Human Rights Watch comincia un'inchiesta in Algeria, dove sembra che tutto vada bene.
In una conferenza stampa ad Algeri, il 22 giugno scorso,
Human Rights Watch, una delle più
importanti organizzazioni non governative che si occupa del rispetto dei
diritti umani, ha presentato la sua inchiesta che, per 11 giorni,
porterà in giro per l’Algeria il capomissione Eric Goldstein e quattro
collaboratori. Scopo della ricerca, richiesta da Hrw al governo algerino fin
dal novembre del 2002, sarà fare un punto della situazione del rispetto dei
diritti umani nel Paese.
In attesa della
giustizia. “Se il governo algerino vuole una reale riconciliazione nazionale”, ha
spiegato Goldstein parlando con i giornalisti, “deve investigare sui crimini e
gli abusi commessi durante e dopo la guerra civile che ha sconvolto il Paese.
E
deve punire i colpevoli. Omicidi, sparizioni e torture avevano assunto una
forma sistematica e i familiari delle vittime hanno diritto alla verità e a un
risarcimento”.
Goldstein si riferisce alle violenze che, tra il 1992 e il 1999,
causarono la morte di più di centiomila persone.
Hrw chiede anche che sia fatta
definitivamente chiarezza sulla sorte dei 6146 desaparecidos algerini dei
quali non si hanno più notizie dalla fine del conflitto che vide contrapposti
l’esercito regolare algerino e le milizie fondamentaliste del Gruppo Islamico Armato, in lotta per il
potere in Algeria.
L’inchiesta parte da un presupposto: l’amnistia generale per
le persone, militari o fondamentalisti, che si macchiarono di crimini terribili
durante la guerra decisa dal Presidente algerino Bouteflika nel novembre del
2004.
Come ha spiegato Goldstein ai giornalisti, “nessun poliziotto è stato
incriminato per i reati commessi durante la guerra e troppi miliziani islamici
hanno ottenuto l’impunità. Per ottenere una reale riconciliazione non basta un
colpo di spugna. Ci vuole giustizia”.
Nel mirino di Hrw, che incontrerà
testimoni e vittime della furia della guerra civile, c’è anche quella
Commissione ad hoc istituita l’anno
scorso da Bouteflika per chiarire la sorte dei desaparecidos algerini che, fino
a oggi, non ha risolto neanche un caso. Perché quindi si abbia giustizia,
secondo Goldstein, “è necessaria una riforma del sistema giudiziario algerino,
fino a ora troppo compiacente e disposto all’oblio, e l’apertura di un
dibattito nazionale che permetta una profonda rielaborazione del dramma della
guerra civile in Algeria. Perché questo accada è necessario il contributo di
una stampa libera”.
Liberi di tacere.
Il
riferimento alla stampa libera di Goldstein non è casuale.
Il Rapporto 2005 di
Reporter sans Frontiere (l’ong che
difende la libertà di stampa)
sull’Algeria
esprime un giudizio molto negativo sul governo di Bouteflika. I casi di ‘penne
scomode’ che hanno conosciuto le carceri algerine sono tanti. Due su tutti:
Ahmed Benaoum, direttore del gruppo editoriale che pubblica il quotidiano
Er Ra’i, condannato a 11 mesi di carcere
per reati fiscali non troppo chiari e Mohammed Benchicou, direttore del
quotidiano
Le Matin, che sconta il
secondo dei due anni di carcere a cui è stato condannato.
Benchicou
è sempre stato uno dei censori più duri di Bouteflika e della sua politica di
riconciliazione nazionale che non ha dato i frutti sperati. Rsf segnala in
particolare una legge liberticida introdotta qualche tempo fa dal governo
algerino. La norma sotto accusa è quella dell’emendamento all’articolo 144 del
codice penale algerino che rende molto dure le pene per coloro i quali
‘offendano’ la più alta carica dello Stato, Bouteflika appunto.
L’ong
francese sottolinea il pericolo dell’autocensura che si diffonde tra i
giornalisti quando, come è accaduto in Algeria nel 2004, quattro di loro vengono
incarcerati, due sono agli arresti domiciliari, sei sono stati arrestati almeno
una
volta, oltre a tutta una serie di accrediti stampa negati e permessi di lavoro
revocati.
Il fine giustifica i mezzi.
Finire
in carcere in Algeria, come è stato sottolineato dal
Rapporto 2005 di Amnesty International sul Paese, non è
salutare né per i giornalisti né per nessun altro. Amnesty ha infatti
denunciato il ricorso sistematico alla tortura, alla carcerazione preventiva
illimitata e a ogni sorta di abuso rispetto ai diritti degli arrestati.
Ma
tutto questo non sembra interessare la comunità internazionale che anzi vede in
Bouteflika un baluardo contro il fondamentalismo arabo.
L’Italia per esempio,
ritiene l’Algeria un partner commerciale di rilevanza assoluta, sulla
direttrice che porta
armi leggere ad Algeri e gas verso l’Italia. Senza troppa
attenzione ai diritti umani.
La risposta più frequente rispetto alle proteste
dei gruppi di attivisti per il rispetto dei diritti umani è quella che lo
stesso Bouteflika utilizza spesso: erano necessari dei
sacrifici per ottenere
la pacificazione di un Paese devastato dalla guerra civile. Dove per
sacrificio
s’intende il rispetto delle libertà fondamentali. Ma la situazione in Algeria,
pur con qualche
sacrificio, è risanata?
Non si direbbe. Ogni giorno le agenzie stampa battono notizie di violenze in
Algeria. Restando solo agli ultimi giorni: il 29 maggio scorso tre poliziotti
sono stati uccisi
da fondamentalisti. Il 9 giugno 13 militari algerini muoiono per l’esplosione
di una mina piazzata al bordo della strada. Il 25 giugno un poliziotto viene ucciso
e
altri 5 feriti in un attentato e così via, in uno stillicidio che nel 2004 ha
causato la morte di 500 persone tra civili, militari e fondamentalisti.
I
guerriglieri del
Gruppo Salafita per la
Predicazione e il Combattimento infatti non hanno mai deposto le armi e non
vogliono sentir parlare di amnistia. Se manca la sicurezza militare sarà garantita
almeno quella sociale. Non la pensa così l’
Organizzazione Internazionale del Lavoro che, in un inchiesta del 2004 compiuta in 12 regioni
algerine, ha denunciato che più di un quarto dei bambini tra i 6 e i 15 anni in
Algeria è costretto a lavorare per aiutare le famiglie soffocate dalla
disoccupazione.
Un bilancio fallimentare insomma, che però non ha impedito a
Bouteflika di essere rieletto nel 2004 per un altro mandato presidenziale. Come
se gli stessi algerini avessero scelto la via dei paesi che fanno affari con Algeri:
andare
avanti come se nulla fosse.