare per aiutare le famiglie soffocate dalla disoccupazione.
Un bilancio fallimentare insomma, che però non ha impedito a Bouteflika di essere rieletto nel 2004 per un altro mandato presidenziale. Come se gli stessi algerini avessero scelto la via dei paesi che fanno affari con Algeri: andare avanti come se nulla fosse.

Christian Elia

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